Che cos’è il “modello Albania”

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Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Il “modello Albania” è già riuscito a guadagnarsi dei sostenitori, tra cui la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Tuttavia, il sistema di deportazione inaugurato dal governo Meloni nel giro di una settimana ha fatto registrare ben più di una criticità. Rilevata non solo dalle forze di opposizione, ma dalla magistratura e dalle organizzazioni della società civile. 

La breve storia del “modello Albania” si inserisce quindi in una spaccatura di lungo corso e sempre più profonda sul tema. Tra quanti, anche a Bruxelles, guardano con favore a un’ulteriore stretta sui flussi migratori, al punto da rafforzare in maniera più o meno consapevole la retorica dell’estrema destra. E quanti, dall’altra parte, vi vedono solo l’ennesima violazione a danno delle persone migranti. 

Che cos’è il modello Albania 

Era il novembre 2023 quando Roma e Tirana firmavano il protocollo per il “rafforzamento della collaborazione in materia migratoria” per mano della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Primo ministro Edi Rama. L’accordo bilaterale sanciva una serie di misure con cui l’Italia può valutare le domande di protezione internazionale non più sul proprio territorio ma su quello albanese. 

Si tratta quindi di un caso di esternalizzazione delle frontiere. Un’espressione sempre più utilizzata nel dibattito pubblico, che indica quei processi con cui uno Stato (o un’entità sovranazionale, come l’Ue) decide di gestire i flussi migratori al di fuori dei propri confini. Sono molti i Paesi europei ad avere adottato tale pratica negli ultimi anni per limitare gli arrivi sul suolo europeo. 

Questi accordi seguono una logica definita. Da un lato, gli Stati “appaltanti” cedono pezzi di responsabilità sul controllo dei flussi. Dall’altro, promettono risorse e supporto di diversa natura (economico, logistico e militare) al Paese terzo. Tuttavia, l’intesa tra Roma e Tirana rappresenta un rarissimo caso di esternalizzazione ibrida. 

Mentre le autorità albanesi dovrebbero occuparsi della sicurezza esterna, le strutture e le attività al loro interno ricadono sotto la giurisdizione italiana. Una situazione di difficile interpretazione giuridica, che ha generato più di un dubbio sull’effettivo rispetto delle normative italiane ed europee, in particolare del sistema comune europeo di asilo (SECA). Secondo alcuni autori, in questo scenario di incertezza potrebbe configurarsi un trattamento discriminatorio nei confronti delle persone migranti.   

Come funziona il “modello Albania”

Uno dei punti centrali del protocollo riguardava la realizzazione di due centri sul territorio albanese. Costruiti a spese italiane, hanno aperto i battenti a metà del mese di ottobre. Ora qui saranno condotte le persone migranti intercettate dalle autorità italiane all’esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell’Unione europea. Non tutte, però. 

Prima di puntare la rotta balcanica, le autorità italiane procedono a un primo screening per separare profili deportabili e non. L’identikit del migrante destinato alla costa albanese è quello di un maschio, adulto, proveniente da un Paese sicuro e “non vulnerabile”. Solo chi rispecchia queste caratteristiche dovrebbe approdare a Shёngjin. Il centro portuale, nella parte settentrionale dell’Albania, si occupa di identificare le persone migranti. In seguito alla procedura di riconoscimento, per loro è tempo di ripartire forzatamente alla volta della vicina cittadina di Gjadёr, nell’entroterra.  

La struttura di Gjadёr è divisa in tre sezioni diverse. La prima, al momento quella più ampia, è in grado di trattenere centinaia di persone ed è pensata per i richiedenti asilo in attesa di udienza. Poiché Roma considera i loro Paesi di provenienza come “sicuri”, la procedura con cui le autorità italiane analizzano le domande di asilo è accelerata rispetto a quella ordinaria. La seconda sezione si configura invece come un Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri), volto quindi a detenere le persone migranti in attesa di essere respinte nei Paesi di origine. L’ultima è un carcere. Qui le autorità provvederanno a rinchiudere quanti, nella struttura, saranno oggetto di un provvedimento di custodia cautelare. 

Cosa rispecchia il “modello Albania”   

Shengjin si trova a più di 500 miglia nautiche dall’area maggiormente interessata dai soccorsi in mare nel Mediterraneo. Ciò significa imporre a persone che hanno già affrontato condizioni estreme due se non tre giorni di navigazione, che si concludono con un trattenimento arbitrario. E che solleva delle criticità pesantissime in merito al rispetto dei diritti delle persone migranti. Dal primo all’ultimo passo di questo percorso, le falle del “modello Albania” non si contano.  

Guardando a monte del sistema, c’è la questione dei cosiddetti Paesi sicuri. Il governo italiano ha incluso anche Stati responsabili di una vasta gamma di violazioni dei diritti umani. Prevedendo per esempio che, tra gli altri, l’Egitto possa far parte di questa cerchia. La Corte di giustizia europea non la pensa così. Il 4 ottobre ha affermato che la designazione di un Paese come sicuro dipende dalla possibilità di dimostrare che su tutto il suo territorio, «in modo generale e uniforme», non ci sono persecuzioni. Le sparizioni forzate in cui eccelle il regime di Abdel Fattah al-Sisi raccontano una storia diversa. E questo è solo un caso di tanti. 

A valle, invece, c’è la questione dei respingimenti collettivi. Un problema sollevato dalla dubbia giurisdizionalità che vige sulle strutture italo-albanesi. Secondo il giurista Vassallo Paleologo, intervistato da Internazionale, i rimpatri effettuati dalle autorità di Tirana potrebbero risolversi nella violazione della Convenzione di Ginevra e delle Convenzioni internazionali di diritto del mare. L’ultimo anello di una catena che, imprigionando le persone migranti in una speranza negata, è lo specchio perfetto delle politiche italiane ed europee in materia di flussi migratori. Un modello, sì, ma di disumanità. 

Fonti e approfondimenti 

ASGI. DICEMBRE 2019. L’ ESTERNALIZZAZIONE DELLE FRONTIERE E DELLA GESTIONE DEI MIGRANTI

Camilli, A., “Tutti i problemi del primo trasferimento di migranti in Albania”, Internazionale, 15/10/2024

Celoria, E., & De Leo, A. (2024). Il protocollo Italia-Albania e il diritto dell’Unione Europea: Una relazione complicata. Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, (1), 1-27

Dalmonte, L. & Giama, I.M., “Cronache da Shëngjin”, Melting Pot, 17/10/2024

Questione Giustizia, “Sentenza del 4 ottobre 2024 della Grande sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (causa C‑406/22)”, 7/10/2024

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