Opporsi alla transizione ecologica: le attività dell’industria fossile statunitense

Opporsi alla transizione ecologica
WClarke - Wikimedia Commons - CC BY-SA 4.0

In Tempi difficili, romanzo del 1854, Charles Dickens descrisse con estremo realismo la città fittizia di Coketown, un luogo pensato basandosi sulla realtà della rivoluzione industriale inglese dell’epoca. Un luogo insalubre per i suoi abitanti, fatto di palazzi di mattoni rossi anneriti dalla cenere e dal fumo prodotti dalle alte ciminiere delle industrie. Una descrizione metaforica utilizzata per sottolineare gli aspetti negativi dell’eccessiva industrializzazione.

Oggi, nel 2021, e già da tempo, si discute della necessità di dover portare a compimento la transizione ecologica e di passare a un modello di industrializzazione maggiormente sostenibile e pulito. Un modello “green, come imposto dalla dizione anglofona, in grado di contenere il riscaldamento globale sotto la fatidica soglia dei 2 gradi centigradi. Soglia che se raggiunta, o superata addirittura, porterebbe a gravi conseguenze ambientali.

Gli Stati Uniti non sono esenti da tale dibattito, fra vari progetti di intervento e discussioni in termini economici e geopolitici. A opporsi ai ferventi sostenitori, la categoria conservatrice, quella delle grandi industrie fossili, pronte a difendere il loro modello di business, nonostante tutto.

La forza dell’industria fossile

I giganti petroliferi statunitensi sono fra le entità che spendono maggiormente in azioni di lobbying e rappresentanza di interessi. Koch Industries, Chevron, ExxonMobil e Royal Dutch Shell sono le più note imprese da questo punto di vista, spendendo ogni anno milioni di dollari a tutela delle loro attività. Il totale speso in lobbying nel 2021, da tutte le industrie che trattano petrolio e gas naturale, ammonta a circa 82 milioni di dollari.

Nel mese di aprile, Royal Dutch Shell ha pubblicato un rapporto dove, autoelogiandosi, riportava i propri investimenti nelle energie rinnovabili. Lo stesso giorno, tuttavia, la stessa grande impresa ha rivelato che la più grande donazione fatta lo scorso anno aveva avuto come beneficiario l’American petroleum institute (API). Una donazione da 10 milioni di dollari.

L’API svolge un ruolo di primo piano come una delle principali organizzazioni guida nelle relazioni dell’industria petrolifera al Congresso, aiutando i propri affiliati grazie ai forti legami politici a Washington.

Contrariamente alle dichiarazioni rilasciate da Shell a sostegno dei veicoli elettrici, Mike Sommers, amministratore delegato di API, si è impegnato nel combattere le misure ambientali di Joe Biden. Sommers ha affermato infatti, che una «transizione affrettata» ai veicoli elettrici fa parte di «un’azione del governo per limitare la scelta di trasporto degli americani».

Anche ExxonMobil e Chevron hanno finanziato l’API, senza però rivelare pubblicamente i loro contributi. I critici accusano Shell e le altre importanti compagnie petrolifere di utilizzare l’API come copertura. Infatti, mentre conducono campagne pubblicitarie affermando di prendere sul serio l’emergenza climatica, il gruppo commerciale a cui si appoggiano lavora dietro le quinte del Congresso per bloccare o indebolire la legislazione ambientale.

Il senatore democratico del Rhode Island Sheldon Whitehouse ha dichiarato che l’industria petrolifera e del gas ora riconosce che non è più «socialmente accettabile» negare apertamente il cambiamento climatico e che le aziende si sentono da questo punto di vista sotto pressione e affermano conseguentemente di sostenere nuove soluzioni energetiche meno dannose per l’ambiente. Ma ciò non significa che le loro affermazioni debbano essere prese alla lettera.

Scontri e influenze

Con Biden alla Casa Bianca e la crescente consapevolezza pubblica del riscaldamento globale, ci sono segnali che l’influenza dell’API potrebbe indebolirsi, mentre i suoi membri si dividono su come rispondere. La compagnia petrolifera francese Total, ad esempio, ha lasciato il gruppo all’inizio di quest’anno, proprio a causa delle sue politiche climatiche. Anche gli azionisti di Exxon e Chevron sembra stiano facendo pressioni sulle imprese affinché abbandonino la dipendenza dal petrolio, seppur con risultati limitati.

L’API sta anche combattendo un numero crescente di cause legali, guidate dallo stato del Minnesota, secondo cui il gruppo commerciale, lavorando al fianco di ExxonMobil e delle Koch Industries, è stato al centro di una “campagna di disinformazione” decennale per conto dei giganti petroliferi allo scopo di negare la minaccia dei combustibili fossili.

Nonostante ciò l’API sta ancora facendo pressioni per bloccare i progressi, con la benedizione dell’industria petrolifera. «Il loro sforzo politico a questo punto è puramente negativo, puramente contro una seria legislazione sul clima. E molti di loro continuano a finanziare i negazionisti fraudolenti del clima che sono stati i loro portavoce per un decennio o più», ha continuato Whitehouse.

Il suo consiglio di amministrazione è stato dominato da pesi massimi delle compagnie petrolifere come Rex Tillerson, già amministratore delegato della Exxon che divenne segretario di Stato di Donald Trump, e Tofiq Al Gabsani, capo della Saudi Refining, una sussidiaria del gigante statale del petrolio Aramco. Al Gabsani è stato anche registrato come lobbista per il governo saudita.

L’API ha anche assunto lobbisti professionisti tra cui Philip Cooney, capo dello staff del Council on environmental quality sotto George W. Bush fino al 2005, quando venne  costretto a dimettersi dopo aver manomesso delle prove scientifiche riguardanti il cambiamento climatico. Poco dopo, Cooney fu assunto dalla Exxon.

Rapporti politici

L’anno scorso, l’API ha indirettamente donato 5 milioni di dollari al fondo conservatore per la leadership del Senato per sostenere i candidati alle elezioni repubblicane e alle campagne dei membri dei comitati per l’energia in entrambi i rami del Congresso.

Il che non stupisce, anche alla luce di ciò che abbiamo già detto. Alle ultime presidenziali circa l’85% dei finanziamenti alla politica da parte delle industrie fossili sono confluiti a Donald Trump, altri candidati repubblicani ed entità conservatrici.

Allo stesso modo c’è da dire che le big oil hanno fatto donazioni, in misura minore, anche verso i democratici. La Chevron ha infatti contribuito per circa il 28% dei suoi fondi politici rispetto al 26% del 2016. Exxon ha inviato il 41% dei suoi contributi a candidati democratici, rispetto al 32,6% delle precedenti elezioni presidenziali. La spesa di 4,9 milioni di dollari di Chevron serve a «sostenere l’elezione di candidati che credono, come noi, nel valore dello sviluppo responsabile di petrolio e gas naturale e di organizzazioni e misure allineate con i nostri interessi commerciali», ha affermato il portavoce Sean Comey.

La Energy transfer partners di Kelcy Warren ha donato circa 13,9 milioni di dollari nell’ultimo ciclo elettorale, rispetto ai 2,3 milioni del 2016. Warren controlla la Dakota Access Pipeline, che trasporta petrolio greggio dal North Dakota al Midwest e durante il quadriennio dell’amministrazione Trump ha ricevuto l’appoggio della Casa Bianca. Tanto da far organizzare a Warren una raccolta fondi per Trump nella sua casa di Dallas.

Impatto, difficoltà e prospettive della transizione ecologica

Nonostante le difficoltà, la transizione ecologica rappresenta quindi il passo da dover compiere per evitare l’avvento di una catastrofe ambientale. Tuttavia, una politica del genere richiederebbe un forte e celere impegno, molto spesso (se non sempre) rallentato all’interno dei vari processi politici e dallo scontro fra i differenti interessi presenti nell’arena politica di cui abbiamo parlato.

Per procedere speditamente, i legislatori devono affrontare l’impatto geografico delle energie rinnovabili, in particolare la minaccia di perdere posti di lavoro legati all’estrazione di combustibili fossili.

Nonostante il calo occupazionale in corso in alcune regioni, le industrie energetiche tradizionali forniscono ancora molti posti di lavoro, offrendo formazione e una retribuzione più elevata con requisiti di istruzione anche inferiori. E poiché le industrie dei combustibili fossili producono e distribuiscono beni energetici a livello nazionale e globale, sono degli importanti generatori di fisco a livello locale e federale.

Nel 2019, quasi 1,7 milioni di persone hanno lavorato nelle industrie dei combustibili fossili. Anche se il numero può sembrare relativamente piccolo, si tratta di tanti lavoratori quanti quelli nei negozi di abbigliamento o nelle strutture di assistenza infermieristica. E poiché i posti di lavoro nel settore fossile sono concentrati geograficamente, creano un’influenza smisurata sulle loro economie locali e sull’opinione pubblica riguardo alle questioni climatiche

Questi luoghi di lavoro tendono a raggrupparsi in una vasta gamma di contee, dalle metropolitane di Los Angeles e Houston alle contee montuose del Wyoming e della Pennsylvania. In alcune contee del Texas occidentale, ovvero Oklahoma, Wyoming, North Dakota e West Virginia, dal 30% al 50% di tutti i lavoratori sono impiegati in queste industrie. Per i residenti di queste contee i lavori nel settore energetico hanno un impatto enorme e in molte di queste aree si tende a votare per i repubblicani, i quali molto spesso sono scettici sulla transizione e sul cambiamento climatico in generale.

Nonostante la necessità di fare ciò che è giusto per il pianeta, la transizione verso un’economia pulita non è quindi semplice. I lavoratori del settore dei combustibili spesso vedono questa transizione con scetticismo e paura, portandoli a rivolgersi alla politica per proteggere le loro condizioni.

Per rompere questo blocco politico, quindi, i leader federali e statali devono convincere queste comunità che l’economia pulita non minaccia il loro futuro e che la transizione fornirà posti di lavoro sostenibili. Brookings, attraverso un’analisi geografica, ha infatti rilevato che molti attuali hub dove vengono lavorati i combustibili fossili sono siti ideali per la produzione di energia rinnovabile. In totale, un quarto delle contee degli Stati Uniti con il maggior potenziale per la generazione di elettricità sia eolica che solare sono infatti anche hub di combustibili fossili.

Ciò che è necessario è quindi una campagna informativa e di comunicazione in grado di raccontare al meglio come la transizione possa fornire nuovi posti di lavoro, affinché l’ostruzionismo climatico di molte comunità possa essere superato.

 

Fonti e approfondimenti

McGrealm C., How a powerful US lobby group helps big oil to block climate action, The Guardian, 19/07/2021.

Tomer, A., Kane J., George C., How renewable energy jobs can uplift fossil fuel communities and remake climate politics, Brookings, 23/02/2021.

Ambrose, J., US oil giants top list of lobby offenders holding back climate action, The Guardian, 04/11/2021.

Oil & Gas: Lobbying, 2021, Open Secrets.

Hampton L., U.S. oil majors pitch more campaign cash to Democrats as frack battle looms, Reuters, 16/10/2020.

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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