Attivismo ambientale in aula: non agire contro la crisi climatica è una violazione dei diritti umani

Climate litigations
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Esistono tanti modi per difendere l’ambiente.

Alcuni passano attraverso le proteste, le manifestazioni e, spesso, il rischio di condanne (o peggio) per gli attivisti. Altri si sviluppano attraverso decisioni e sentenze storiche. E, in questo caso, al banco degli imputati ci sono i governi e le multinazionali. 

Climate litigations

Con il termine climate litigation si indicano i contenziosi sul clima, ossia le azioni legali che sollevano questioni di diritto o di fatto relative al cambiamento climatico e hanno lo scopo di tutelare e promuovere la sostenibilità ambientale. I contenziosi climatici possono essere pubblici o privati. I primi si concentrano prevalentemente sulle responsabilità degli enti pubblici e dei governi, i secondi sono rivolti ad aziende e multinazionali.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), in sei anni, il numero di persone che si sono rivolte ai tribunali per contrastare la crisi climatica è più che triplicato, passando dagli 884 casi presentati nel 2017 ai più di 2.600 del 2023. La maggior parte delle litigations ha luogo negli Stati Uniti, ma i casi sono in aumento anche in Australia, Regno Unito, Canada, Germania, Brasile, Messico e Indonesia.

Un’arma a doppio taglio

Ma non bisogna fare l’errore di leggere questi numeri in una sola direzione. I contenziosi climatici, infatti, possono reclamare politiche più stringenti per contrastare il cambiamento climatico. O, al contrario, opporvisi: è il caso dei ricorsi contro l’installazione di parchi eolici o pannelli solari. Inoltre, le climate litigations possono essere utilizzate per richiedere un risarcimento di un danno causato da un evento meteorologico estremo o legato al cambiamento climatico.

La Ong ClientEarth, nel 2022, ha stilato una lista di dieci contenziosi climatici considerati tra i più significativi a livello internazionale, selezionati anche per mostrare la varietà delle strategie giuridiche utilizzate.

Un esempio emblematico è il caso Neubauer et al. v. Germany, promosso da un gruppo di giovani contro la legge climatica tedesca. Nel 2021, la Corte costituzionale federale ha stabilito che rinviare una parte eccessiva degli sforzi di riduzione delle emissioni agli anni successivi al 2030 avrebbe rischiato di imporre alle generazioni future restrizioni sproporzionate nell’esercizio delle proprie libertà. Il caso mostra così come gli effetti delle politiche climatiche possano essere valutati non soltanto in termini ambientali, ma anche rispetto alla protezione dei diritti nel tempo e all’equità intergenerazionale

Il precedente storico

Il precedente storico delle climate litigations per antonomasia è il caso di Leghari. Agricoltore pakistano, Leghari ha sostenuto una causa contro il governo federale del suo Paese, accusandolo di violare il suo diritto alla salute e alla dignità umana, secondo gli articoli 9 e 14 della Costituzione nazionale.

L’economia del Pakistan è profondamente dipendente dalle risorse naturali e dall’agricoltura, nonostante si tratti di un Paese particolarmente esposto agli eventi climatici estremi. Di conseguenza, a causa dei mutamenti del clima, la porzione di popolazione in condizione di vulnerabilità socioeconomica è in aumento.

Già dal 2012, il governo pakistano si era dotato di strumenti per affrontare il problema. La National Climate Change Policy 2012 costituiva la strategia nazionale per integrare il cambiamento climatico nelle politiche di sviluppo, individuando priorità di adattamento e mitigazione in settori particolarmente vulnerabili, tra cui agricoltura, risorse idriche, energia, foreste e gestione dei rischi naturali. Il successivo Framework for Implementation of Climate Change Policy (2014–2030) doveva tradurre questi obiettivi generali in azioni concrete e prioritarie, definendo interventi, responsabilità istituzionali e un orizzonte temporale per la loro realizzazione.

Ed è proprio qui che nasce il caso. Leghari non contesta tanto l’assenza di politiche climatiche, quanto la loro mancata attuazione, responsabile di conseguenze concrete sulla sicurezza idrica, alimentare ed energetica del Paese. Nel 2015, l’Alta corte di Lahore si è espressa in favore di Laghari, confermando – per la prima volta nella storia del Pakistan e del Sud globale – che i diritti ambientali sono inalienabili.

Il clima arriva in tribunale dall’Europa all’Africa

Anche la giurisprudenza europea ha il suo precedente storico: il caso Urgenda contro il governo dei Paesi Bassi. Il contenzioso fu avviato nel 2013 dalla Urgenda Foundation, insieme a centinaia di cittadini olandesi, con l’obiettivo di contestare l’insufficienza delle politiche nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra. Secondo i ricorrenti, gli obiettivi fissati dal governo non erano adeguati rispetto ai rischi del cambiamento climatico e delle conoscenze scientifiche disponibili. Urgenda chiedeva allo Stato di ridurre, entro al fine del 2020, le emissioni nazionali di almeno il 25% rispetto ai livelli del 1990.

Nel 2019, al termine dei successivi gradi di giudizio, la Corte suprema olandese ha confermato l’obbligo legale dello Stato di rafforzare le proprie politiche di mitigazione climatica, riconoscendo che la natura globale del cambiamento climatico non esonera il singolo Paese dalla propria responsabilità. La Corte ha collegato tale obbligo agli articoli 2 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, relativi al diritto alla vita e al diritto al rispetto della vita privata e familiare, stabilendo che lo Stato deve adottare misure adeguate per proteggere i cittadini dai rischi gravi connessi al cambiamento climatico. 

Questo principio ha trovato applicazione anche fuori dall’Europa, come dimostra il caso della regione di Lamu, in Kenya. Qui, nel 2019, un tribunale nazionale ha annullato l’autorizzazione al primo impianto a carbone della regione. Accogliendo il ricorso della Ong Save Lamu, ha sottolineato l’assenza di un’adeguata partecipazione pubblica nella valutazione dell’impatto ambientale. La decisione ha portato al ritiro dei finanziamenti e alla cancellazione definitiva del progetto.

La “Giusta causa” contro Eni

Nonostante i governi siano a oggi i principali destinatari dei contenziosi sul clima, a partire dal 2015 le aziende, in particolare le multinazionali del petrolio e del gas, sono state sempre più coinvolte.

In Italia, Eni, la principale multinazionale petrolifera del Paese, è stata portata in tribunale grazie a un’azione legale promossa da Greenpeace Italia, ReCommon e privati cittadini. La “Giusta causa”, come è stata ribattezzata, punta ad accertare e dichiarare che Eni SpA, insieme al ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) e a Cassa depositi e prestiti SpA (la principale istituzione finanziaria pubblica per lo sviluppo sostenibile – Cdp) sono «responsabili nei confronti dei cittadini italiani per danni alla salute, all’incolumità e alla proprietà».

Eni, il Mef e la Cdp hanno immediatamente provato a far valere il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario secondo cui, in Italia, una causa climatica non è procedibile. Tuttavia, una decisione pubblicata il 18 febbraio 2025 dalla Cassazione ha sancito che le cause climatiche in Italia sono lecite e ammissibili e che i giudici italiani si possono pronunciare sui danni derivanti dal cambiamento climatico, basandosi sulle normative nazionali e internazionali

Il settore minerario, la nuova frontiera delle climate litigations

Negli ultimi anni, una parte sempre più significativa delle climate litigations ha interessato il settore minerario ed estrattivo, il cui impatto ambientale è stato ulteriormente accentuato dalla cosiddetta twin transition, la transizione parallela verso un’economia verde e digitale, che ha aumentato la domanda globale di materie prime. In questo contesto, i tribunali hanno iniziato a valutare in modo più rigoroso il bilanciamento tra benefici economici e costi ambientali.

Ad esempio, nel 2017, in Australia, la Corte ambientale del Nuovo Galles del Sud ha respinto il progetto della Gloucester Resources Ltd di aprire un sito minerario nella valle di Gloucester, ritenendo che i potenziali benefici climatici dei minerali estratti non fossero sufficienti a compensare le emissioni e i danni ambientali prodotti dall’attività estrattiva.

Un orientamento simile si è affermato anche in Argentina, dove nel 2019 la Corte suprema ha respinto il ricorso di Barrick e Argentine Mining Exploration S.A. volto ad abrogare la Legge sui ghiacciai, riaffermando il valore della funzione ambientale dei ghiacciai e la sua prevalenza rispetto agli interessi economici del settore.

We won!

Secondo le statistiche, sono soprattutto i giovani attivisti a promuovere le climate litigations: in molti casi si tratta di giovanissimi, talvolta ancora minorenni. Eppure, la più importante vittoria ottenuta finora porta la firma di un’associazione di 2.500 donne svizzere sulla settantina, le KlimaSeniorinnen (Anziane per il clima).

Era il 2016 quando le KlimaSeniorinnen hanno iniziato una battaglia legale durata più di 8 anni contro il governo svizzero, accusandolo di non fare abbastanza per contrastare gli effetti del cambiamento climatico. Sostenute da Greenpeace Svizzera, le Anziane per il clima hanno ritenuto – evidenze scientifiche alla mano – che la loro età e il loro genere le rendessero particolarmente vulnerabili agli effetti delle ondate di calore e che il governo elvetico non avesse fatto abbastanza per proteggere il loro benessere e la loro qualità di vita.

Con la ratifica dell’Accordo di Parigi, la Svizzera si è formalmente impegnata a contenere l’aumento della temperatura media globale sotto i 2°C rispetto ai livelli preindustriali e a ridurre le emissioni di gas serra. In particolare, il governo si è formalmente impegnato a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020 e del 34% entro il 2030.

Il contenzioso delle KilmaSeniorinnen non si concentra solamente sull’insufficienza degli obiettivi svizzeri di riduzione delle emissioni, ben al di sotto di quelli di Unione europea (meno 55% entro il 2030) e Germania (meno 65% entro il 2030), ma anche sull’inadeguatezza delle misure adottate. Infatti, il rapporto di monitoraggio del governo svizzero nel 2018 – due anni dopo l’inizio della battaglia legale delle Anziane per il clima – quantifica la riduzione effettiva delle emissioni solo al 14%, non proprio in linea con il 20% atteso entro il 2020.

La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), dopo aver attribuito alla causa “la massima considerazione possibile”, il 9 aprile 2024 ha dato ragione alle Anziane per il clima, sancendo che la Svizzera non ha agito in modo abbastanza incisivo contro il riscaldamento globale. In particolare, la Corte ha contestato al governo la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, relativo al rispetto della vita privata e familiare, e dell’articolo 6 sul diritto alla giustizia.

Per la prima volta, un tribunale transnazionale specializzato in diritti umani ha sostenuto esplicitamente il diritto alla protezione del clima. Grazie alle KlimaSeniorinnen, non agire contro la crisi climatica è stato dichiarato una violazione dei diritti umani.

 

Fonti

ClimateEarth. 2010. 10 Landmark Climate Change Cases.

Federal Office for the Environment (FOEN). 2020. 2020 reduction target  (for the years 2013 to 2020).

Intini, Elisabetta, “Sentenza storica della Corte europea: non agire contro la crisi climatica é una violazione dei diritti umani”, Focus, 11 aprile /2024.

Gratham Research Institute on Climate Change and Environment, “Climate litigation against companies is on the rise, report finds”, Lse, 27 giugno 2024.

ReCommon. “Storica vittoria per il clima, le Sezioni Unite della Cassazione danno ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadini contro ENI: “Da oggi in Italia è finalmente possibile ottenere giustizia climatica””. 22 maggio 2025.

Sabin Center for Climate Change Law. 2025. Climate Litigation Database.

Setzer, Joana e Higham Catherine, “Global trends in climate change litigation 2024: a snapshot”, Gratham Research Insititute on Climate Change and Environment, 07 giugno 2024.

UNEP. 2023. Climate Change Litigation Report: 2023 Status Review.

Zero Carbon Analytics, Oil Change International. 2024. Big Oil in Court – The latest trends in climate litigations against fossil fuel companies.

 

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