Raisi trionfa nelle urne, ma potrebbe perdere il Paese

Una bandiera dell'Iran Pasdaran
@Marc Mongenet - Wikimedia Commons - License CC BY-SA 3.0

Gli elettori iraniani hanno deciso che Ebrahim Raisi sarà il nuovo presidente. 17 milioni di elettori hanno deciso di dare fiducia all’attuale capo della magistratura ed espressione diretta della Guida Suprema. L’elezione dell’ultra conservatore non è mai stata in dubbio, l’esclusione di tutti i candidati competitivi gli ha infatti spianato la strada.
L’attenzione era tutta posta sull’affluenza. Il regime iraniano ha sempre usato la partecipazione alle tornate elettorali come barometro del proprio stato di salute. Gli inviti al boicottaggio del voto sono però stati recepiti chiaramente dall’elettorato giovane e riformista. È andato a votare il 48,8% degli aventi diritto, il dato più basso nella storia delle elezioni presidenziali, superato solo dalle parlamentari del 2018.
Il trend parla chiaro: la parte più aperta e riformista dell’elettorato non crede più nei percorsi democratici del Paese. Il secondo dato che ci conferma questa visione è il numero delle schede annullate o bianche. Le schede nulle sono infatti al secondo posto, ben sopra i candidati deboli che il Consiglio dei Guardiani ha ammesso alla tornata elettorale.

Chi ha votato e chi no?

Dovremo aspettare molti mesi prima di avere dei flussi e delle mappe elettorali precise, ma possiamo iniziare a dire chi si è recato alle urne e chi no, guardando alla ripartizione dei seggi. I populisti di Ahmadinejad, i riformisti di Khatami e larga parte dei giovani, anche quelli legati alle Guardie Rivoluzionarie, non sembrano essere andati a votare.
I seggi nelle zone rurali sembrano deserti, con i voti provenienti unicamente dalle comunità vicine all’establishment religioso. Nelle grandi città tutto è dipeso dall’area. Nel Sud di Teheran, i seggi sono stati boicottati maggiormente rispetto al centro e alle aree più occidentali, dove invece i conservatori hanno attirato più elettorato.
I pragmatici legati a Rouhani e Rafsanijani si sono recati a votare tentando di convergere sull’ex capo della Banca centrale iraniana, Hemmati. Nelle ultime ore, hanno anche fatto pressioni su Khatami per cercare di farlo convergere sul nome insieme al suo gigantesco bacino elettorale, ma i riformisti questa volta non hanno voluto partecipare.
Come questi ultimi, anche i militari e i gruppi nazionalisti hanno deciso di mancare l’appuntamento, questo messaggio non è incoraggiante per il presidente entrante, che avrà il mandato profondamente inficiato da questo risultato.

I centri di potere si scansano e adesso cosa ne sarà del regime?

Il risultato era facilmente prevedibile, ma adesso che è realtà va interpretato per carpire i messaggi che i vari centri di potere hanno mandato alla Guida Suprema. La strategia di Khamenei di spianare la strada a Ebrahim Raisi ha portato i suoi effetti, sperati e non. L’establishment religioso adesso controlla le due massime cariche del Paese, avendo il potere non solo di bloccare e consigliare, ma anche quello di proporre (soprattutto in politica estera).
Voci di corridoio raccontano che la delegittimazione della carica elettiva fosse uno degli obiettivi della Guida Suprema e, soprattutto, del suo cerchio magico guidato dal figlio, Mojtaba Khamenei. Il piano sarebbe quello di sfruttare questa lontananza con i cittadini per riformare il sistema, eliminare la figura del presidente, fondendola con il Leader Supremo, inserendo poi un Primo ministro meramente simbolico. Se questo dovesse accadere si passerebbe da un regime presidenziale a uno parlamentare. In questo modo il clan di Khamenei pensa di poter influenzare la politica del Paese anche alla morte dell’attuale Leader, magari mettendo nel ruolo di presidente/guida suprema proprio Raisi (agli occhi di molti un burattino nelle mani di Mojtaba Khamenei).
Il piano è ambizioso e rischioso perché sembra non fare i conti con quelli che proprio due giorni fa, durante le elezioni, hanno dimostrato di poter pesare profondamente: gli altri centri di potere del Paese.
I militari e le Guardie Rivoluzionarie potrebbero accettare questo cambiamento? Se il lato religioso e secolare della Repubblica Islamica dovessero condensarsi in una sola figura, perché non cercare di mettervi uno dei proprio uomini? La morte di Qassem Soleimani li ha indeboliti notevolmente, privandoli di un leader carismatico nel Paese, ma potrebbero trovarne un altro.
Oltre ai militari e ai nazionalisti vi sono i riformisti, che hanno dimostrato attraverso le urne di poter minare la legittimità del regime quando vogliono. Sanno di aver presa sui giovani, in particolare nelle città, e sono consci di contare profondamente nei dialoghi con l’Occidente, partner fondamentale per l’Iran, una volta capito che la Cina non può salvare il Paese. Con i conservatori all’esecutivo, dovendo gestire la più dura crisi economica della storia del Paese, la domanda che molti riformisti si fanno è «Perché non aspettare? Gli iraniani si sono rivoltati contro lo Scià per la crisi economica e la povertà, quanto ci metteranno a scacciare gli Ayatollah adesso che sono loro a gestire tutto?». La strategia dell’attesa potrebbe spiegare la tendenza a nascondersi di alcuni candidati riformisti, come Javad Zarif.

Cosa ci dovremo aspettare dall’Iran di Raisi?

Mentre il regime si interroga sul dopo, quale volto avrà l’Iran di Raisi? La prima conseguenza sarà visibile in particolare sul tema delle libertà. Il Paese si chiuderà e probabilmente alcune delle concessioni che Rouhani aveva lasciato ai giovani verranno ritirate. In politica economica, è probabile un ritorno alle visioni oscurantiste della parte più radicale dei conservatori. È probabile che si faranno passi indietro sul tema della trasparenza: aumenteranno le zone grigie del sistema produttivo nelle mani di notabili.
Le aspettative più grosse sono però per la politica estera. La domanda che ci si poneva già a poche ore dalla vittoria di Raisi era: come potrà il presidente Biden dialogare con un leader sotto sanzioni statunitensi? Il nuovo capo dell’esecutivo iraniano è infatti nel mirino del ministero della Giustizia americano per aver ordinato l’esecuzione di oppositori politici. Dipanare questo dubbio sarà centrale. L’accordo potrebbe essere portato a termine comunque, ma non sarà facile.


Fonti e approfondimenti

Al monitor staff, Apathy shadows Iran vote but that doesn’t mean change won’t follow, Al monitor, 18 giugno 2021.
Parisa Hafezi, Khamenei protege wins landslide in Iran vote amid low turnout, Reuters, 19 giugno 2021.
BBC World News staff, Iran election: Hardliner Raisi will become president, BBC, 19 giugno 2021.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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