La sindrome da rassegnazione, che colpisce i giovani migranti in Svezia

sindrome da rassegnazione

Negli ultimi vent’anni, in Svezia, centinaia di bambini e ragazzi si sono ammalati di una patologia misteriosa, a tratti inspiegabile, nei sintomi e nelle cause. Tale malattia ha preso il nome di uppgivenhetssyndrom (in italiano, sindrome da rassegnazione) e colpisce solo giovani richiedenti asilo.

Nonostante la Svezia abbia fatto poco per arginare questo fenomeno, nel corso degli anni il numero di casi di sindrome da rassegnazione è rimasto stabile (circa un centinaio all’anno). Le riforme restrittive delle leggi sull’immigrazione attuate dal 2015 potrebbero, però, peggiorare rapidamente la situazione

I sintomi della malattia

La sindrome si palesa prima con sintomi diversi tra loro: alcuni ragazzi smettono di parlare, altri hanno disturbi del sonno o assenza di appetito. La fase due della malattia, quella più acuta, è invece comune a tutti e consiste in uno stato che i medici definiscono come catatonico

I giovani smettono di muoversi ed entrano in uno stato di totale incoscienza, non reagiscono più agli stimoli e devono essere alimentati attraverso un sondino. Le funzionalità vitali restano buone, la pressione sanguigna è regolare e non si conoscono casi di decessi, ma questa condizione può durare mesi, a volte anche per anni

Da uno studio pubblicato nel 2019, su 46 casi di sindrome da rassegnazione osservati tra il 2010 e il 2018, si nota che quasi tutti (il 95,6%) i giovani successivamente diventati catatonici avevano prima sofferto di depressione (soprattutto le ragazze) e di disturbo da stress post traumatico (i ragazzi). 

Le cause

La sindrome da rassegnazione è un disturbo relativamente nuovo e geograficamente circoscritto. Per questi motivi non vi sono stati dedicati molti studi e non è facile scoprirne scientificamente le cause. Dai pochi studi condotti si è, però, delineata una tesi, sostenuta soprattutto da quei medici che curano e sono a stretto contatto con i giovani colpiti dal disturbo e le loro famiglie. Secondo la loro ipotesi, le principali cause della sindrome da rassegnazione sono l’insicurezza e la paura per il futuro

La vita dei richiedenti asilo in attesa che la loro domanda venga accettata è dominata dall’incertezza. La paura di dover tornare nel Paese natale genera in questi giovani una forma di angoscia e turbamento tale da arrivare a volersi staccare dalle loro stesse esistenze

La maggior parte di questi ragazzi ha subito in prima persona o assistito a violenze, stupri e omicidi nel Paese natale. È facile quindi capire come possa essere angosciante vivere con il costante timore di dover tornare alla vita di prima.

Non a caso il peggioramento della malattia coincide molto spesso con l’evoluzione negativa del loro status di richiedenti asilo, che può essere un incontro con le autorità competenti, l’imminente rimpatrio o la lettura della lettera di rigetto ai loro genitori (che spesso non conoscono lo svedese).

Chi colpisce?

Le vittime di questa malattia sono solo bambini e ragazzi. L’età media in cui si sviluppano i primi sintomi è di 11 anni, mentre quella in cui i ragazzi entrano nella fase più acuta del disturbo è di 12. Un’altra caratteristica che accomuna i ragazzi colpiti da sindrome da rassegnazione è che sono tutti richiedenti asilo. Lo studio sui 46 giovani evidenzia che il 93,5% di essi ha subito persecuzioni nel Paese natale, che il 69,6% appartiene a una minoranza etnica o religiosa e che solo il 17,4% proviene da una zona di guerra.

Si può parlare di sindrome culturale?

Un fatto singolare è che la sindrome da rassegnazione colpisce soprattutto i richiedenti asilo di una specifica area geografica. La maggior parte di essi, infatti, è di etnia rom, yazida o uigura e proviene da Paesi dell’ex Unione Sovietica o dai Balcani.

Alcuni studi si sono concentrati su questo aspetto della sindrome, il più difficile a cui trovare una risposta scientificamente valida. Una delle tesi avanzate definisce la sindrome da rassegnazione come una nuova sindrome culturale, ovvero un disturbo mentale connesso alla cultura delle persone che ne vengono colpite.

La tesi della sindrome culturale non ha, però, convinto tutta la comunità scientifica. Il problema principale è che nei casi di sindrome da rassegnazione esiste un nesso geografico, ma non necessariamente culturale.  

Si è anche cercato di capire se l’essere a conoscenza della sindrome possa inconsciamente influenzare i giovani nel cadere nello stesso stato di catatonia. Alcuni studi hanno evidenziato la possibilità di correlazione. Infatti, non sono pochi i casi di fratelli, sorelle o conoscenti colpiti dal disturbo a distanza di pochi mesi. Si è inoltre notato che quando la prima diagnosi venne resa pubblica, nel 1998, si ebbe un repentino incremento dei casi. Ad ogni modo, anche in questo caso si parla di statistiche su un numero di casi molto limitato e senza un riscontro scientifico.

Perché solo in Svezia?

C’è da spiegare anche il motivo per cui la sindrome da rassegnazione sembrerebbe esistere solo in Svezia. Innanzitutto, non è certo che non si siano verificati casi anche in altre parti del mondo. Al contrario, negli ultimi anni, nel centro di detenzione di Nauru dove vengono ospitati i richiedenti asilo in attesa di poter accedere in Australia, si sono verificati diversi casi di giovani che da uno stato di profonda depressione sono passati a uno stato di incoscienza così grave da rendere necessario il trasferimento dall’isola verso l’Australia, per poter offrire le opportune cure ospedaliere. 

È però vero che la Svezia rappresenta l’epicentro di questa “epidemia”. Come già detto, dopo la prima diagnosi ufficiale il numero di casi è cresciuto rapidamente, fino ad arrivare ai 400 ragazzi colpiti dalla sindrome tra il 2003 e il 2005. Nel biennio 2015-2016 i casi sono stati invece 169. 

Neanche a questa domanda gli studiosi hanno saputo trovare una risposta. Si è addirittura arrivati a pensare che la causa del fatto che la sindrome da rassegnazione si trovi solo in Svezia è che solo lì si facciano diagnosi di questo genere. Anche in questo caso, le risposte sono insoddisfacenti.

Il mancato intervento della Svezia

A questo punto è legittimo chiedersi cosa abbia fatto la Svezia per arginare questo fenomeno, soprattutto perché il Paese storicamente offre uno tra i sistemi di accoglienza migliori al mondo, con una particolare attenzione rivolta al processo di integrazione culturale e sociale.

Se si esclude l’intervento di associazioni e medici volontari, che hanno creato una rete di sostegno e informazione per i giovani colpiti dalla sindrome e per le loro famiglie, non è stato fatto molto.

Il supporto è mancato soprattutto da parte delle istituzioni svedesi. Nonostante nel 2014 lo Swedish National Board of Health and Welfare, l’autorità centrale per i servizi sociali e la salute pubblica, abbia ufficialmente riconosciuto la sindrome da rassegnazione come una malattia, l’unico effettivo impegno che le autorità svedesi hanno preso nei confronti delle famiglie dei pazienti è stato di concedere loro di restare in territorio svedese, temporaneamente, anche in caso di richiesta di asilo rigettata.

Si può dire, anzi, che lo storico cambio di passo avvenuto in Svezia sulle politiche migratorie negli ultimi anni avrà un impatto estremamente negativo sui richiedenti asilo, alimentando ansie e paure che potrebbero far proliferare i disturbi come la sindrome da rassegnazione.

Il cambio di paradigma nelle politiche migratorie

Durante la crisi migratoria del 2015, la Svezia ricevette il numero di richiedenti asilo (circa 160 mila in un anno) pro capite più alto di tutta Europa. Ciò portò il sistema di accoglienza molto vicino al collasso

La situazione ebbe delle ripercussioni sulla popolazione, sempre più scettica e ostile nei confronti dei migranti, tanto che il partito di estrema destra e apertamente contrario al sistema di accoglienza svedese, Sverigedemokraterna (Svedesi Democratici) dal 2010 al 2018 è passato dal 5,7% al 17,5%, diventando la terza forza politica del Paese.

Alla fine del 2015, il governo introdusse temporaneamente dei controlli severi alle frontiere per scoraggiare l’arrivo dei migranti senza permesso di soggiorno. La nuova linea venne confermata nel 2016, quando l’esecutivo decise di espellere in massa quasi 80 mila dei 160 mila arrivati nell’anno precedente grazie a una nuova legge anch’essa temporanea che rendeva più difficile ottenere i permessi di soggiorno e i ricongiungimenti familiari. Tale legge doveva rimanere in vigore fino al luglio del 2019, ma il Riksdag votò per prorogarla per altri due anni. 

Negli ultimi mesi il governo si è battuto per trovare un accordo sulla nuova legge sull’immigrazione e non sembra avere intenzione di voler tornare indietro. Secondo quanto dichiarato dal ministro della Giustizia e dell’Immigrazione, il socialdemocratico Morgan Johansson, grazie alla nuova legge per ottenere il permesso di soggiorno sarà necessario avere alcuni requisiti, come conoscere la lingua (la Svezia era uno dei pochissimi Stati europei a non prevederlo) e dimostrare l’indipendenza economica

Lo scopo di questa legge, sempre secondo Johansson, è quello di chiudere con l’idea di una Svezia «magnete per i richiedenti asilo giunti in Europa». Non è possibile prevedere gli effetti di questo nuovo paradigma sui giovani richiedenti asilo, ma è facile immaginarli

 

Fonti e approfondimenti

Haptas John, Samuelson Kristine, “Life overtakes me”, Netflix, 2019.

Pressly Linda, “Resignation syndrome: Sweden’s mystery illness”, BBC News, 26/10/2017.

Sallin Karl, Lagercrantz Hugo, Evers Kathinka, Engström Ingemar, Hjern Anders, Petrovic Predrag, “Resignation Syndrome: Catatonia? Culture-Bound?”, Frontiers in Behavioral Neuroscience, 29/1/2016.

Von Knorring Anne-Liis, Hultcrantz Elisabeth, “Asylum-seeking children with resignation syndrome: catatonia or traumatic withdrawal syndrome?”, European Child & Adolescent Psychiatry, 1/11/2019.

Sainty, Lane, “Australia’s child refugees are suffering a rare psychological illness where they withdraw from the world”, BuzzFeed News, 12/8/2018. 

Kwai, Isabella, “Australia says last refugee children held on Nauru will go to U.S.”, New York Times, 3/2/2019. 

Aviv, Rachel, “The trauma of facing deportation”, The New Yorker, 3/4/2017.

Il Post, “Ora anche la Svezia fa fatica coi migranti”, 12/11/2015. 

La Repubblica, “La Svezia espellerà 80 mila profughi arrivati nel 2015. L’Olanda: treni per rimandare in Turchia i migranti da Grecia”, 28/1/2016.

Pignatelli, Michele, “Quasi 200mila migranti nel 2015, vacilla il modello svedese”, Il Sole 24 Ore, 23/10/2015.

Jewers, Chris, “Migrants will be required to speak Swedish to become citizens under new laws the country is expected to bring in this summer”, Mail Online, 9/4/2021.

 

Editing a cura di Francesco Bertoldi

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