Le Olimpiadi tra religione civile e soft power

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Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Un rito collettivo. Ma anche uno strumento diplomatico. Le Olimpiadi, cerimonia reinventata sul finire del XIX secolo e che oggi scandisce i desideri degli sportivi di tutto il mondo, racchiudono una miriade di significati. Che da allora vengono plasmati e trasformati continuamente, dall’arena all’opinione pubblica. 

La competizione tra atleti nasconde infatti ben più di una corsa verso la medaglia. In quella prova di forza, gli Stati proiettano la propria immagine. E, con questa, anche le loro aspirazioni sulla scena globale.  

Olimpiadi, religione o società  

Le Olimpiadi moderne nascono su iniziativa di Pierre de Coubertin. Aristocratico francese, Coubertin negli scampoli finali dell’Ottocento comincia a dare forma ai Giochi – e alla struttura che si occuperà di organizzarli -, mosso dalla volontà di trasformare l’approccio educativo e pedagogico del proprio Paese

Sulla visione del barone insistono diversi elementi. Tra questi, la sconfitta di Parigi nella guerra franco-prussiana, che lo spinge a ricercare uno strumento al servizio della pace e della cooperazione tra Stati. Ma anche il movimento del “cristianesimo muscolare”, in crescita nei Paesi anglosassoni e che vede nello sport uno dei vettori fondamentali per disciplinare le giovani generazioni. 

Figlio del suo tempo eppure in aperta contrapposizione con i valori di una società vieppiù secolarizzata, Coubertin vede nel rilancio dell’antico rito un filo capace di connettere virtù classiche e moderne. Un progetto sospeso tra due epoche incompatibili e le cui contraddizioni, diretta conseguenza di stereotipi patriarcali e razzisti, si manifestano fin da subito. 

Per esempio, se l’arena sportiva è il palcoscenico in cui mostrare la virile potenza del corpo, mal si concilia con la figura delle donne. Prontamente escluse dalle gare, vi potranno prendere parte solo nel 1928. Allo stesso tempo, il barone è un convinto sostenitore della superiorità della razza bianca. E, per questo, tutt’altro che entusiasta all’idea che gli atleti non bianchi possano primeggiare nelle discipline. Insomma, se il sogno di Coubertin è fare dei Giochi una religione civile, l’altro lato della medaglia ritrae fedelmente la società dell’epoca e le sue storture.

L’arena, dallo sport alla nazione

Con la scelta di Atene come città ospitante, le Olimpiadi tornano nella loro terra d’origine. Quella del 1896 è già un’edizione che tradisce il profondo significato politico della manifestazione. Secondo la ricostruzione di Patrick Clastres, il sovrano greco Giorgio I si spende sullo scacchiere internazionale per riportare la competizione a casa, in quanto crede che sia un’ottima carta da calare in vista di più obiettivi. 

Unificare le masse greche e aumentare il consenso verso la dinastia, i due principali. Una prima prova del potere dei Giochi arriva con l’incredibile vittoria di Spiridon Louis alla maratona, l’ultimo giorno delle gare. Oltre a trasformare l’umile lavoratore greco in un eroe nazionale, il taglio del traguardo rappresenta anche una scintilla per il nazionalismo, che in quegli anni infiamma il Paese.

Sarebbe tuttavia sbagliato vedere un principio di azione-reazione solo in un senso. Gli atleti comprendono in fretta come i successi sul campo possano trasformarsi in megafono per le lotte dal basso. È così che, tra gli altri, dieci anni dopo la corsa ateniese l’irlandese Peter O’Connor – uscito da un brillante salto in lungo – srotola un grande stendardo verde con la scritta Erin Go Bragh (Irlanda per sempre), per inneggiare all’emancipazione dall’impero britannico. 

Seppur vecchio di un secolo, il gesto di O’Connor fa ancora scuola. Le Olimpiadi, come affermano Toby Rider e Matthew Llewellyn, rimangono «la piattaforma globale più visibile per la celebrazione e l’espressione dell’identità nazionale». Ma i Giochi sono sempre stati un palcoscenico per tante rivendicazioni. Se il pugno alzato di John Carlos e Tommie Smith rimane tra gli scatti più iconici, meno celebre è la protesta contro il suprematismo bianco di un’altra atleta afroamericana, Wyomia Tyus. Un simbolo duplice, in quanto vittima di una memoria di genere che tutt’oggi seleziona le imprese sportive da ricordare.   

Politica di potenza e soft power 

L’ascesa dei mezzi di comunicazione di massa favorisce un ulteriore sviluppo “politico” delle Olimpiadi. Esse diventano una proiezione del Paese ospitante e delle sue ambizioni, uno strumento eccezionale per imprimere la propria narrazione sulla storia. La pellicola di Leni Riefenstahl che celebra le Olimpiadi tedesche del 1936 è con ogni probabilità il caso più celebre di propaganda al servizio del regime. Ma ogni edizione è caratterizzata da un certo racconto degli eventi. 

Si può dire infatti che i Giochi sono uno dei capisaldi delle strategie di soft power perseguite dagli Stati. Con questo termine, lo studioso Joseph Nye si riferisce in breve alla capacità di attrarre e influenzare gli attori dello scenario internazionale, tramite la diffusione di valori e orientamenti culturali. Lo sport rientra a tutti gli effetti in questa vasta gamma di elementi immateriali. Guardando poi all’imponente struttura che sorregge i cinque cerchi, si tratta soltanto di uno tra gli elementi dello spettacolo, che va molto oltre le prove agonistiche. 

Negli anni i Paesi ospitanti hanno visto in particolare nei riti di apertura e di chiusura un’occasione imperdibile per accendere i riflettori sulla propria mitologia nazionale. Un esempio paradigmatico in questa direzione è quello rappresentato dalla Repubblica popolare cinese. La cerimonia che dà il via ai Giochi estivi 2008 porta in scena il passato glorioso della “Civiltà brillante”, concentrandosi sulle quattro invenzioni cinesi che hanno cambiato per sempre la storia mondiale. Un racconto epico, che si colora della bandiera nazionale.  

Perché questa esplosione di colori e musiche, e cosa c’entra con le gare? Tutto e, allo stesso tempo, niente. Suscitare attenzione e fascino, dentro e al di fuori dei propri confini, tra potere e opinione del pubblico, è di fatto l’imperativo centrale: per Pechino, nel 2008; per Parigi, tra pochi giorni. Lo sport, solo un espediente. 

Fonti e approfondimenti 

Cabula, M., & Pochettino, S. (2023). Emerging Negative Soft Power: The Evolution of China’s Identity in the 2008 and 2022 Beijing Olympics Opening and Closing Ceremonies. The International Spectator, 58(2), 17-34. 

Clastres, P. (2004). La renaissance des Jeux Olympiques, une invention diplomatique. Outre-Terre, no<(sup> 8), 281-291. 

Clastres, P. (2020). Olympisme et guerre froide. Du paradigme réaliste au paradigme culturel. Guerres mondiales et conflits contemporains, 277, 7-25. 

Rider, T. C., & Llewellyn, M. P. (2015). The five rings and the” imagined community”: Nationalism and the modern Olympic games. SAIS Review of International Affairs, 35(2), 21-32.

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