Ricorda 2001: La riconferma di Khatami e l’inizio della fine per la speranza riformista

Mohammad Khatami, presidente dell'Iran nel 2001
@Hassan Ghaedi - WikiMedia Commons - License CC BY 4.0 Remix di Riccardo Barelli - Lo Spiegone

L’8 giugno 2001, mentre i cittadini iraniani inserivano entusiasticamente le proprie schede all’interno delle urne elettorali per spingere Mohammad Khatami alla vittoria, nessuno si aspettava che vent’anni dopo il super conservatore Ebrahim Raisi sarebbe stato il protagonista di un’elezione con un così basso tasso di affluenza.

Il miracolo politico di Mohammad Khatami sembrava appena iniziato e dopo quattro anni la sua promessa di democratizzazione del Paese pareva veritiera. Molti parlavano del presidente come del “Gorbacev iraniano” che avrebbe potuto abbattere quello che lui definiva “il muro della sfiducia” del regime iraniano.

Usciti dal seggio, molti cittadini iraniani avranno pensato di aver partecipato a un momento storico. A vent’anni, sappiamo che così non è stato: le previsioni parlavano di una democratizzazione imminente, ma basta guardare l’attuale situazione del Paese per capire che è accaduto il contrario, come testimoniano i candidati, il risultato e l’affluenza delle elezioni del 18 giugno 2021. Capiamo quali erano le promesse e perché gli iraniani riformisti riponevano la propria fiducia in Khatami, perché queste promesse sono state tradite e che ruolo ha avuto il contesto internazionale e la strategia dell’establishment conservatore.

Le premesse c’erano, ma lo stato profondo non c’è mai stato

Alla vigilia del voto, Khatami arrivava con un record positivo. Nei primi quattro anni il presidente era riuscito ad aprire una nuova fase al governo, nonostante il sistema conservatore avesse cercato di opporsi in modo anche profondamente violento al cambiamento.

Durante il suo primo mandato, infatti, non si erano fermati gli omicidi mirati di esponenti riformisti e intellettuali critici del regime, ma qualcosa era cambiato nell’ufficio della presidenza e il popolo lo vedeva. Il Paese incominciava a mostrare un volto diverso da quello che dal 1979 ne era invece l’emblema: quello della Guida Suprema ormai defunta Ruhollah Khomeini.

Il grande Ayatollah e padre della rivoluzione, nonostante fosse morto nel 1989, era comunque stato presente nel potere esecutivo fino a Khatami. Vi erano stati altri quattro presidenti prima di lui, fra tutti Rafsanjani, l’uomo che insieme a Khomeini aveva retto il Paese fino a quel momento e ne aveva guidato in qualche modo la parte moderata. Nonostante Rafsanjani avesse rappresentato un momento di svolta economica, con Khatami qualcosa in più era cambiato. Le riforme politiche non erano state solo annunciate, come sotto la precedente amministrazione, ma veramente portate in Parlamento e approvate. Le critiche agli apparati di sicurezza erano arrivate anche dall’ufficio di presidenza ed era iniziata una massiccia campagna contro gli omicidi di personaggi riformisti, con varie visite da parte del presidente ai parenti delle vittime. Si erano persino visti alcuni processi portati avanti da giudici riformisti. La povertà era calata: quella assoluta dal 18% al 14% nel giro di quattro anni; quella relativa ancora più, scendendo di dodici punti percentuali. La redistribuzione della ricchezza sembrava un fenomeno appena iniziato, ma destinato a trasformarsi in una costante del “nuovo” Iran.

Questo era costato molto a Khatami e il popolo lo sapeva. Saeed Hajjarian, principale stratega politico ed elettorale di Khatami, all’indomani del voto del 2001, fu avvicinato in piazza da un estremista, che lo colpì con quattro colpi di pistola. Riuscì a salvarsi solo per miracolo. Mostafa Tajzadeh, vice ministro degli Interni della presidenza Khatami, da sempre uno degli uomini più vicini al presidente, ricevette un anno di carcere da un giudice conservatore, con delle false accuse riguardo reati di opinione, solo per toglierlo di mezzo in vista delle elezioni che avrebbe dovuto controllare, viste le funzioni del suo ruolo.

Le elezioni e la frustrazione successiva

È con questa situazione che Khatami si presentò alle elezioni nel giugno del 2001 e ottenne una vittoria inaspettata. È molto difficile per un presidente uscente che cerca la riconferma superare il risultato della tornata precedente, soprattutto se è un riformista. Si sa, infatti, che l’apparato conservatore rende praticamente impossibile l’azione di un esecutivo riformista, si veda la parabola di Hassan Rouhani. Khatami era però riuscito a portare risultati soddisfacenti.

Per questo il voto fu un trionfo. Il presidente uscente aumentò di ben otto punti percentuali il proprio margine, rifilando più di cinquanta punti di distacco ad Ahmad Tavakkoli, il candidato conservatore, che raggiunse il peggior risultato nella storia delle elezioni iraniane.

Dopo il voto, quindi, le aspettative erano massime, ma tutto, da quel momento, è iniziato ad andare male, sia internamente al Paese, sia esternamente.

L’attacco alle Torri Gemelle del 11 settembre 2001 e il nuovo riposizionamento degli Stati Uniti rivoluzionò tutta la regione in modo vertiginoso. La principale vittima di tutto questo sconvolgimento fu la politica estera di Khatami. L’inserimento del Paese, da parte di Bush, nella lista dell’“Asse del male” mise la parola fine al tentativo con cui il presidente stava cercando di riappacificarsi con gli USA e con i Paesi del Golfo.

I successivi attacchi degli USA a Iraq e Afghanistan colpirono in modo duale l’esecutivo riformista iraniano. Da una parte, infatti, il Paese divenne il punto di arrivo di una moltitudine di profughi e gruppi paramilitari e terroristici; dall’altra, l’instabilità politica dei vicini fu una ghiotta occasione colta al volo dall’establishment conservatore. Fu in questo momento che le Guardie Rivoluzionarie e l’intelligence iniziarono a penetrare l’Iraq e l’Afghanistan, rinsaldando l’alleanza con la Siria e trasformando Hezbollah nel pilastro che è oggi. Gli uomini del Generale Qassem Soleimani iniziarono a costruire quello che Vali Nasr chiamerà «la rinascita della mezzaluna sciita».

La nuova spinta in politica estera portò anche una conseguenza in politica interna. L’establishment conservatore ritrovò forza, coraggio e prospettive che sembrava avere perso alla fine degli anni Novanta. La politica interna iraniana si trasformò in quello che nella teoria dei giochi è chiamato “Chicken game”, esemplificabile in due macchine che corrono l’una verso l’altra e nessuna delle due è disposta a sterzare; il rischio è quello di scontrarsi, a meno che uno non decida di scostarsi all’ultimo, ma in questo modo non vi è alcun modo di dialogare. Il risultato fu che i riformisti furono costantemente messi alle corde. I conservatori, infatti, iniziarono a essere incredibilmente oltranzisti in tutto, con il vantaggio di avere un apparato in grado di colpire con la violenza, differentemente dai riformisti, che ne erano sprovvisti. Qualsiasi sforzo della parte di Khatami fu bloccato sul nascere e iniziò anche una strategia del divide et impera.

I conservatori e le Guardie Rivoluzionarie decisero di portare allo sfinimento la parte avversaria. I più rivoluzionari tra i riformisti decisero di iniziare a opporsi a questa strategia. Sotto la spinta di infiltrati nell’apparato di sicurezza si iniziò a diffondere propaganda oltranzista con critiche al regime e posizioni favorevoli alla destituzione della Rivoluzione Islamica. I più moderati tra i riformisti furono dunque messi alle strette in tutti i luoghi istituzionali e obbligati a scegliere da che parte stare.

Questo processo iniziò quel percorso che si suggellerà nella notte del 12 giugno 2009, quando nacque il Movimento Verde. Questo si oppose con enormi manifestazioni di piazza ai brogli elettorali che portarono all’elezione di Ahmadinejad a scapito del candidato riformista Hossein Mousavi. Nello stesso momento si certificò la spaccatura nel movimento riformista. I sostenitori di Mousavi scesi in piazza e i giovani critici del regime si ritrovarono soli, privi del supporto dei pragmatici e dei riformisti presenti nei palazzi del potere, che decisero di non supportare le manifestazioni, sancendo, di fatto, la vittoria dei conservatori.

L’elezione di Ahmadinejad chiuse la parabola di Khatami, lasciando una pesante eredità di frustrazione e sfiducia. È facile fare un paragone con la fine dell’esperienza Rouhani, che sembra quasi ricalcare la traiettoria dei primi Duemila con lo stesso bagaglio di frustrazione e delusione. La domanda naturale è: quale può essere il futuro di un Paese così deluso e chiuso?

 

 

Fonti e approfondimenti

Parsi, Trita, “The Kingmaker in Iran’s Presidential Election“, Foreign Affairs, 14/5/2017.

Talwar, Puneet, “Iran in the Balance, Foreign Affairs, luglio-agosto 2001.

 

 

Editing a cura di Niki Figus 

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