Africa digitale: il futuro incerto dei media digitali

Nel corso dell’ultimo decennio, la diffusione degli smartphones in Africa sub-sahariana, specialmente negli Stati più ricchi del continente, ha garantito a centinaia di milioni di persone un accesso alla rete Internet. Il rapido sviluppo del mercato del mobile ha stimolato la transizione digitale dei media africani ed è stato terreno fertile per il radicamento dei social network tra la popolazione, soprattutto urbana. Nel 2020, questo scenario in repentina evoluzione è stato ulteriormente scosso dall’impatto del Covid-19 sulle economie africane. La pandemia e il distanziamento sociale, pur avendo rallentato le spedizioni e il mercato degli smartphones, hanno imposto un’accelerazione alla digitalizzazione del settore dell’informazione e delle comunicazioni. 

Mobile first!

Dal 2015 al 2019, gli abbonati a servizi di telefonia mobile in Africa sub-sahariana sono cresciuti del 30%, passando da 367 a 477 milioni. Il mercato del mobile a sud del Sahara ha ormai superato in termini assoluti quello nordamericano – che secondo la Banca Mondiale è cresciuto nello stesso periodo da 412 a 476 milioni di abbonati – e si espande a un ritmo quattro volte superiore rispetto al mercato dell’Asia pacifica. Secondo le stime riportate da Global System for Mobile Communication (GSMA), nel 2025 il numero degli abbonati raggiungerà i 614 milioni, pari al 50% della popolazione sub-sahariana. Conseguentemente, si prevede che il numero degli utenti che accedono a Internet con il loro smartphone – 272 milioni nel 2019 – toccherà i 475 milioni entro i prossimi quattro anni. 

Queste dinamiche, da una parte, testimoniano come l’approccio dei Paesi africani alla rivoluzione digitale sia un approccio mobile first, ovvero trainato dalla crescita del mercato della telefonia mobile. In secondo luogo, esse ci aiutano a spiegare come il numero degli utenti della Rete in Africa sub-sahariana sia quadruplicato nel corso di un decennio, passando dal 10% nel 2010 al 43% nel 2020, secondo i dati di WorldStats. Per coloro che non hanno la fortuna di avere un computer, presente solo nel 7% delle abitazioni in Africa sub-sahariana, lo smartphone rappresenta spesso l’unico strumento per accedere a Internet. 

I social media in Africa sub-sahariana

Sebbene il mercato dei social media in Africa sub-sahariana rimanga sicuramente minoritario rispetto al mercato europeo, asiatico e americano, la tendenza in atto mostra come il quadro possa mutare velocemente. Le grandi multinazionali americane del settore – Facebook, Google, Instagram, Twitter, YouTube – ne sono ben consapevoli: fattori demografici e potenziale di crescita indicano nell’Africa subsahariana un mercato da presidiare attentamente e su cui investire prima e più della concorrenza. Si ricordi che l’età media a sud del Sahara è di appena 19 anni e la popolazione cresce tre volte più velocemente rispetto all’America Latina e il doppio rispetto all’Asia meridionale.

Facebook, che detiene il primato di sito più visitato sul continente, ha conosciuto nell’ultimo anno una crescita vertiginosa del suo bacino d’utenza africano. Oggi, questo bacino consta di almeno 264 milioni di utenti, pari al 44% di coloro che dispongono di un accesso a Internet. Nel marzo 2020, all’inizio della pandemia, erano 158 milioni. 

Secondo l’ultimo rapporto annuale di Hootsuite e We Are Social, in Kenya, Nigeria e Sudafrica il tempo medio giornaliero passato sui social media supera abbondantemente le tre ore ed è quasi il doppio rispetto a quello registrato in Paesi come l’Italia, la Francia e la Spagna. 

In vaste aree del continente, i media digitali si stanno quindi affermando come canale primario di informazione, luoghi di intrattenimento e scambio culturale, nonché occasioni di discussione politica e mobilitazione dal basso. Essi hanno fornito nuovi strumenti per pensare e far pensare l’Africa in modo diverso. Si sono infatti popolati di commentatori, influencer, creatori di contenuti e artisti che ogni giorno documentano molteplici prospettive della vita quotidiana, della cultura, dell’economia e della politica a sud del Sahara. 

I media tradizionali nel post-pandemia

Gli effetti della pandemia da Covid-19 hanno provocato grossi sconvolgimenti nel settore dell’informazione e dei media tradizionali (televisione, radio e giornali). A causa del drastico calo degli introiti pubblicitari, il modello di business dominante è entrato in crisi.

Le industrie del settore hanno generalmente subito un calo netto della produzione, che ha portato al licenziamento del personale e a tagli salariali. Il crollo della produzione ha innescato inoltre un circolo vizioso di riduzione dell’attività economica e diminuzione degli investimenti, che a loro volta hanno imposto ulteriori tagli alla produzione. Anche nei Paesi che non hanno applicato un lockdown, come il Burundi, il settore dei media ha subito un forte contraccolpo. 

La profonda crisi del mercato ha reso necessario un ripensamento del modello economico e l’adozione di una strategia digitale. Non potendo più far esclusivo affidamento sulle entrate pubblicitarie, si sono cercate altrove le risorse economiche per far funzionare la macchina mediatica, esplorando le possibilità di forme di abbonamento online. Sebbene gli incassi pubblicitari rimangano ad oggi una componente ineliminabile dell’equazione, la direzione intrapresa è quella della monetizzazione del mercato digitale. Secondo uno studio condotto sulle agenzie di stampa in Sudafrica, nel 2020 c’è stato un aumento del 76% del traffico sui siti di notizie online. 

I social: strumento di mobilitazione o fabbriche del consenso

Nell’ultimo rapporto di Freedom House sulla libertà in Rete, su dodici Paesi sub-sahariani presi in esame, solo in Sudafrica Internet viene considerato libero. In larga parte del continente, i governi mantengono un atteggiamento scettico, se non ostile, nei confronti della Rete e dei suoi spazi. Si pensi al caso della Nigeria, dove lo scorso 5 giugno è stato sospeso l’accesso a Twitter, dopo che un tweet del Presidente Buhari è stato rimosso dalla piattaforma. 

Pur riconoscendo le loro potenzialità in termini di costruzione e mantenimento del consenso, i regimi africani non sottovalutano la capacità dei social media di costituire una minaccia per il potere politico. Già dieci anni fa, le primavere arabe hanno dato prova del loro potenziale nel mobilitare le masse in proteste anti-governative. Per scongiurare questa evenienza, diversi governi africani – in Tanzania, Uganda, Ciad, Nigeria, Etiopia, Sudan, Zimbabwe, per citare i casi più eclatanti – hanno cercato di imporre uno stretto controllo sulle infrastrutture di Rete. 

Le strade intraprese sono state diverse: barriere economiche, silenziamento selettivo delle opposizioni politiche, oscuramento dei social network, fino ad arrivare al blocco diretto dell’accesso a Internet (spesso a ridosso di appuntamenti elettorali). Tra il marzo e il settembre 2018, l’Uganda ha perso quasi il 30% dei suoi utenti sul web, dopo che il governo ha introdotto un’imposta giornaliera di 200 scellini ugandesi sull’utilizzo dei social network. A questo si aggiunga l’inadeguatezza della legislazione sulla cyber-security, che in alcuni casi viene strumentalizzata al fine di ottenere vantaggi politici ed esercitare controllo sulla discussione online. 

Stephanie Diepeeven e Alisha Patel, in due studi condotti nel 2019 sul Kenia, hanno messo in luce come i social media abbiano di fatto contribuito a rafforzare le strutture di potere esistenti e a consolidare le narrazioni dominanti. Anche Katrien Pype e Alessandro Jedlowski mettono in guardia contro un incauto ottimismo: «la realtà dovrebbe convincere i deterministi della tecnologia che un maggiore accesso ai media digitali e un più alto tasso di alfabetizzazione digitale non necessariamente portano a società più democratiche». 

Si consideri infine che generalmente, quando parliamo di utenti della Rete in Africa, ci stiamo riferendo a una minoranza urbana. La dicotomia metropoli-periferia, centrale per la comprensione del digital divide in Africa sub-sahariana, è stata ulteriormente accentuata a causa degli effetti della pandemia, con il risultato che il discorso politico sul web riguarda oggi prevalentemente le popolazioni urbane. Ciò comporta il rischio di una sotto-rappresentazione nello spazio digitale delle comunità periferiche o delle fasce più povere della popolazione, che semplicemente non dispongono dei mezzi per un accesso a Internet.  

Uno scenario incerto

La crisi provocata dalla pandemia ha messo in luce nuovi problemi e fragilità strutturali, che pongono serie sfide allo sviluppo dei media digitali in Africa. La transizione digitale del settore dei media richiede ingenti investimenti e un clima politico che garantisca la libertà di espressione degli utenti di Internet. Inevitabilmente, l’assenza di queste due condizioni si ripercuote negativamente sulla qualità dell’informazione accessibile ai cittadini africani e sulla qualità della democrazia africana. 

Come abbiamo visto, non è scontato che ci sia la volontà – o la capacità – dei governi di guidare la transizione digitale verso una maggiore sostenibilità socio-economica. Questo compito prevede cospicui investimenti infrastrutturali, sussidi per l’accesso a Internet, agevolazioni fiscali per l’acquisto di equipaggiamento tecnico e l’aggiornamento tecnologico, l’astensione da forme di censura, nonché una regolamentazione chiara degli spazi digitali che non violi il diritto dei cittadini a un’informazione attendibile. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Paula Fray, Challenges and Hope for Africa’s Media Sustainability, Good Governance Africa (GGA), 09/04/2020. 

Maggie Dwyer, Thomas Molony, Analysis across Africa shows how social media is changing politics, The Conversation, 14/08/2019. 

Landry Mugisha, New Voices in Africa – Where is Covid-19 Taking the Media Industry?, Institut Montaigne, 28/09/2020. 

Ivan Okuda, No calm after the storm: Re-imagining the role of ‘the media’ in post COVID-19 Africa, Africa Portal, 13/05/2020. 

Bright Opoku Ahinkorah, Edward Kwabena Ameyaw, John Elvis Hagan Jr., Abdul-Aziz Seidu and Thomas Schack, Rising Above Misinformation or Fake News in Africa: Another Strategy to Control COVID-19 Spread, Frontiers in Communication 5, 45, 1-4, giugno 2020. 

Karen Allen, Uganda’s social media battleground is not just an African trend, Institute for Security Studies, 18/01/2021. 

Internet World Stats, consultato il 14/06/2021.

Katrien Pype, Alessandro Jedlowski, Anthropological approaches to Media in Africa, 2019. 

Global System for Mobile Communication (GSMA), The Mobile Economy: Sub-Saharan Africa 2020.

 

 

Editing a cura di Giulia Lamponi

 

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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