Cosa blocca la libertà di stampa nel GCC?

La censura della libertà di stampa immortalata dal fotografo egiziano Ahmad Hammoud
Ahmad Hammoud - flickr.com - CCby2.0

Le costituzioni dei sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) – Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar – menzionano e sembrano riconoscere le libertà di stampa e di espressione. Tuttavia, a livello pratico, questi diritti sono ostacolati da una serie di divieti pensati per tutelare i governanti da notizie potenzialmente diffamatorie o dannose. Come conseguenza di questo massiccio controllo sulla stampa, molti giornalisti sono costretti all’auto-censura, privando i cittadini delle informazioni necessarie per crearsi un’opinione critica. 

Una classifica molto pessimista

Il GCC è composto da due regni (Arabia Saudita e Bahrain), tre emirati (Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti) e un sultanato (Oman). I sei Paesi sono quindi accomunati da una forma di governo monarchica, ma le libertà e i diritti di cui godono i cittadini di ogni singolo Stato possono variare sensibilmente. Tuttavia, i media e i giornalisti operanti nel Golfo condividono una serie di problemi e restrizioni che ne limitano l’attività. Persino il Kuwait, classificato da Freedom House come «parzialmente libero» (caso unico tra i Paesi del GCC), presenta alcune criticità riguardo alla libertà di stampa e di espressione. 

Nell’ultima classifica di Reporters Sans Frontièrs (RSF), su centottanta Paesi, i membri del GCC occupano tutti posizioni piuttosto basse:

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(Rielaborazione de Lo Spiegone. Fonte dati: Reporter Sans Frontière, 2020)

Ambiguità legislative

Le leggi fondamentali e le costituzioni di tutti i Paesi del GCC (tra le quali solo quella qatariota è stata approvata dai cittadini, tramite un referendum indetto nel 2003) hanno uno o più articoli a tutela della libertà di stampa e di espressione. L’unica eccezione è costituita dall’Arabia Saudita: la Legge fondamentale (un documento con valore costituzionale) promulgata dalla monarchia di Riyadh nel 1992 sancisce, infatti, che il compito dei media è di istruire i cittadini e sostenere l’unità nazionale. Tuttavia, il Press and Publications Act del 2003 ha concesso la libertà di espressione, purché le eventuali critiche siano di tipo “costruttivo”. Pertanto, sul piano teorico, le monarchie del Golfo sembrano garantire ai giornalisti il diritto di esprimere pubblicamente il proprio pensiero

Nonostante ciò, i diritti sopra menzionati sono esplicitamente subordinati a limitazioni previste dalla legge. In tutti i Paesi presi in considerazione, una lunga serie di articoli costituzionali e del codice penale proibisce qualunque pubblicazione che possa essere etichettata come “immorale” (soprattutto dal punto di vista religioso), contraria agli interessi dello Stato, diffamatoria nei confronti della monarchia, del governo o del sistema economico e dannosa per l’unità nazionale e la coesione sociale. Questi divieti riguardano qualunque mezzo di comunicazione, dai quotidiani ai social network, e si basano su definizioni ambigue e facilmente interpretabili nei modi più svariati, permettendo di bollare facilmente critiche e opinioni divergenti come notizie false con il preciso scopo di diffamare il governo e i pubblici ufficiali. 

Di conseguenza, i regimi hanno un ampio spazio di manovra per evitare la diffusione di informazioni che mettano in discussione il proprio operatoDivieti e censure colpiscono anche il materiale proveniente dall’estero, soprattutto in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, e ciò che viene prodotto localmente dai media stranieri. Per esempio, nel 2010, il ministero dell’Interno kuwaitiano ha ordinato la chiusura degli uffici dell’emittente qatariota Al Jazeera presenti nel Paese, a causa di una presunta interferenza negli affari dello Stato. Questa accusa è stata rivolta al network di Doha dopo che i suoi giornalisti avevano riportato un episodio di violenza da parte della polizia kuwaitiana durante una manifestazione non autorizzata dal governo

Lo stesso ambiente mediatico del Qatar offre un interessante dualismo. Nonostante Doha sia la sede di Al Jazeera, le cui trasmissioni e articoli in lingua inglese sembrano offrire un servizio abbastanza imparziale e trasparente, le attività giornalistiche all’interno del Paese subiscono pesanti restrizioni: nel 2018 gli editori della versione locale del New York Times hanno dovuto censurare decine di articoli sulla comunità LGTBQ+, mentre l’anno successivo le autorità hanno costretto alla chiusura il Doha Centre for Media Freedom, fondato nel 2008 grazie a fondi governativi. Data l’origine dei suoi finanziamenti, il Centro non poteva vantare una completa indipendenza; tuttavia, gli articoli e i report da esso pubblicati (la maggior parte dei quali sono adesso irreperibili) inneggiavano esplicitamente all’estensione della libertà di stampa e invitavano Doha e gli altri governi del GCC a prendere iniziative in questa direzione. 

Restrizioni editoriali e pandemia

L’ultimo report globale di Amnesty International sottolinea come, in molti Paesi, la pandemia di Covid-19 abbia avuto ripercussioni significative su alcune libertà personali e politiche. A partire da marzo 2020, quando i contagi hanno raggiunto il Golfo, tutti gli Stati del GCC, con l’eccezione del Qatar, hanno emanato apposite leggi atte a regolare la diffusione di informazioni relative al virusQualsiasi pubblicazione in contrasto con la narrativa ufficiale del governo è considerata un reato. Questi divieti sono stati progettati in modo da evitare che la gestione della pandemia da parte dello Stato venga messa in discussione. 

In poche parole, la diffusione mondiale del Covid-19 ha contribuito, nei Paesi del GCC come altrove, al mantenimento degli schemi di censura della libertà di stampa, il cui obiettivo è vietare la diffusione di notizie capaci di alterare o “disturbare” l’opinione pubblica

Le conseguenze per i trasgressori e per la comunità

In tutti i Paesi del GCC, la pubblicazione, sia scritta che orale, di notizie od opinioni contrarie ai dettami del regime può portare non solo alla perdita del lavoro, ma è anche perseguibile penalmente, con il pagamento di pesanti multe o con la reclusione

In base ai dati forniti dal Committee to Protect Journalists (CPJ), nel 2020, all’interno del GCC, risultavano detenute, tra giornalisti, fotografi e altri operatori del mondo mediatico, trenta persone. Di queste, sei si trovano in Bahrain e ventiquattro in Arabia Saudita. Secondo le stime di RSF, il numero di giornalisti imprigionati nel Regno saudita si è triplicato dal 2017, anno della nomina a principe ereditario di Mohammad bin Salman.

Per evitare ripercussioni, molti giornalisti sono stati costretti all’auto-censura, rendendo determinati argomenti inaccessibili al pubblico. Altri hanno invece scelto di risiedere all’estero, benché l’espatrio non garantisca completamente la sicurezza personale (come ha dimostrato la vicenda di Jamal Khashoggi), né quella dei familiari rimasti nel Golfo. Molti di coloro che hanno scelto la strada dell’esilio stanno continuando la propria attività in un altro Paese. Tuttavia, questo ha attirato contro di loro critiche e minacce da parte dei loro stessi connazionali, che accusano i giornalisti fuggiti all’estero di tradimento nei confronti della patria. 

L’attacco diretto contro chi tenta di far circolare notizie alternative alla propaganda di regime è un effetto della censura. La scarsità (o, come nel caso di Bahrain e Arabia Saudita, la totale assenza) di media indipendenti e il blocco delle informazioni rendono l’intero sistema politico, economico e giudiziario opaco per la popolazione. Per esempio, in Kuwait è proibito diffondere notizie che possano causare frizioni con Paesi alleati. Allo stesso modo, i giornalisti sauditi non possono esprimersi sulla posizione di Riyadh nei confronti della questione palestinese, mentre in Bahrain è vietato pubblicare articoli che possano influenzare una sentenza. 

Di conseguenza, i cittadini ignorano i problemi dei loro stessi Paesi, come la corruzione dei governanti o la discriminazione di alcuni membri della società. Inoltre, la mancanza di un dibattito pubblico libero priva la popolazione degli strumenti necessari a costruirsi un’opinione indipendente

Non è tutto Islam ciò che censura

In conclusione, i governi del GCC sembrano più interessati a mantenere l’ordine e la coesione sociale piuttosto che a tutelare la libertà di stampa e di espressione. 

Tuttavia, i divieti che attanagliano il giornalismo e la diffusione di notizie nel GCC, inclusi quelli legati alla blasfemia, non devono essere ricondotti unicamente alla religione musulmana. L’Islam non porta direttamente alla censura. Osservando la classifica di RSF per il 2021 si nota, infatti, come alcuni Paesi a maggioranza musulmana, ovvero Burkina Faso, Senegal, Bosnia Erzegovina e Niger, pur presentando alcune criticità, occupino posizioni abbastanza alte (rispettivamente: la trentasettesima, quarantanovesima, cinquantottesima e cinquantanovesima); per fornire qualche termine di paragone: l’Italia occupa il quarantunesimo posto, la Grecia il settantesimo, Malta l’ottantesimo e Israele l’ottantaseiesimo. 

La ragione principale del blocco della libertà di espressione nel GCC va ricercata piuttosto nell’ordinamento statale e nel peculiare contratto sociale che lega i cittadini ai monarchi. Grazie al sistema del rentier state, re, emiri e sultani possono agire come una sorta di padre-padrone: i governanti ridistribuiscono gli introiti delle risorse naturali in modo che la popolazione sia, da un lato, quasi completamente esonerata dal pagamento di tasse, ma, dall’altro, priva di diritti

 

 

Fonti e approfondimenti

Mohammad Al Yousef, “Controlling the Narrative: Censorship Laws in the GulfAGSIW, 21/09/2020.

Amnesty International. 2020. Covid-19 is new pretext for old tactics of repression in GCC.

Amnesty International. 2021. Amnesty International Report 2020/21. The State of the World’s Human Rights

Kuwait shuts down Al Jazeera news bureau, CNN, 14/12/2020.

Duffy, Matt J. 2017. “Media laws and regulations of the GCC countries. Summary, analysis and recommendations“. Doha Centre for Media Freedom.

Qatar: Authorities arbitrarily close Doha Centre for Media Freedom, Gulf Centre for Human Rights, 06/05/2019.

Malak Monir, “Gulf journalism in exile: an independent press stands alone, Center for International Media Assistance, 03/04/2018.

Rana Sabbagh, “There is a long road ahead for Arab journalists and free speechAl Jazeera, 15/03/2021.

 

 

Editing a cura di Niki Figus 

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