Dietro Gaza: i rapporti tra Palestina e Ankara

dietro gaza
Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Le relazioni tra la Turchia, lo Stato di Israele e i diversi attori palestinesi sono definibili, a livello storico, altalenanti. In linea con il proprio posizionamento storico, infatti, la Repubblica di Turchia ha più volte provato a ritagliarsi un ruolo di mediatore nei conflitti della Regione, una scelta di politica estera pragmatica che spesso ha premiato Ankara.

Dal piano di ripartizione ONU alla dittatura militare: la Turchia tra neutralità e mediazione

Nonostante Ankara avesse votato contro la risoluzione 181 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite – ovvero il piano di ripartizione territoriale del 1947 – fu il primo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere lo Stato di Israele al momento della sua fondazione, nel 1949. Questa eccezionalità è dovuta all’eredità kemalista nella politica estera del Paese, improntata al dialogo con l’Occidente e alla neutralità nei conflitti mediorientali.

In seguito alla crisi di Suez del 1956, si creò però una prima frattura nelle relazioni tra Ankara e Tel Aviv. Tale frattura comportò un maggiore interesse nei confronti della questione palestinese. Quasi un decennio dopo, un secondo fattore contribuì a un maggior interessamento turco nei confronti dei palestinesi: la nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1964. 

Dal momento che il nuovo attore palestinese (che prese rapidamente il posto dell’islamista Supremo Comitato Arabo) era di orientamento laico, risultava più sostenibile agli occhi di Ankara, che non esitò a legarsi a livello simbolico e propagandistico all’OLP, senza però andare oltre le parole, in modo da non infastidire troppo il partner israeliano. Di fatto, nonostante la crisi del 1956, i rapporti commerciali con Tel Aviv continuavano a crescere.

Un’ulteriore svolta arrivò in seguito alle guerre del ‘67 e del ‘73 e le occupazioni illegali dei territori dei Paesi arabi da parte di Israele: la Turchia, cercando di riavvicinarsi anche al mondo arabo, accusò Israele di destabilizzare la Regione e di violare i diritti dei palestinesi e, conseguentemente, da un lato riconobbe ufficialmente l’OLP come unico rappresentante del popolo palestinese (in seguito verranno anche aperti degli uffici ad Ankara); dall’altro votò la risoluzione 3379 dell’Assemblea generale dell’ONU (1975), che definisce il sionismo una forma di razzismo. 

La Turchia della giunta militare: il riavvicinamento a Israele

Per assistere a un riavvicinamento diplomatico tra Turchia e Israele bisogna attendere gli anni Ottanta, quando il clima di violenze in Turchia, caratterizzati da attacchi terroristici di diversa natura (dall’islamismo alle correnti estremiste di sinistra e destra passando per l’indipendentismo curdo) spianò la strada al colpo di stato che portò i militari al potere per la terza volta nel XX secolo (dopo il golpe del 1960 e quello del 1971). La stretta su tutte le organizzazioni estremiste – anche l’OLP, con al-Fatah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina sospettate di aver collaborato, se non partecipato, a più attacchi – limitò l’operato politico palestinese nel Paese anatolico.

Tuttavia, la giunta militare non arrivò mai a espellere l’organizzazione, per fini propagandistici. Dopo la normalizzazione del regime, tramite l’organizzazione delle elezioni parlamentari del 1983, Ankara provò a mantenere più che mai una posizione di equilibro tra le parti, con un costante riavvicinamento politico e commerciale a Israele e il riconoscimento formale del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Tale posizionamento permise alla Turchia di collaborare anche alla marcia di avvicinamento alla Conferenza di Madrid, precorritrice degli Accordi di Oslo.

L’ascesa politica di Erdoğan: l’islamismo e il sostegno ad Hamas

Con l’ascesa di Erdoğan tra fine anni ’90 e inizio anni 2000, iniziò una nuova epoca delle relazioni con le fazioni palestinesi e, di conseguenza, con Israele. Se nel primo decennio Erdoğan continuò con la sua posizione da moderatore – dovuta anche all’avvio di processo di adesione UE e a una politica estera di buon vicinato – l’operazione “Piombo fuso” (2009) delle IDF a Gaza portò all’ennesimo congelamento delle relazioni diplomatiche tra le due parti e aumentò il sostegno ai palestinesi: soprattutto a livello economico, la Turchia iniziò a inviare diversi aiuti a tutte le fazioni palestinesi, ma soprattutto alla Striscia di Gaza dove Hamas era già in controllo del territorio dopo gli scontri armati con Fatah del 2007.

Nel 2010, l’incidente della nave di aiuti turca Mavi Marmara – parte della cosiddetta “Freedom Flotilla”, partita da Istanbul nel tentativo di forzare il blocco navale israeliano a Gaza e fermata con l’omicidio di 9 membri dell’equipaggio da parte delle IDF – comportò un ulteriore longevo blocco delle relazioni diplomatiche e commerciali tra Ankara e Tel Aviv. Nonostante i successivi tentativi di riavvicinamento, Erdoğan aumentò gli aiuti ad Hamas a partire dal 2014, invitando l’organizzazione a stabilire dei propri uffici politici nel Paese e proteggendoli dal Mossad con operazioni di controspionaggio. 

Infatti, nella retorica di Erdoğan, plasmata soprattutto dopo il tentato golpe del 2016 e la conseguente stretta su libertà di stampa e opposizione politica, l’Islam gioca un ruolo chiave nella società: la vicinanza ideologica con Hamas (vicina ai Fratelli musulmani così come il Partito della giustizia e dello sviluppo di Erdoğan) ha fatto in modo che le fazione islamista diventasse l’interlocutore palestinese prediletto della Turchia, che tuttavia continua ad avere relazioni anche con l’Autorità nazionale palestinese, riconosciuta a livello internazionale. 

La crisi economica del 2018 e il 7 ottobre: come si posizioni oggi la Turchia?

In seguito alla crisi economica turca del 2018, il governo ha strategicamente riaperto le relazioni con Israele nel 2022, con diversi partenariati economici e commerciali. Dal 7 ottobre, Erdoğan ha alternato proposte di mediazione ad attacchi a Netanyahu (ma mai ad Israele in sé, il che dimostra l’importanza strategica del partenariato), sempre però giustificando le azioni dei rami armati della fazioni palestinesi presenti a Gaza con la lunga storia di segregazione e apartheid imposta da Israele. 

Ad ogni modo, va notato come Erdoğan abbia comunque condannato, seppur indirettamente, “l’uccisione di civili” senza specificare se israeliani o palestinesi, sostenendo che anche la guerra debba “avere un’etica e delle regole”. Nonostante una retorica dura e di condanna nei confronti dei crimini israeliani, Erdoğan spera di ritagliarsi lo stesso ruolo di mediatore che lo ha visto protagonista nel conflitto russo-ucraino: per Ankara gli accordi commerciali con Tel Aviv sono tanto importanti quanto l’immagine di paladino dell’Islam e degli oppressi che si è costruita negli ultimi anni.

Fonti e approfondimenti

Andrew Wilks (22 ottobre 2023), “Is Turkey uniquely positioned to mediate between Palestinians and Israel?”, Al-Jazeera.

Efraim Inbar (2005), “The Resilience of Israeli–Turkish Relations”, Israel Affairs, 11:4, 591-607, DOI: 10.1080/13537120500233664

Gallia Lindenstrauss and Süfyan Kadir Kıvam (2014), “Turkish-Hamas Relations: Between Strategic Calculations and Ideological Affnity”, Strategic Assessment, n°2, Vol. 17. 

Mohammed Alsaftawi (2017), “Turkish policy towards Israel and Palestine: Continuity and change in the relations of the TurkishPalestinian-Israeli triangle under the rule of the Justice and Development Party (AKP) (2002-2016) “, Universiteit Gent Press.

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