Nella retorica più spicciola sul conflitto tra palestinesi e israeliani, la questione viene talvolta ridotta a uno scontro di matrice religiosa. Questa idea della guerra tra ebraismo e Islam è sbagliata e oscura un gruppo che, seppur non particolarmente numeroso, è presente da secoli. Sono i palestinesi cristiani, la cui comunità nella Striscia di Gaza è ormai a rischio di estinzione.
Non è una guerra di religione
Nonostante sia spesso tirata in ballo dagli stessi protagonisti, la religione non è il principale motivo del conflitto. L’appartenenza a una fede può essere trasformata in uno strumento. Serve per creare un’identità comune, raccogliere consensi, fomentare il popolo o trovare conforto. Mentre i luoghi di culto, prima tra tutti la moschea di al-Aqsa, sono utilizzati come simboli o luoghi strategici. Inoltre, il sionismo manovra a suo favore la religione ebraica.
Tuttavia, ridurre un conflitto quasi centenario a un semplice disaccordo tra ebrei e musulmani su quale sia la religione migliore è totalmente sbagliato e fuorviante. Tra gli effetti indiretti di questa retorica vi è l’oscuramento della comunità cristiana palestinese.
I cristiani palestinesi
Nonostante la maggior parte del Medio Oriente si sia convertita all’Islam a partire dall’espansione musulmana del VII secolo, un numero consistente di nuovi sudditi non ha modificato la propria fede, mantenendo in vita la comunità cristiana. Questo è stato possibile perché i califfi Rashidun (632-661), Omayyadi (661-749) e Abbasidi (750-1258), oltre ai vari regnanti che si sono distaccati dai loro domini o li hanno sostituiti nei secolo successivi, non imponevano la conversione all’Islam nei territori appena conquistati.
In quanto “gente del Libro”, ovvero membri di una religione rivelata, i sudditi ebrei e cristiani potevano continuare a praticare liberamente il proprio culto in cambio di una tassa chiamata jizya. La presenza di queste comunità era funzionale: per esempio, i mercanti non musulmani contribuivano al commercio grazie ai contatti con i propri correligionari all’estero, mentre il vino, protagonista del genere poetico khamriyyah, era fornito alle taverne (esclusi i periodi in cui il sovrano di turno era particolarmente zelota) dai cristiani.
I cristiani palestinesi oggi
La comunità cristiana palestinese è attualmente piuttosto eterogenea. La maggioranza si riconosce nella fede ortodossa, ma vi sono anche fedeli dei vari rami del cattolicesimo e del protestantesimo. Come in passato, la convivenza con i musulmani non sembra essere una minaccia alla loro esistenza, neppure nella Gaza controllata da Hamas.
Un reportage pubblicato da The Guardian nel 2018 accenna al fatto che tra il 2006 e il 2007 alcuni estremisti salafiti abbiano minacciato i concittadini cristiani e che almeno una persona sia stata uccisa. Tuttavia, Hamas ha condannato tali azioni efferate dichiarando la società gazawi una sola famiglia. Da quanto emerge dal reportage e molte altre fonti, il vero problema dei palestinesi cristiani non è la minaccia musulmana, ma l’occupazione israeliana.
I cristiani palestinesi e la minaccia sionista
A partire dall’inizio della colonizzazione sionista, la comunità cristiana palestinese ha subito lo stesso destino di quella musulmana, che include espulsioni forzate e regime di apartheid. Essendo Israele progettata per essere uno Stato ebraico, una concezione messa nero su bianco dalla Knesset nel Nation State Bill del 2018, non c’è posto neppure per i cristiani. Le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine e i comuni cittadini dello Stato ebraico colpiscono anche la comunità araba non musulmana, con molestie, atti intimidatori, vandalismo contro luoghi di culto e assalti durante le manifestazioni religiose.
L’occupazione israeliana e le violenze a essa connesse hanno spinto molte persone ad andarsene. Questo ha portato negli ultimi decenni a un deciso declino della popolazione cristiana in tutta la Palestina. La comunità di Gaza è sempre stata poco numerosa. Il cristianesimo iniziò a diffondersi nell’area della Striscia tra il V e il VI secolo tramite i missionari dell’Impero Romano d’Oriente. Ma non ebbe il tempo di mettervi le radici, venendo rapidamente scalzato dall’Islam come culto maggioritario. Rimase solo una piccola comunità di fedeli, principalmente di rito ortodosso come nel resto della Palestina.
Secondo alcune stime, negli anni Sessanta del Novecento vi erano circa 6000 cristiani nella Striscia di Gaza, ma con il passare del tempo il loro numero è calato drasticamente. Coloro che ne hanno avuto la possibilità sono scappati, andando a ingrossare le fila della diaspora palestinese. Prima dell’assedio permanente imposto da Israele nel 2007 i membri della comunità erano 3000, mentre all’inizio dell’attacco dell’ottobre 2023 ammontavano a circa 1100 persone.
La distruzione di una comunità
Il genocidio in corso a Gaza da oltre un anno ha causato oltre 43.000 vittime tra i palestinesi, inclusi naturalmente i membri della comunità cristiana. Uno degli obiettivi preferiti dalle Idf sono i luoghi in cui i gazawi cercano rifugio, inclusi ospedali, scuole ed edifici religiosi.
Nonostante l’obiettivo dichiarato da Tel Aviv sia Hamas, un gruppo musulmano, non sono state risparmiate neppure le strutture cristiane. Solo per citare alcuni eventi all’interno di Gaza City, il 17 ottobre 2023, poco dopo l’inizio dell’assalto contro la Striscia, Israele ha colpito il cortile dell’Ahli Arab Hospital. Una struttura gestita da membri della comunità cristiana anglicana, uccidendo quasi 500 di persone che vi avevano cercato rifugio.
Due giorni dopo, sempre a Gaza, è stata bombardata la chiesa di San Porfirio, il terzo edificio del suo genere più antico del mondo, causando la morte di almeno 18 persone. Due settimane dopo è stato distrutto il Centro Culturale Ortodosso, mentre nei mesi successivi sono stati colpiti la chiesa battista, la sede del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e il convento dei Missionari di carità. Nel dicembre 2023, i cecchini israeliani si sono appostati fuori dalla chiesa della Santa famiglia, all’interno della quale si erano rifugiate circa 650 persone, uccidendo una donna e sua figlia.
Al momento non ci sono stime aggiornate sul numero di gazawi cristiani uccisi o fuggiti. Ma solo all’inizio di quest’anno almeno il 3% è stato massacrato. Date le minuscole dimensioni della comunità, anche una percentuale apparentemente così irrisoria può portare un passo più vicino all’estinzione.
Negare l’evidenza dei cristiani palestinesi
La retorica israeliana della lotta contro Hamas ha contribuito a oscurare la già poco considerata comunità cristiana gazawi. La presenza di una componente non musulmana in Palestina è infatti poco funzionale al progetto sionista, che continua a proporre la scusa della guerra contro il terrorismo islamico per giustificare la distruzione della Striscia di Gaza e dei suoi abitanti.
Pertanto, Israele ha bisogno di nascondere e negare ogni prova della presenza cristiana. In un’intervista del dicembre 2023, la vice-sindaca israeliana di Gerusalemme Fleur Hassan-Nahoum ha dichiarato, tra le varie cose, che non esistono né chiese né cristiani nella Striscia di Gaza, perché Hamas (o, secondo la pronuncia ebraica, “Khamas”) li avrebbe scacciati. Come se Israele avesse fatto di tutto per proteggerli.
Anche per Europa e Nord America i cristiani palestinesi sono una presenza scomoda. Ammettere l’esistenza di questo gruppo cozza anche con la tanto amata idea dello scontro di civiltà. Ovvero quello tra barbari e sanguinari musulmani contro progressisti e democratici occidentali. Ma se in mezzo ai musulmani vivono anche dei cristiani, questa concezione inizia a scricchiolare: meglio allora non parlarne.
Cristiani palestinesi
La narrazione delle élite israeliane ha funzionato. Passare gli ultimi decenni a convincere l’opinione pubblica che quello tra Israele e Palestina è uno scontro religioso ha creato una sorta di amnesia collettiva. Nessuno si ricorda più che in Palestina esiste una comunità cristiana. Pertanto, il fatto che questo gruppo rischi l’estinzione non viene mai sollevato. Ciò peraltro è in netto contrasto con quanto avvenuto durante la lotta contro Daesh.
I massacri perpetrati dall’ISIS o altri gruppi di stampo islamico contro i cristiani del Medio Oriente venivano fortemente e puntualmente condannati da politici e organizzazioni internazionali occidentali. Adesso però i carnefici di cristiani non sono musulmani. L’idea dello scontro di civiltà non regge più e crolla anche la giustificazione della lotta al terrorismo islamico. Probabilmente per salvare la faccia, si rimane in silenzio.
Leader e personaggi di spicco occidentali, inclusi quelli che amano ostentare la propria fede cristiana come Joe Biden o Giorgia Meloni, non hanno speso una parola per i propri correligionari gazawi, come se non esistessero. Se il genocidio andrà avanti, probabilmente non ci sarà bisogno che affrontino l’argomento. Perché a Gaza non ci sarà più una comunità cristiana della quale parlare.
Fonti e approfondimenti
Kuttab D., Why does the Christian West ignore Palestinian Christians’ plight?, al-Jazeera, 25/12/2023.
Macintyre D., Faithful few: can Gaza’s Christian community survive?, The Guardian, 23/12/2018.
Mandhai S., Israel-Palestine war: A quick history of Christianity in Gaza, Middle East Eye, 20/10/2023.
Massad J., Palestinian Orthodox Christians struggle against two colonialisms, Middle East Eye, 02/05/2022.
Osman N., War on Gaza: Christian community fears extinction as ‘genocidal campaign’ continues, Middle East Eye, 22/12/2023.
Sukarieh M., Good Christians, bad Christians, MondoWeiss, 17/02/2024.


