La Nuova Caledonia rimane francese, ma il suo futuro è ancora incerto

Nuova Caledonia
@gérard - Flickr - CC BY-SA 2.0

Il 12 dicembre 2021 si è tenuto il referendum per l’indipendenza della Nuova Caledonia: si tratta della terza votazione dal 2018 a oggi. In tutte queste occasioni il risultato del voto è sempre andato a favore del mantenimento dello status di dipendenza da Parigi. I tre referendum sono frutto dell’accordo di Nouméa, firmato nel 1998, che prometteva ai neocaledoni maggiore autonomia politica dopo un periodo di transizione di 21 anni. 

La Nuova Caledonia: una Collettività d’Oltremare sui generis

La Nuova Caledonia è a volte accorpata alle collettività d’oltremare (COM), cioè una delle suddivisioni territoriali della Francia. La Polinesia francese, Saint-Pierre-et-Miquelon, Wallis-et-Futuna, Saint-Martin e Saint-Barthélémy fanno parte di questo gruppo. Si tratta di territori regolati dall’articolo 74 della Costituzione, secondo cui lo statuto di ogni COM è determinato da una legge organica che stabilisce le condizioni alle quali le leggi francesi vi siano o meno applicabili. 

Tuttavia, la Nuova Caledonia rimane una COM sui generis: il suo regime istituzionale è stabilito nel titolo XIII della Costituzione e dalla legge organica sulla Nuova Caledonia del 19 marzo 1999. Si tratta di disposizioni redatte in un’ottica transitoria, in attesa di essere eventualmente cambiate dal referendum sull’indipendenza da Parigi. 

L’isola ha per capitale Nouméa ed è amministrata da un Congresso che nomina il Governo, un organo collegiale eletto con rappresentanza proporzionale. La Nuova Caledonia è divisa in tre province e in quanto collettività territoriali, ciascuna di esse ha un’assemblea che elegge un presidente.

Proclamata colonia francese nel 1853, nel 1860 lo diventa a pieno titolo: l’isola viene individuata da Parigi come luogo di deportazione per detenuti, ex comunardi e membri della resistenza algerina contro l’occupazione francese. 

La popolazione indigena della Nuova Caledonia, i kanaki, oggi composta da più di 300 tribù che parlano circa 30 dialetti differenti, è protagonista di una serie di rivolte contro l’occupazione francese fin dal suo inizio. Infatti, una delle prime decisioni dell’amministrazione coloniale fu quella di suddividere il territorio in cinque distretti, ignorando e stravolgendo l’organizzazione sociale e politica originaria.

Ciononostante, le numerose rivolte messe in atto dai kanaki in vent’anni vengono represse, come spesso accade, nel sangue e nella violenza: l’insurrezione principale, avvenuta nel 1878, termina con la decapitazione del suo leader, mentre gran parte della popolazione viene sterminata.

Storia recente, il rapporto con la Francia

Ulteriori rivolte si scatenano nel periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale, durante la quale vengono inviati in Europa a combattere quasi mille kanaki. Le ostilità portano a un cambio di approccio dei colonizzatori verso l’isola, volto a conformare l’élite melanesiana a quella della Repubblica francese. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Nuova Caledonia diviene un’importante base statunitense nel conflitto contro il Giappone, per poi essere destinata alle sperimentazioni nucleari di Parigi.

Gli anni Ottanta del Ventesimo secolo hanno visto un ritorno dei movimenti indipendentisti e di protesta, sfociando in quello che verrà ricordato come il periodo detto degli événements (avvenimenti), tra il 1984 e il 1988. Il picco delle tensioni viene raggiunto con la presa in ostaggio di un gruppo di gendarmi da parte di indipendentisti caledoniani nell’isola di Ouméa. 

Questi sono, in breve, gli eventi che hanno portato alla firma dell’accordo di Nouméa, da cui derivano i tre referendum avvenuti sull’isola negli ultimi anni. 

La Nuova Caledonia francese e il risultato dei referendum

La storia coloniale della Nuova Caledonia è stata dunque tutt’altro che pacifica, portata avanti con l’imposizione politica e sociale della Francia e mai del tutto accettata da parte dei neocaledoni. 

Pertanto, non è immediato capire perché il risultato dei tre referendum per l’indipendenza sia sempre stato negativo: nel 2018, l’indipendenza è stata rifiutata dal 56,7% dei votanti e nel 2020 dal 53,3%. La percentuale di chi ha votato per il no è aumentata in occasione del referendum di dicembre, nel quale addirittura il 96,5% dei votanti si è opposto all’autonomia dalla Francia.

Nel caso della votazione appena avvenuta, gli indipendentisti rifiutano di riconoscere il risultato come legittimo. L’affluenza, in effetti, è stata scarsa, attestandosi al 43,9% degli aventi diritto al voto: la campagna era stata boicottata dagli indipendentisti sulla base del rifiuto del governo di rimandare il voto a settembre 2022. Secondo gli indipendentisti, l’alto numero di contagi da Covid-19 nell’isola avrebbe infatti ostacolato lo svolgersi di una votazione regolare. 

Sulla base dell’accordo di Nouméa, il terzo referendum è stata l’ultima occasione per l’autonomia della Nuova Caledonia. Il Fronte Nazionale Socialista Kanako (FLNKS) ha definito l’insistenza del governo per andare al voto nonostante la situazione sanitaria una “dichiarazione di guerra”.

Gli interessi di Francia, Australia e Cina in Nuova Caledonia

Oggi la collettività sui generis della Nuova Caledonia si trova al centro dell’attenzione di numerosi attori geopolitici. Sull’isola, infatti, si trova circa il 10% della riserva mondiale di nichel, che viene utilizzato per la produzione di batterie, telefoni cellulari e acciaio inossidabile. Una risorsa importantissima, come conferma la Tesla, che nell’ottobre 2021 si è assicurata una fornitura annuale dalla Nuova Caledonia pari a 42.000 tonnellate di nichel. Il prezioso metallo viene estratto da una miniera che era bloccata dal 2007 a causa di proteste ambientaliste: l’azienda di Elon Musk è intervenuta come partner industriale per sbloccare il sito di estrazione.

La grande disponibilità di questa materia prima attira l’attenzione di altri grandi attori internazionali, come la Cina. Un’importante miniera di nichel nella zona settentrionale dell’isola, governata dalla coalizione pro-indipendenza, lo scorso anno ha stretto una collaborazione con una fabbrica cinese della contea dello Yichuan. La Cina è anche il primo Paese di esportazione per la Nuova Caledonia: gli scambi commerciali rappresentano il 57% di quelli totali, con una crescita molto rapida se si considera che nel 2010 questa percentuale era solo del 4%.

La Cina non è la sola potenza con degli interessi a Nouméa. L’Australia, che si trova a “soli” 1200 km dall’isola e ha investito 3 miliardi di dollari dal 2018 per il suo stepup nel Pacifico, è consapevole degli interessi di Pechino nell’area e intende contrastarli. Non a caso, il governo australiano ha adottato negli ultimi anni il termine “Indo-Pacifico” per descrivere la propria posizione strategica: scelta che dimostra la volontà di aumentare l’attenzione sui territori più prossimi alla nazione, nella prospettiva di porsi come terzo soggetto nello scontro tra titani fra Cina e Stati Uniti che si contendono l’influenza nell’area.

Entrambi i Paesi erano preparati alle conseguenze di un’eventuale vittoria del sì al referendum per l’indipendenza. Al tempo stesso, Nouméa gode di una grande importanza strategica anche per Parigi, che tramite le politiche adottate dalla fine degli anni Ottanta è riuscita a stringere nuove partnership con la Nuova Zelanda, l’Australia e le isole del Pacifico. 

Conclusioni

Nonostante il risultato del referendum sia stato quasi unanime, bisogna considerare l’alto tasso di astensionismo e l’instabilità dell’attuale quadro politico caledoniano. Nel febbraio 2021, il governo multipartitico guidato dal presidente Thierry Santa è crollato: cinque membri del governo, che rappresentano gruppi pro-indipendenza e sono membri del FLNKS, si sono dimessi denunciando la difficoltà a lavorare col governo francese come causa principale.

Non stupisce che il risultato del referendum sia stato quindi influenzato dalla protesta messa in atto dagli indipendentisti, per via della scelta del governo di andare al voto durante la pandemia; piuttosto, c’è da chiedersi cosa potrebbe succedere nell’immediato futuro dato il risultato ottenuto.

La sconfitta degli indipendentisti è stata anche di aiuto per la campagna elettorale di Macron, in vista del primo turno delle presidenziali francesi che si terrà il 10 aprile 2022, contribuendo a fargli acquistare consensi. Tuttavia, la storia di proteste della Nuova Caledonia e le modalità di esecuzione del voto, oltre al risultato, potrebbero esacerbare tensioni già presenti e portare a nuovi scontri

L’Eliseo dovrà quindi muoversi con molta prudenza.

 

Fonti e approfondimenti

Angleviel F., “Nuova Caledonia, una Francia non troppo pacifica”, Limes, 11/9/2000. 

Aljazeera, “New Caledonia pro-independence parties reject referendum result”, 13/12/2021.

Dayans A., “New Caledonia’s third independence referendum, and the day after”, The Interpreter, 18/06/2021.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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