Il personaggio dell’anno: Tarek Bitar

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Dopo oltre un anno, i responsabili dell’esplosione che il 4 agosto 2020 ha colpito il porto di Beirut non sono ancora stati identificati. Attualmente, le indagini sono state affidate al giudice Tarek Bitar. Non tutti i cittadini libanesi sono però d’accordo sull’andamento del processo. Proprio nella capitale, lo scorso 14 ottobre centinaia di esponenti del gruppo militante sciita filo-iraniano Hezbollah e i correligionari del movimento Amal si sono radunati sotto la guida del presidente del Parlamento Nabih Berri nei pressi della rotonda Tayouneh, tra il quartiere sciita di Dahieh e quello cristiano-maronita di ’Ain Remmeneh. Lo scopo di questa manifestazione era proprio quello di ottenere l’estromissione di Bitar dalle investigazioni relative all’esplosione. 

Secondo le ricostruzioni, la tragedia è da attribuirsi alla deflagrazione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio che erano state confiscate nel 2014 dal governo libanese dalla nave abbandonata M/N Rhosusm e depositate nel porto senza misure di sicurezza. L’evento ha provocato 217 morti, oltre 7000 feriti e 300 mila sfollati.

Tarek Bitar è incaricato di indagare sulle responsabilità politiche dell’esplosione. Si trova quindi in una posizione molto delicata, che lo sta esponendo a pesanti critiche e al rischio di scontro con personaggi influenti sia in Libano che all’estero. Il magistrato è stato infatti accusato dai militanti di Hezbollah e Amal di aver politicizzato l’inchiesta a causa di bias e pregiudizi personali, oltre che di star svolgendo il proprio lavoro inadeguatamente.

Inoltre, durante le proteste, i movimenti sciiti hanno accusato esplicitamente il partito cristiano-maronita delle Forze libanesi (FL) di aver dispiegato gruppi di cecchini sui tetti vicini alla rotonda Tayouneh. Le manifestazioni si sono trasformate ben presto in scontri armati, provocando la morte di sette persone e oltre sessanta feriti. Questi eventi hanno riportato nelle menti di molti lo spettro della guerra civile, combattuta nel Paese dal 1975 al 1990.

La carriera di Tarek Bitar

Nato nel 1974 da una famiglia laica cattolica del Libano settentrionale, Bitar ha ottenuto la laurea in Legge alla “al-Jami’at al-Lubnaniya” di Beirut (Università libanese). Ha iniziato la sua carriera professionale lavorando come avvocato per alcuni mesi, prima di entrare all’Istituto di studi giudiziari per completare la propria formazione come magistrato nel 1999. All’inizio dell’anno successivo, è divenuto membro del Tribunale di prima istanza del nord del Libano, specializzandosi in seguito in diritto penale. Nel 2010, è stato nominato procuratore per le province settentrionali, carica che ha mantenuto fino al 2017, quando è stato nominato capo della Corte penale di Beirut

Lungo il corso della sua carriera, Bitar ha emesso numerose sentenze in casi che hanno scosso l’opinione pubblica libanese. Nel 2012, ha condotto l’indagine sull’uccisione di un cameraman del canale televisivo libanese indipendente al-Jadeed, Ali Chaabane, nella località di Wadi Khaled al confine con la Siria. Bitar ha accusato l’esercito siriano di essere il mandante dell’uccisione, basandosi sull’esame del veicolo in cui viaggiava Chaabane e sulla direzione delle riprese stabilendo che la traiettoria dei proiettili esplosi partiva dal lato siriano del confine. 

Alla fine del 2018, invece, Bitar ha richiesto la pena di morte a carico di Tarek Yatim, accusato di aver accoltellato a morte Georges el-Rif in una strada senza uscita nel quartiere beirutino di Gemmayzeh per diritto di passaggio. Infine, lo scorso anno, ha portato a termine l’indagine sul caso di Ella Tannous, una ragazza che ha subìto l’amputazione degli arti alla nascita a causa di un’infezione batterica. La vicenda giudiziaria si trascina dal 2015: le indagini di Bitar hanno concluso che l’infezione era stata causata da un errore medico, portando alla condanna di due ospedali privati di Beirut e di due medici. 

Grazie a queste e altre sentenze, Bitar, nonostante la giovane età, si è guadagnato la reputazione di personaggio austero, schivo e, incorruttibile, soprattutto per la sua mancata affiliazione a partiti o movimenti libanesi, caso più unico che raro visto il clientelismo della classe dirigente del Paese dei cedri. 

Il passaggio di eredità da Fadi Sawwan a Bitar

A febbraio 2021, la figura di Tarek Bitar in qualità di capo delle indagini sul porto è stata proposta al Consiglio superiore della magistratura dalla ministra della Giustizia Marie-Claude Najm. Bitar ha accettato l’incarico, nonostante lo avesse rifiutato nei mesi precedenti, poco prima che venisse nominato il giudice inquirente Fadi Sawwan

Bitar è infatti subentrato a Sawwan, rimosso nel dicembre 2020 dalla Corte di cassazione a seguito di forti pressioni politiche per aver incriminato tre ex-ministri. L’inchiesta è stata poi temporaneamente sospesa. In quell’occasione, Sawwan aveva accusato di negligenza sia l’ex Primo ministro libanese Hassan Diab, che gli ex ministri dei Lavori pubblici Ghazi Zuaiter e Youssef Fenianos, i quali negli anni passati erano stati avvisati più volte dei rischi legati ai ritardi nello smaltimento del nitrato di ammonio immagazzinato al porto beirutino. 

I due ex-ministri erano stati chiamati a presentarsi in tribunale per essere interrogati, ma si sono sistematicamente rifiutati facendo ricorso alla loro immunità parlamentare. Sawwan, tra l’altro, avrebbe voluto avviare un procedimento contro Georges Haswani e Issam Khouri, due uomini d’affari siriani vicini al regime di Bashar al-Assad, che secondo le indagini sarebbero stati coinvolti nell’importazione di nitrato nel Paese. 

Bitar ha proseguito il lavoro di Sawwan e ha aperto un fascicolo contro nove personalità ai vertici delle istituzioni e dei servizi di sicurezza, indicate come presunti corresponsabili del disastro. Tra queste compare Abbas Ibrahim, capo dell’intelligence libanese. 

Nei giorni precedenti agli scontri dello scorso ottobre, Bitar aveva emesso un mandato d’arresto nei confronti dell’ex ministro della Salute e delle Finanze, Ali Hassan Khalil, già sotto sanzioni da parte degli Stati Uniti per il suo sostegno a Hezbollah, nonché braccio destro del presidente del Parlamento e leader di Amal, Nabih Berri.

Molti temono che l’indagine possa essere nuovamente boicottata da un establishment troppo impegnato a difendere le proprie posizioni dominanti. La natura stessa del caso (che richiede di identificare e condannare i responsabili dell’importazione del nitrato d’ammonio nel porto beirutino, del suo stoccaggio in condizioni non sicure e l’effettiva causa dell’esplosione) e gli individui che vi sono implicati danno all’inchiesta una connotazione fortemente politica, come già dimostrato dalla rimozione di Sawwan. 

Lo scorso 27 settembre, l’inchiesta è stata nuovamente sospesa dopo che i legali dell’ex ministro degli Interni Nuhad Mashnuq hanno presentato una ricusazione contro Bitar, basata su una presunta parzialità del lavoro del giudice. Per legge, la Corte d’appello di Beirut è tenuta a esaminare la richiesta e, fin quando non si sarà espressa, l’indagine è formalmente sospesa. 

In tale contesto, il 25 novembre le famiglie libanesi delle vittime dell’esplosione hanno voluto manifestare la loro solidarietà al giovane giudice davanti al palazzo di Giustizia di Beirut. Di fatto, per i familiari coinvolti, l’indagine di Bitar costituisce l’unica speranza di ottenere verità e giustizia. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Abi-Nassif, Christophe, “Making sense of the beirut clashes”, Middle East Institute, 15/10/21. 

Amnesty International, “Suspension of investigation into Beirut blast points to authorities’ brazen attempts to obstruct justice”, 27/09/21. 

Assaf, Claude, “Tarek Bitar à «L’Orient-Le Jour»: Je ne laisserai pas l’enquête dévier”, L’Orient-Le Jour, 22/02/21. 

Azhari, Timour, “Fadi Sawwan: The man leading the Beirut explosion investigation”, Al-Jazeera, 21/08/20. 

Chehayeb, Kareem, “Lebanese Forces leader summoned to testify about Beirut clashes”, Al-Jazeera, 25/10/21. 

Mahmut, Geldi, “Who is Tarek Bitar? Judge heading probe into deadly Beirut Port blast”, Anadolu Agency, 16/10/21.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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