Africa digitale: Chi blocca la connessione e perché lo fa

blocco di internet
@Armando D'Amaro

Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’agenzia Access Now, nel 2020 i casi di interferenze governative nell’accesso a Internet sono stati centocinquantacinque, distribuiti in ventinove Paesi del mondo. L’Africa sub-sahariana ha mantenuto il primato di regione dove il maggior numero di Stati ha imposto restrizioni alla Rete: Burundi, Ciad, Etiopia, Guinea, Kenya, Mali, Sudan, Tanzania, Togo e Uganda. 

Su centocinquantacinque casi di interferenze, i blocchi completi della connessione a Internet sono stati ventotto, in crescita del 233% rispetto al 2017. Nove di questi sono avvenuti in Africa sub-sahariana. A contraddistinguere il modello africano, rispetto al resto del mondo, è il fatto che le limitazioni all’accesso a Internet, generalmente circoscritte a città, province o regioni, coinvolgano qui più frequentemente interi Paesi. 

Nell’anno della pandemia e delle restrizioni sociali, le ricadute di questo fenomeno sono state particolarmente critiche. Potersi connettere a Internet col proprio smartphone significava infatti aver accesso a informazioni vitali per prevenire i contagi, ma anche continuare a lavorare, mantenere relazioni sociali, ricevere un’istruzione e potersi mobilitare per una causa politica. In questo contesto, privare intere popolazioni dell’accesso alla Rete ha prodotto risultati disastrosi non solo sul piano economico, ma anche in campo politico e sociale. 

Cosa si intende con “blocco di Internet”?

Adottando la definizione coniata da RightsCon, chiamiamo “blocco di Internet” un’interruzione volontaria dei sistemi di comunicazione elettronica e digitale, resi inaccessibili o inutilizzabili efficacemente da parte di una specifica popolazione o all’interno di una determinata area geografica. 

I blocchi di Internet sono considerati un’estensione della tradizionale censura attuata dagli Stati autoritari, allo scopo di controllare le interazioni digitali e prevenire la formazione in Rete di contestazioni. 

Secondo un rapporto del centro studi ugandese CIPESA (Collaboration on International ICT Policy in East and Southern Africa), vi è una significativa correlazione tra tipologia di regime politico e incidenza dei blocchi di Internet. Dal 2014 al 2019, il 77% degli Stati africani che hanno bloccato l’accesso alla Rete era classificato come “regime autoritario” sulla base del Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit. La restante percentuale però mostra che questo fenomeno non è prerogativa esclusiva di regimi autoritari: anche “regimi ibridi” e “democrazie imperfette”, come l’Etiopia e il Sudafrica, hanno scelto di arginare, ostacolare o bloccare completamente il flusso di dati digitali.

Questi blocchi si verificano il più delle volte in corrispondenza dei momenti di maggiore vulnerabilità del potere esecutivo: grandi proteste popolari, conflitti civili e appuntamenti elettorali. 

In base ai dati raccolti da Tina Freyburg e Lisa Garbe, tra il 2015 e il 2016 la metà delle elezioni tenute in Africa sub-sahariana è stata accompagnata da un blocco della connessione Internet. 

Inoltre, queste misure risultano più frequenti laddove il quadro normativo di riferimento è datato, poco trasparente e dove, nel contesto regionale e internazionale, non vengono condannate esplicitamente le ingerenze dello Stato nel mondo digitale. 

Controllare i fornitori

Il fattore determinante per la riuscita di un blocco di Internet risiede nella capacità dello Stato di esercitare un controllo sulle infrastrutture di Rete e sui fornitori: gli Internet Service Provider (ISP). Qui si aprono due scenari. Da una parte ci sono Paesi, come l’Etiopia e l’Eritrea, dove il governo esercita un controllo assoluto sulla fornitura dei servizi Internet. Gli unici soggetti presenti sul mercato sono le compagnie dello Stato, che possono facilmente e rapidamente bloccare le porte d’accesso alla Rete.

Nel secondo scenario, il panorama dei gestori delle reti Internet è più variegato, coabitato da soggetti pubblici e privati, come in Nigeria e Sudafrica. Qui, l’imposizione di un blocco completo della Rete si rivela una procedura più lunga e complicata. In questi casi, l’obbedienza dei fornitori è ottenuta mediante la minaccia del mancato rinnovo o ritiro della licenza e della creazione di un clima ostile agli affari. 

Un recente esempio di queste pressioni governative si può trovare in Uganda. Il 13 gennaio 2021, i due principali fornitori privati di servizi Internet, Mobile Telephone Networks (MTN) e Airtel Uganda, hanno ricevuto un avviso da parte dell’Ugandan Communications Commission. A partire dalla sera di quello stesso giorno, il governo intimava di bloccare tutti i punti di accesso alla Rete, “fino a diversa comunicazione”. Mancavano meno di ventiquattr’ore alle elezioni che avrebbero riconfermato al potere – per il sesto mandato consecutivo – il presidente in carica Museveni. Il giorno delle elezioni, come ha osservato il centro di monitoraggio Netblocks, l’indice di connettività nel Paese è crollato drammaticamente. 

Non solo blocchi di Internet

Applicare un blocco completo di Internet su una provincia, una regione o l’intero territorio dello Stato è un atto estremamente dispendioso sul piano economico e sociale. Poiché questa misura colpisce un grande numero di persone in maniera indiscriminata, può risultare allo stesso tempo politicamente controproducente.

Bloccando l’accesso alla Rete, il governo reca danno all’economia dello Stato. Secondo un rapporto sugli effetti dei blocchi di Internet prodotto da Top10VPN, nel 2019 queste misure sono costate alle economie sub-sahariane oltre 2 miliardi di dollari. 

Per questo motivo, negli ultimi anni i governi hanno affinato strumenti di censura meno costosi e palesi. Ciò significa che non sempre risulta chiaro se l’accesso a un certo sito sia volutamente ostacolato o, invece, se il problema sia dovuto alla scarsa qualità delle infrastrutture di Rete. 

A un primo livello, troviamo pratiche che non mirano tanto a impedire, quanto a scoraggiare l’utilizzo di Internet, come il throttling, lo “strangolamento” del traffico dati, o il “rallentamento di Internet”, internet slowdown. Il secondo livello include misure più invasive: i blocchi dell’accesso a specifiche app, le liste di siti proibiti (url-based blocking) e l’oscuramento dei social network (social media shutdown). 

In alcuni Paesi, utilizzare Internet è divenuto quasi impossibile senza l’aiuto di un Virtual Private Network (VPN). Questi strumenti sono in grado di celare l’indirizzo del dispositivo con cui ci si connette alla Rete, aggirando così le restrizioni imposte dagli Stati. 

Chi blocca la connessione e perchè lo fa?

Le ragioni che a posteriori vengono portate a giustificazione di un blocco della Rete – quando vengono presentate – gravitano essenzialmente attorno al principio di sicurezza nazionale. I regimi autoritari conoscono il potenziale sovversivo di Internet, e dei social media in particolare. Questi spazi sono capaci di alimentare proteste anti-governative, organizzare gruppi di dissidenti, diffondere una visione critica dell’autorità e far circolare notizie sgradite al governo. Le primavere arabe ricordano a questi Stati che non possono permettersi di sottovalutare la Rete. 

Ciononostante, non vi sono prove che suggeriscano che i blocchi di Internet servano davvero a dare maggiore sicurezza e stabilità al governo. Al contrario, secondo lo studio pubblicato nel 2020 da Jan Rydzak, Moses Karanja e Nicholas Opiyo, non solo i blocchi di Internet risultano poco efficaci nel contenere minacce all’ordine costituito, ma spesso si rivelano controproducenti. Al posto di soffocare le proteste, le galvanizzano, spingendo le persone a organizzarsi fisicamente per portare avanti la causa. 

Questo è quanto accaduto in Etiopia, dove, solo nel 2020, il governo di Abiy Ahmed ha imposto quattro blocchi di Internet. L’episodio più grave si è verificato nel giugno 2020, quando il famoso cantante e attivista oromo Hachalu Hundessa è stato ucciso nella capitale Addis Abeba. Le proteste popolari hanno spinto il governo di Abiy Ahmed a imporre un blocco nazionale di Internet durato tre settimane, che ha coinvolto non meno di cento milioni di persone. Questa decisione, presa in un contesto di alta instabilità e conflittualità, non ha ottenuto altro effetto che quello di esacerbare le tensioni sociali che affliggono tutt’ora il Paese. 

Le pressioni internazionali

Negli ultimi anni, il problema è stato portato all’attenzione di diverse organizzazioni regionali e internazionali. Prima nel luglio 2012, e successivamente nel giugno 2014, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha sancito l’applicazione al mondo digitale dei principi di protezione, promozione e godimento dei diritti umani. Nel 2016 il Consiglio ha emanato la prima risoluzione di condanna dei blocchi di Internet. 

L’accesso a una connessione Internet è quindi a tutti gli effetti riconosciuto come un diritto inalienabile dell’essere umano. Azioni che privano o limitano l’accesso alla Rete sono considerate atti contrari ai diritti umani, che pertanto devono essere sanzionati.

A livello regionale, nel 2020 la Corte di Giustizia della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) ha dichiarato il governo del Togo colpevole del blocco di Internet imposto nel settembre 2017, nel corso di grandi proteste popolari. La Corte ha ordinato al regime di Gnassingbé un risarcimento di due milioni di franchi CFA, oltre alla garanzia che si prenderanno tutte le misure necessarie per preservare il diritto di libera espressione dei cittadini.

Lo scorso aprile, il tema dei diritti digitali è stato al centro della sessantottesima sessione della Commissione Africana sui diritti dell’Uomo e del Popolo. La presa di coscienza dell’entità del problema è stata considerata il primo passo per il consolidamento di un approccio internazionale di condanna verso chi viola le libertà digitali

 

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Faten Aggad, Africa’s digital transformation risks becoming trapped in geopolitical  competition, Mail&Guardian, 08/02/2021.  

Clovis Bergère, Don’t tax my megabytes”: Digital Infrastructure and the Regulation of Citizenship in Africa, 2019. 

#KeepItOn, Shattered dreams and lost opportunities, marzo 2021.

Giovanni De Gregorio, Nicole Stremlau, Internet shutdowns and the Limits of law, International Journal of Communication, 14, 2020. 

Eleanor Amrchant, Nicole Stremlau, The Changing Landscape of Internet Shutdowns in Africa, International Journal of Communication, 14, 2020.

Tomiwa Ilori, Magnus Killander, International shutdowns in Africa threaten democracy and development, The Conversion, 26/07/2020.

Lisa Garbe, What we do (not) know about Internet shutdowns in Africa, Democracy In Africa (DIA), 29/09/2020. 

Talya Parker, Internet and Social Media Shutdowns on the African Continent, Global Risk Insights, 21/02/2021.  

 

 

 

Editing a cura di Giulia Lamponi.

 

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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