Società civile e globalizzazione: rivolta e reazione negli Stati Uniti

Michael Fleshman - Flickr - CC BY-SA 2.0

Una delle tematiche portanti del dibattito pubblico internazionale degli ultimi quarant’anni è quella della globalizzazione. Nonostante non vi sia alcun dubbio sul crescente utilizzo del termine da parte degli attori politici in questo periodo, la globalizzazione in realtà non è un fenomeno nuovo. Se ci si riferisce a essa come a quel processo che riguarda le crescenti interconnessioni e interdipendenze tra le comunità a livello globale, si possono individuare numerosi esempi di “globalizzazioni” nella storia dell’umanità, cominciate ben prima dell’ondata attuale.

Piuttosto, gli elementi che caratterizzano quest’ultima hanno a che vedere in primo luogo con un’inversione di rotta, rispetto al mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale, sul ruolo “sociale” del potere pubblico: non soltanto dello Stato ma della comunità che in questo – o comunque nelle sue unità più piccole – si è riconosciuta nell’era moderna. In secondo luogo, con la divisione e la polarizzazione del panorama politico e dell’opinione pubblica tra sentimenti di apertura e di chiusura nei confronti del multiculturalismo, abbracciato in un caso in nome dell’inclusività, rigettato nell’altro a causa di una presunta incompatibilità con quanto rappresentato dalla “tradizione” nazionale.

Il conflitto sulla globalizzazione

Mentre sul lato delle istituzioni si sono rilevate tendenze comuni a molti Paesi, ad esempio nel caso della deregolamentazione finanziaria e del boom carcerario, sul lato della società civile sono emersi nel tempo diversi soggetti, dalle organizzazioni non governative ai movimenti sociali, impegnati a promuovere innovative forme di confronto e di scontro con le prime, in risposta alle iniziative dei vertici statali o degli attori internazionali. Negli Stati Uniti, Paese che continua a esercitare una grande influenza sullo scenario mondiale, gli ultimi vent’anni in particolare sono stati caratterizzati da un acceso protagonismo della cittadinanza, che si è resa spesso prima promotrice del cambiamento. 

Come sottolineato in un recente articolo dalla rivista statunitense Atlantic, ciò che identifica l’ultima ondata della globalizzazione è la creazione di un sistema in cui i mercati finanziari internazionali hanno il potere di disciplinare le istituzioni democraticamente elette degli Stati-nazione. Privilegiando gli interessi economici delle grandi aziende multinazionali, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno spinto affinché l’accumulazione del profitto avesse la meglio sulla tutela dell’ecosistema e sulla salvaguardia dei diritti umani

Le storture e i limiti della nuova era costituivano il bersaglio degli attivisti scesi nelle strade di Seattle nell’autunno del 1999, in occasione della conferenza della OMC, un’istituzione in cui essi vedevano una delle più concrete minacce per il futuro del Pianeta. Le manifestazioni del movimento dei movimenti, realtà plurale ed estremamente diversificata ma unita dalla preoccupazione per la crescita delle disuguaglianze e da quella relativa alla sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, avrebbero rappresentato i perni centrali del dibattito pubblico nei due decenni successivi. Tuttavia, la grande mobilitazione di quei giorni e le sue aspettative – come sarebbe accaduto due anni più tardi a Genova in occasione del vertice del G8 – sarebbero state prima represse dalle forze dell’ordine e poi inascoltate nei centri di comando. 

Dagli eventi di Seattle, la visione delle élite sulla globalizzazione e i suoi effetti è profondamente mutata – non solamente negli Stati Uniti. In questi vent’anni, infatti, le stesse classi politiche che avevano esaltato sul finire del secolo l’attuale modello di sviluppo e di mercato, sono state costrette a riconoscere che questo ha avuto un impatto estremamente negativo sulle fasce più fragili della popolazione e sulle comunità che hanno maggiormente sofferto delle chiusure e delle delocalizzazioni delle aziende. Un impatto che non si è arrestato alla mera dimensione economica, ma che al contrario si è intrecciato con la diffusione di vecchie e nuove pulsioni, all’interno della minoranza WASP, nei confronti dei “responsabili” di una perdita di status simbolico, oltre che materiale. 

La rivolta nell’era della globalizzazione: Occupy Wall Street

Uno dei periodi più significativi per comprendere le dinamiche della nuova globalizzazione è senza dubbio quello della crisi dei derivati del 2008, che travolse la società statunitense e contribuì a ingigantire una spirale che si era sviluppata nel trentennio precedente. Nel periodo compreso tra il 1976 e il 2007, l’uno per cento della popolazione statunitense aveva visto aumentare la propria quota sul totale del reddito nazionale dal 9 al 23,5%, mentre era fortemente cresciuto il rapporto tra lo stipendio dei manager e quello dei lavoratori. Nel 2008, quando esplose la crisi, il tasso di disoccupazione arrivò al 10% e il patrimonio netto totale delle famiglie crollò di 11.100 miliardi di dollari. 

Il presidente Obama, appena entrato in carica, si trovò in una situazione di gravissima difficoltà. La sua elezione era stata accompagnata da una ventata di fiducia ed erano in molti a pensare, da una parte all’altra dell’Atlantico, che il suo ciclo avrebbe segnato una rottura importante sia con gli otto anni precedenti sia, più in generale, con questa tendenza oligarchica che, nel medesimo periodo, ha accomunato gli Stati Uniti e i vecchi “amici” dell’Unione Europea. In realtà, la crisi ebbe effetti diversi e tutt’altro che distribuiti. La grande iniquità del sistema fu testimoniata, anche da un punto di vista simbolico, dalla sostanziale impunità per i grandi dirigenti del sistema bancario, seguita al suo salvataggio grazie ai soldi dei cittadini. 

L’indignazione e la rabbia nei confronti di un sistema ritenuto profondamente ingiusto e di un’amministrazione che aveva tradito il cambiamento promesso in campagna elettorale divennero sempre più difficili da reprimere. Nel luglio 2011, la rivista culturale Adbusters pubblicò un appello per il 17 settembre venturo, invitando i cittadini a riunirsi a Manhattan per “occupare” Wall Street. La proposta si inseriva in una cornice di grande mobilitazione internazionale: tra il 2010 e il 2011 si svolsero tante manifestazioni di protesta sia nei Paesi arabi che nell’Europa che più aveva sofferto il crollo di Lehman Brothers, ovvero quelli mediterranei. A partire dal 17 settembre, con l’occupazione di Zuccotti Park a New York, la protesta si diffuse in tutto il territorio statunitense, nonostante la forte repressione delle forze dell’ordine incontrata nel momento iniziale. 

Si può tracciare una linea di continuità tra Occupy Wall Street e il movimento di Seattle guardando al “processo”, che secondo il sociologo Manuel Castells costituiva il vero messaggio di OWS. Nelle piazze furono organizzati momenti di confronto orizzontali aperti ai cittadini, che giungevano a conclusione soltanto con il raggiungimento del consenso unanime o quasi sulle proposte discusse. Un processo svolto dall’inizio alla fine in assenza di leader, architettato utilizzando le potenzialità della Rete e replicandone le logiche comunicative peer-to-peer. Allo stesso tempo, anche sull’attenzione al tema della disuguaglianza e – come sarebbe emerso con più forza nelle successive diramazioni del movimento – sulla questione ecologica, si può riscontrare una qualche forma di analogia. Basti pensare alle parole chiave fatte proprie dagli attivisti, come “Voi G8, noi 6.000.000.000” (Genova), “Siamo il 99%” (OWS): una forza di riscossa popolare, emersa in nome della redistribuzione, di potere e di risorse.

La reazione nell’era della globalizzazione: il Tea Party

Poco prima della nascita di OWS, la società statunitense aveva dato origine a un altro movimento: il Tea Party. Sebbene anche in questo caso il terreno di incontro fosse di matrice economica, a unire i manifestanti che nei primi mesi del 2009 iniziarono a dare voce e corpo al movimento, non era la convinzione che fosse necessaria una maggiore redistribuzione. Al contrario, credevano che la risposta del governo federale alla crisi comportasse un impegno eccessivo in materia e ne richiedevano pertanto un ridimensionamento, assieme a una diminuzione del deficit e a una maggiore liberalizzazione delle attività economiche. Ma a caratterizzare il neonato movimento non vi era soltanto questo aspetto. 

Più di un autore, tra cui Zeskind, ha interpretato l’emergere del Tea Party alla stregua di una risposta dell’”America bianca” all’elezione del primo presidente afroamericano della storia degli States e al declino demografico della maggioranza WASP. Fin dalla prima manifestazione, nelle fila del movimento si sono segnalati atteggiamenti discriminatori nei confronti delle minoranze e dei migranti, categorie sociali giudicate responsabili di intaccare o minacciare i “valori americani” e, nonostante questo, privilegiate dall’operato del governo. Rispetto alla popolazione nazionale, i cittadini che guardavano con più favore alla retorica e al messaggio erano più inclini a negare che nel Paese vigessero forme di razzismo istituzionale e quindi meno disposte a riconoscere le grandi barriere di accesso che, ancora oggi, esistono nel Paese, ad esempio per la popolazione afroamericana.

Non a caso, la capacità di aggregazione del movimento si è dimostrata più elevata negli Stati della Bible Belt, in cui la questione razziale ha da sempre ricoperto un ruolo centrale. Ma l’ascesa del Tea Party ha riguardato ben più degli undici Stati della secessione sudista, come confermato sia in termini elettorali nel voto di mid-term del 2010 – in cui i repubblicani si sono imposti anche grazie alla sua spinta propulsiva –  sia per l’eredità, in termini di influenza di alcune figure sul dibattito pubblico e di proposta politica più complessiva nella riorganizzazione interna del Partito repubblicano. Come sottolineato dalla scienziata politica Angie Maxwell in vista delle elezioni del 2016 “senza il supporto bianco del Sud, Trump non avrebbe mai guadagnato lo slancio che lo ha reso il candidato più forte”. Un sostegno che, da presidente in carica, ha poi tradotto in una concreta battaglia contro le minoranze e i migranti, lasciando però insoddisfatte le richieste dei manifestanti del 2009 sul piano del deficit e delle finanze pubbliche

A differenza della sostanziale redistribuzione invocata da Occupy Wall Street, su cui pochi politici del Partito democratico hanno in seguito deciso di investire, l’obiettivo del Tea Party era la conservazione e la radicalizzazione di istanze che a lungo avevano contraddistinto il dibattito del Partito repubblicano. A un decennio di distanza dalle relative fortune, il loro pur breve ciclo rimane particolarmente significativo per individuare e comprendere le fratture che attraversano la società e le istituzioni statunitensi nell’era della globalizzazione.

 

Fonti e approfondimenti

Carter, Z., “The Real Problem With Globalization, The Atlantic, 19/07/2021. 

Castells, M. (2012). “Reti di indignazione e speranza: movimenti sociali nell’era di internet”. Università Bocconi

Eisinger, J., “Why Only One Top Banker Went to Jail for the Financial Crisis”, The New York Times, 30/04/2014. 

Friedersdorf, C., “14 Specific Allegations of NYPD Brutality During Occupy Wall Street”, The Atlantic, 25/07/2012. 

Harris, P., MacAskill, E., “US midterm election results herald new political era as Republicans take House”, The Guardian, 03/11/2016. 

Horowitz, J. M., Igielnik, R., Kochhar, R., “American view’s on economic inequality, Pew Research Center, 09/01/2020.  

Maxwell, A., “How Southern racism found a home in the Tea Party”, Vox, 07/07/2016. 

Reich, R. B. (2021). “The system: Who rigged it, how we fix it”. Vintage

Zeskind, L. (2012). “A nation dispossessed: The Tea Party movement and race”. Critical Sociology.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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