Ricorda 1971: Le proteste contro gli Springbok in Australia

Proteste per il tour degli Springbok
Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - @The Tribune / SEARCH Foundation - Wikipedia commons - CC BY SA 4.0

Nel luglio 1971 la trasferta della nazionale di rugby sudafricana in Australia provocò forti proteste da parte dei cittadini. Erano gli anni dell’apartheid e in Sudafrica, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, vigeva un regime fortemente separatista. La segregazione dei neri era sistematica e con essa la privazione di qualsiasi tipo di diritto. Ad esempio, nel 1960 fu introdotta la legge del lasciapassare, che sottoponeva la popolazione non-bianca all’obbligo dell’autorizzazione per accedere alle zone dei bianchi.

Nel 1964 il Sudafrica fu escluso dalle Olimpiadi di Tokyo, atto che diede ufficialmente inizio al boicottaggio sportivo del Paese da parte della comunità internazionale.

Tuttavia, all’inizio degli anni Settanta, l’ostilità nei confronti delle politiche razziali del Sudafrica non era condivisa dal governo conservatore australiano. Nel 1971 gli Springbok, la nazionale sudafricana di rugby, avevano organizzato un tour di 6 settimane in Australia. Questa fu la scintilla che scatenò una serie di proteste da parte di organizzazioni come la AAM (Australian Anti-Apartheid Movement), che coinvolsero un largo numero di cittadini australiani.

Il contesto storico

Due anni prima degli avvenimenti, durante il tour della nazionale di rugby australiana – I Wallabies – in Sudafrica, i giocatori avevano visitato la città di Sharpeville. Quest’ultima era stata la sede di un vero e proprio massacro a danno dei cittadini sudafricani che protestavano contro l’introduzione della legge del lasciapassare: nel marzo 1960 la polizia uccise 69 persone. Le scene alle quali assistettero i Wallabies, raccontate in varie interviste, espressione plastica di una cultura razzista, furono decisive per gettare le basi per quello che sarebbe successo nel 1971.

Al momento dell’annuncio del tour di rugby in Australia del 1971, sette giocatori della nazionale si rifiutarono di partecipare, dichiarando che non avrebbero giocato contro una squadra selezionata su basi razziali. Era la prima volta che un giocatore australiano si rifiutava di rappresentare il suo Paese in campo, e i giocatori furono definiti dal Primo ministro McMahon una “disgrazia”.

La linea ufficiale adottata dall’Australia all’epoca era quella del “non fare entrare la politica nello sport”. Il premier australiano Robert Menzies, in carica all’epoca del massacro di Sharpeville e fino al 1966, dichiarò che nessun membro del Commonwealth avrebbe dovuto criticare le politiche interne di un altro Paese membro. Il suo successore, William McMahon, aveva condannato a parole il regime dell’apartheid ma di fatto non rinunciò ai rapporti di scambio e ai contatti sportivi con il Sudafrica, preferendo una posizione di non interferenza.

La storia della stessa Australia, inoltre, era quella di un contesto sociale profondamente razzista nei confronti della popolazione non bianca, come testimoniato dai numerosi massacri a danno dei nativi australiani, avvenuti senza soluzione di continuità dall’ultimo decennio del ‘700 fino agli anni ‘20 del XX secolo. Oppure, si pensi alla White Australia Policy, una serie di politiche messe in atto per impedire l’immigrazione di persone non europee nel Paese, smantellata completamente solo nel 1973.

Per questo , le proteste in occasione del tour degli Springbok furono un esempio importante del potere delle manifestazioni di massa, oltre a mostrare l’importanza delle lotte antirazziste all’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Le proteste

Inizialmente, l’85% dei cittadini australiani intervistati in occasione del tour degli Springbok si erano detti favorevoli al suo svolgimento. Del resto, il governo australiano aveva già pianificato un altro tour nel proprio territorio, quello della nazionale di cricket sudafricana, in programma quella stessa estate. Chi invece si opponeva al tour sosteneva che lo sport, così come altri aspetti della vita personale civile, fossero inerentemente politici.

Tra questi, i membri dei movimenti anti-apartheid australiani avevano iniziato a mobilitarsi già dopo il massacro di Sharpeville del 1960, seguito da un aumento dell’immigrazione sudafricana in Australia. Tuttavia, le prime organizzazioni di questo tipo erano politicamente moderate e potevano contare su una partecipazione abbastanza bassa nei numeri. Un esempio è il SADAF (South African Aid and Defence Fund), tra i cui membri vi erano arcivescovi cattolici e anglicani, che raccoglieva fondi per la difesa legale dei prigionieri politici in Sudafrica. Anche i gruppi studenteschi australiani avevano preso a cuore la questione dell’apartheid, protestando sempre in maniera non-violenta.

Con il tour degli Springbok del 1971, le proteste assunsero un carattere più radicale, incorporando atti di disobbedienza civile. Peter McGregor, membro dell’AAM (Australian Anti-apartheid Movement), dichiarò in un’intervista che l’idea di ricorrere alla disobbedienza civile arrivò proprio nel periodo tra il 1969 e il 1970. Infatti, fino a quel momento le proteste pacifiche non avevano funzionato, come aveva dimostrato anche l’esperienza della guerra in Vietnam.

Joh Bjelke-Petersen, premier dello Stato australiano del Queensland, dichiarò lo stato di emergenza nel luglio 1971,  in previsione di un match tra i Wallabies e gli Springbok, nel tentativo di controllare le proteste che stavano prendendo piede nell’area di sua giurisdizione. Lo stato di emergenza durò 30 giorni e per scoraggiare i manifestanti, il Brisbane Showground venne trasformato in una specie di fortezza.

Il boicottaggio

Lo stato di emergenza fu dichiarato a seguito di una serie di proteste che infiammarono l’Australia per giorni. Le proteste partirono sin dalle prime partite del tour, a Perth e Adelaide, su iniziativa di alcuni gruppi studenteschi, ma assunsero ben presto un carattere trasversale. I lavoratori delle linee aeree TAA e Ansett, rispettivamente pubblica e privata, si rifiutarono di trasportare gli Springbok. La squadra venne bandita da una delle vinerie più grandi della valle di Barossa e da quasi tutti i club e gli hotel di Adelaide, in un crescendo di ostilità che il governo non poteva più ignorare.

A Melbourne 650 poliziotti armati di randello si scontrarono con 5000 manifestanti, principalmente studenti. Lo stesso scenario si ripeté fuori dall’Olympic Park di Sydney. Il 6 luglio, il perimetro del Sydney Cricket Ground era protetto da 300 poliziotti e da filo spinato. Per evitare di essere interrotti dalle proteste, la partita si svolse senza giochi preliminari, senza inni né formalità di alcun tipo. Tuttavia, i manifestanti entrarono pagando regolarmente il biglietto e, una volta dentro, 2500 di loro iniziarono a lanciare oggetti in campo, tra cui fuochi d’artificio, accompagnando la contestazione con slogan e canti di protesta.

Quando la nazionale sudafricana lasciò definitivamente il Paese, La polizia aveva effettuato più di 700 arresti di cittadini australiani. La repressione delle forza dell’ordine nei confronti dei manifestanti fu particolarmente dura, così come la linea del governo. Le proteste del 1971 portarono però alla cancellazione del tour della nazionale sudafricana di cricket, previsto in Australia poco tempo dopo.

Conclusione

Il presidente dell’ACB (Australian Cricket Board) – conosciuta oggi con il nome di Cricket Australia -, Donald Bradman, giustificò la cancellazione del tour di rugby sostenendo che la federazione si opponeva al regime di apartheid.

Il sistema dell’apartheid era in vigore dal 1948 e fino a quel momento la federazione non si era mai opposta alla partecipazione della nazionale sudafricana alle iniziative sportive. Anche da questo, si capisce l’importanza della crisi politica nazionale provocata dalle sei settimane di protesta.

Il successivo governo, guidato dal laburista Whitlam, adottò una politica anti-apartheid e dichiarò di voler ostracizzare il Sudafrica, rifiutandosi di ospitarne le squadre sportive. Negli anni successivi la politica australiana si fece via via più progressista su temi come la discriminazione razziale, i diritti territoriali degli aborigeni, l’immigrazione e la multiculturalità.

Nonostante i fattori che portarono a questi cambiamenti siano stati molteplici, le proteste contro gli Springbok riuscirono a dare un fortissimo segnale alla politica australiana e portarono a un cambiamento significativo ed effettivo non solo nella politica estera ma anche in quella interna.

 

 

Fonti e approfondimenti

Clark, Jennifer (1998). “’The Wind of Change’ in Australia: Aborigines and the International Politics of Race, 1960-1972. The International History Review.

Scot (2015). “Black-Bans and Black Eyes: Implications of the 1971 Springbok Rugby Tour”. Labour History.

Solidarity, “1971 Springbok tour: When campaigners scored a victory against racism”, 28/9/2011.

Varney, Wendy (2001). “Tackling Apartheid: Reflections on the 1971 Anti-Tour Campaign,” Gandhi Marg: the Quarterly Journal of the Gandhi Peace Foundation.

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