Il contratto sociale nelle monarchie del Golfo

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Oman e Qatar, questi sono alcuni degli stati del quadrante mediorientale che si affacciano sul Golfo Persico e sono delle monarchie. Formano inoltre, dal 1981, un’unione politica ad economica inter regionale, chiamata GCC (Gulf Cooperation Council).

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Nonostante siano uniti, questi stati presentano svariate differenze dal punto di vista istituzionale. Tre di questi, cioè Qatar, Kuwait,e Bahrain, sono monarchie costituzionali, Arabia Saudita e Oman sono monarchie assolute mentre gli Emirati sono una monarchia federale.

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In generale in questi Paese le decisioni vengono prese a seguito di una consultazione tra i principi delle famiglie più influenti e prestigiose. Inoltre, seguendo la religione musulmana, adottano il Corano come costituzione ufficiale dello Stato e si governa seguendo le basi della legge islamica (Shari’a), ovvero si considera questa non come una serie di norme comportamentali o consuetudinarie, ma vero e proprio diritto positivo. Ciò comporta gravi difficoltà poiché la legge islamica ed il Corano sono soggetti ad interpretazione.

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In quesi Stati emergono delle figure rilevanti quali il re, l’emiro e il sultano. Il re e il sultano ricoprono essenzialmente lo stesso ruolo, la differenza tra i due titoli sta nell’origine della dinastia: le dinastie che hanno origine indoeuropea adottano il titolo di sultano, mentre dinastie di origine araba, come gli Al Saud, regnanti in Arabia Saudita, preferiscono utilizzare il termine re. Entrambi i termini in arabo, malik e sultan, possono essere tradotti con “autorità”. Nel caso del titolo di emiro invece il discorso è differente; questo significa “principe, comandante dei credenti”, quindi ha ruolo di guida spirituale e pertanto detiene non solo il potere temporale, ma anche quello religioso. Nel caso dell’Arabia Saudita il re ricopre il ruolo sia di capo del governo sia quello di capo di stato e ciò avviene anche nel sultanato dell’Oman e nell’emirato del Qatar. Negli Emirati Arabi Uniti, nel regno del Bahrain e nell’emirato del Kuwait, invece, il potere si divide tra un capo di stato e un capo del governo, dove quest’ultimo viene nominato dal capo di stato, e ovviamente fa parte della cerchia dei suoi fedelissimi.

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Mohammed bin Rashid Al Mamktum (Primo Ministro degli Emirati) e Khalifa bin Zayed Al Nahyan (Presidente degli Emirati)

In tutti questi Paesi, fatta eccezione per l’Arabia Saudita, è presente un organo eletto, a livello locale, che può svolgere una funzione consultiva (Emirati, Oman e Qatar) oppure detiene poteri legislativi (Kuwait e Bahrain). E’ stato necessario introdurre questi organi, poichè i governati chiedevano ai governanti l’introduzione di un sistema di rappresentanza; caso emblematico è il Qatar. In Qatar con il referendum del 2003 è stata istituita l’Assemblea consultiva con oltre il 98% di voti a favore, dove 30 membri sono eletti e 15 nominati dall’emiro. Qualsiasi proposta, affinchè diventi legge, deve avere l’approvazione dei 2/3 dell’Assemblea. Negli Emirati, invece, vi è il Consiglio Nazionale federale, composto da 40 membri, per metà eletti dai cittadini e per metà scelti dai governanti di ogni emirato. Questo organo ha facoltà consultive e di supervisione, non può però apporre il veto a nessuna decisione presa. In Oman è presente un organo consultivo formato da due camere: il Consiglio di Stato (camera alta), nel quale i membri vengono scelti dal sultano e l’Assemblea Consultiva (camera bassa), dove i membri vengono eletti  a livello locale in ogni distretto.  Le elezioni per questo organo sono state rimandate per ben tre volte e fino ad oggi non c’è stata alcuna votazione. In Kuwait l’Assemblea Nazionale non solo ha poteri legislativi, ma ha anche la facoltà di rimuovere l’emiro, come successo nel 2006. In Bahrain l’Assemblea Nazionale detiene il potere legislativo. Questa è formata da due camere: il Consiglio della Shura, dove i membri sono nominai dal capo di stato e la Camera dei Deputati che invece è eletta a suffraggio universale. Questi organi però fanno parte dell’apparato statale più in maniera formale che sostanziale, poiché le decisioni sono comunque prese da chi detiene il potere, dato che le elezioni si riducono a semplici riunioni o assemblee a livello locale, dove la votazione avviene tenendo conto dei legami tribali.

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Sebbene in questi Stati ci sia un formale accenno di rappresentanza, in realtà ogni aspetto del potere viene gestito dalla famiglia regnante. Ciò avviene proprio perché in questi Paesi c’è un forte vincolo tribale, che si basa su legami parentali, e così la famiglia regnante riesce a gestire la rappresentanza locale, ponendovi a capo persone fidate e familiari. Il problema della mancata o parziale rappresentanza non ha mai creato grandi problemi per i regnanti fino ad oggi; tuttavia di recente ci sono state diverse problematiche che hanno fatto emergere questa questione. Vediamo meglio da cosa deriva questa improvvisa richiesta di rappresentanza e perché proprio ora.

I sei stati del GCC detengono circa il 30% delle riserve di petrolio mondiali; nel 2008 il prezzo al barile ammontava a 145 dollari, nel 2016 invece questo si è ridotto di circa 5 volte, venendo a costare 30 dollari al barile. Negli ultimi anni si è parlato di una possibile introduzione di una tassazione a causa dell’abbassamente del prezzo del petrolio. In questi stati è già presente una sorta di tassazione molto limitata, mentre attualmente si parla dell’introduzione di una tassazione indiretta a livello municipale, e si sta discutendo anche dell’introduzione dell’imposta sul valore aggiunto, e generalmente su l’introduzione di una più efficiente tassazione diretta.

L’introduzione della tassazione potrebbe portare ad una nuova riscrittura di quel “contratto sociale” stabilito tra re e sudditi; un accordo non scritto che delega le famiglie egemoni ad esercitare il governo sui Paesi, esentando i sudditi da qualsiasi tipo di tassazione e garantendo loro ogni tipo di benefit. Per benefit si intende provvedere a decenti standard di vita, non solo mettendo in piedi un sistema di welfare, ma anche garantendo la protezione e la stabilità interna. Nel contratto sociale, sfruttando gli introiti ricavati dalle risorse naturali, vengono garantiti beni e servizi senza l’imposizione di tasse, ma senza nemmeno la garanzia di diritti politici. Le relazioni tra Stato e società rimangono sottoposte al principio secondo il quale i governanti si prendono cura dei governati, dove questi ultimi non prendono parte al governo e consentono ai governani di agire come meglio ritengono.

 Re Abdullah, che ha governato l’Arabia Saudita fino al 2015 ha affermato: ” la mia gente ed io sappiamo molto bene quale è l’accordo: loro tengono giù le mani dalla politica e accettano che la mia famiglia governi, e noi ci prendiamo cura di tutti i loro bisogni, materiali e spirituali. Tutti i soldi del petrolio che gli Stati Uniti nella loro grande generosità mi hanno pagato durante gli anni per il mio petrolio, possono far fronte a molte esigenze: educazione gratuita, trattamenti medici, generosi sussidi per costruire abitazioni, cibo e combustibile; un impiego lavorativo garantito dal governo dopo la fine degli studi, con un salario alto e senza avere nessun tipo di responsabilità.”

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Re Abdullah

 

In questi Paesi è presente però una parte della popolazione più giovane, istruita che non sopporta di vivere per molto altro tempo secondo le vecchie regole; queste persone ripudiano espressamente lo status quo. Generalmente in una monarchia tribale la lealtà è rivolta prima di tutto verso il re e la famiglia regnante, in secondo luogo verso la nazione. C’è una semplice logica dietro tutto questo: persone con sicurezza economica non danno vita a rivolte, e se ne fanno possono essere effettivamente condannate. I governanti godono di questo loro tesoro geopolitico, che gli permette di guadagnarsi la lealtà delle loro genti e un’attenzione strategica da parte di attori  esterni.

Rispetto al paradigma occidentale, che vede affermato il modello “no taxation without representation”, questi Paesi adottano un rapporto capovolto, ovvero “no taxation no representation”.

Il paradigma occidentale viene sì ribaltato sotto il profilo rappresentativo, ma non sotto quello economico: le leggi basilari dell’offerta e della domanda hanno forti ricadute anche nelle monarchie del Golfo. I problemi derivanti dall’abbassamento del prezzo del petrolio portano le monarchie a scegliere fra due soluzioni: o ridurre l’estrazione del petrolio, e quindi l’offerta, in modo che il prezzo tenda a salire, generando maggiori introiti da investire in benefit per la popolazione oppure rendersi conto che il prezzo del petrolio è destinato a scendere e quindi introdurre un nuovo sistema di tassazione, concedendo però una rappresentanza sostanziale e non solo formale.

Fonti e Approfondimenti:

http://www.mei.edu/content/article/gulfs-new-social-contract

http://www.inss.org.il/uploadImages/systemFiles/adkan17_2ENG4_Guzansky.pdf

https://www.chathamhouse.org/sites/files/chathamhouse/field/field_document/20150331SaudiCivil.pdf

http://www.mepc.org/articles-commentary/speeches-hub/saudi-arabia-end-progress-without-change

https://www.lancaster.ac.uk/media/lancaster-university/content-assets/documents/lums/golcer/i5.pdf

https://piie.com/publications/wp/wp09-1.pdf

http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2012/12/20121225233041666942.html

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