Emigrare dall’Italia: la mia scelta obbligata

Foto di Jan Vašek da Pixabay

Nel 1949, 254 mila persone lasciarono l’Italia. Di queste, circa 144 mila partirono per le Americhe — 98 mila in Argentina. Tra loro, c’erano mia zia e suo marito. Quando ero piccola, mia madre mi raccontava spesso questa storia — comune a molte famiglie, soprattutto nel Sud Italia. Due persone che un giorno avevano deciso di lasciare tutto e trasferirsi in Argentina.

Ho pensato spesso a loro, nel corso degli anni. Cercando negli archivi, sono riuscita a trovare le listas de inmigrantes: elenchi di passeggeri compilati dalle navi e conservati dalle autorità dell’immigrazione in Argentina. Ho trovato i loro nomi, registrati nel 1949. Conosco il nome della nave su cui viaggiarono.

Molti anni dopo, a bordo dell’ennesimo volo che mi porta via da casa verso l’estero, mi rendo conto di essere io, adesso, la parente emigrata. Un’etichetta che è diventata parte della mia identità senza che io me l’aspettassi.

Con quest’etichetta ho un rapporto complicato. Crescendo, attendevo con ansia il giorno in cui sarei andata via di casa e avrei esplorato il mondo. I confini di un paesino del Sud mi sembravano troppo stretti: volevo andare oltre. Sempre guidata da questo “oltre”, a diciannove anni mi trasferii per studiare all’università. Con il tempo, quella che era iniziata come una spinta all’esplorazione è diventata una frustrazione costante: mi allontanavo sempre di più perché il posto in cui ero nata e il Paese in cui sono cresciuta non potevano, o non volevano, darmi il futuro che avrei voluto. Una scelta, sì, ma sempre più amara e dettata da circostanze scoraggianti.

Il perché di una scelta obbligata

Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è tra i più alti in Europa. Secondo Eurostat, il 29,2% delle persone tra i 15 e i 24 anni è alla ricerca di un lavoro — in calo negli ultimi anni, ma comunque quasi il doppio rispetto alla media dell’UE. Solo Spagna e Grecia fanno peggio. Non dimentichiamoci dei NEET i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non seguono una formazione professionale. In Italia, sono il 22%: anche qui, tra i risultati peggiori in Europa. 

Se penso al mio circolo di coetanei, conosco davvero poche persone con un lavoro stabile: tanti e tante, con le loro lauree e le loro qualifiche eccellenti, sono ancora intrappolate nel limbo eterno dei tirocini e faticano a raggiungere l’indipendenza economica. D’altra parte, secondo Eurostat, quasi il 70% delle persone tra i 18 e i 34 anni in Italia vive ancora con i genitori. L’ennesima “scelta obbligata”: se tutto quello che ti viene offerto sono tirocini non pagati e contratti precari, come puoi permetterti di vivere da sola?

Il peso dell’ingratitudine

La mia esperienza, in realtà, è stata diversa e molto privilegiata. Ho avuto la fortuna di trovare lavoro — all’estero — poco dopo essermi laureata, nonostante il mio campo di studi, qui in Italia, sia considerato “da disoccupati”. Quando ho ricevuto il primo stipendio, non riuscivo quasi a crederci — un’incredulità che penso sia abbastanza tipica della mia generazione, nata negli anni Novanta e cresciuta passando di crisi in crisi. Ci sentiamo dire che dobbiamo accontentarci, che siamo troppo viziati, che tutta questa esperienza “fa curriculum” e ci servirà un giorno. E se invece scegliamo di non accontentarci e lasciamo il Paese, allora siamo persone ingrate.

Come se quel senso d’ingratitudine non pesasse su di me ogni giorno, quando parlo con la mia famiglia lontana centinaia di chilometri. Ci penso quando parlo con i miei amici e le mie amiche che nonostante tutto restano in Italia, perché non vogliono e non possono andarsene, nonostante la ricerca di un lavoro sia infinitamente frustrante e demoralizzante. 

Certo, ho scelto di lasciare l’Italia — ma l’ho mai vissuta come una scelta? È stato un privilegio, sì: la mia famiglia mi ha sostenuta durante gli studi e finché non ho trovato un lavoro. Eppure, ogni volta che ho fatto un passo per allontanarmi da casa — con lo studio e con la ricerca di un lavoro — non l’ho percepita come una scelta, ma come l’impossibilità di fare ciò che mi sarebbe piaciuto fare. Emigrare, per me, è stata spesso la conseguenza dello scontro contro un muro: della disoccupazione, delle collaborazioni gratuite, del fare ma mai abbastanza, di una formazione accademica che amo ma che sul curriculum — purtroppo — valeva zero.

La lunga storia dell’emigrazione in Italia

E quindi mi ritrovo qui: parte di una nuova generazione di emigrati ed emigrate, in linea con una solida tradizione italiana. L’emigrazione in massa, infatti, non è di certo una novità per l’Italia.

Tra il 1876 e il 1985, più di 30 milioni di italiani e italiane lasciarono il Paese. La maggior parte — più di 14 milioni — partì tra il 1876 e il 1915, all’epoca della “grande emigrazione”. Circa un terzo di questi si stabilì nel Nord America, almeno fino a quando gli Stati Uniti, nel 1921, stabilirono quote d’immigrazione dall’Europa molto severe.

L’emigrazione rallentò negli anni Trenta, per poi riprendere nel dopoguerra, con una nuova ondata, diretta in gran parte verso i Paesi del Nord Europa (soprattutto Francia, Belgio e Germania). Questi flussi erano spesso agevolati da veri e propri accordi tra Paesi, come quello tra il governo italiano e la Germania federale per il reclutamento di manodopera italiana.

Il governo italiano riteneva l’emigrazione come una condizione fondamentale per garantire la crescita economica e ridurre il divario tra Nord e Sud. Una politica che avrà magari prodotto risultati per l’economia, anche grazie alle rimesse che i lavoratori emigrati inviavano alle famiglie rimaste a casa, ma dietro la quale si nascondevano scelte difficili, separazioni familiari, sacrifici individuali e collettivi. Senza contare che le condizioni dei lavoratori emigrati, anche nei civili Paesi del Nord Europa, erano spesso drammatiche. Si pensi alla strage di Marcinelle del 1956. L’8 agosto, alle otto del mattino, un incendio si propagò nella miniera di carbone di Bois du Cazier, intrappolando 275 lavoratori sottoterra. Quasi nessuno si salvò: morirono 262 persone, principalmente straniere — più della metà italiani.

Milioni di persone con tanto in comune. Milioni di persone che, forse, non volevano vivere una vita a senso unico, intrappolate in luoghi senza possibilità di mobilità sociale.

A loro si aggiungono tutti coloro che, ieri come oggi, migrano dal Sud al Nord dell’Italia. Una diaspora costante che avviene all’interno dei confini nazionali, ma non è meno significativa.

Perché dovrei restare?

Parlare di emigrazione dall’Italia e raggiungere una verità universale è difficile, se non si vuole cadere nell’ovvietà — i difetti di un sistema scolastico e universitario che non prepara e non accompagna alla “vita vera”, un mercato del lavoro chiuso ai nuovi ingressi ma molto propenso allo sfruttamento. Il lento spopolamento di parte del Paese che produce sempre meno opportunità per chi resta. Penso spesso alle ragioni che mi hanno spinto a partire e a quelle che potrebbero convincermi a tornare.

La verità è che non esiste un’esperienza universale di emigrazione. Quello che posso fare è parlare della mia, di esperienza: di come sia entrata a far parte della mia identità in modi complessi e non sempre piacevoli. Dubbio, perché non so se abbia fatto la scelta giusta; incertezza, perché non so se io voglia, o debba, tornare indietro. Gratitudine, perché le esperienze che ho vissuto andando via mi hanno formato come persona; amarezza, perché, in fondo, non l’ho sentita mai come una vera e propria scelta.

Quello che vorrei è che partire diventasse davvero una scelta per tutti e tutte noi: non l’ultima spiaggia dopo anni spesi a cercare una stabilità che sembra non esistere, un lavoro incerto, un’indipendenza costantemente messa in discussione. Vorrei più impegno e più fatti da una politica che dice di investire nelle generazioni più giovani, e poi le abbandona a sé stesse — anzi, le colpevolizza nel momento in cui cercano delle alternative fuori dall’Italia.

Vorrei che la mia vita da emigrata non fosse fatta di frustrazione costante, di una ricerca di un qualcosa di “meglio” che non è mai compiuta, di tristezza ogni volta che mi trovo all’aeroporto e vedo tante persone che il mio stesso viaggio l’hanno intrapreso decenni fa, e adesso non tornerebbero più indietro. Vorrei non sentirmi intrappolata in questa etichetta che mi sta stretta: quella che è partita, e che non vuole, o non può, più tornare indietro. Invece di sentirmi dire “non devi andare via”, vorrei che mi si dicesse perché dovrei restare, e mi si dimostrasse che ne vale la pena.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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