A parole siamo tutti d’accordo su quanto sia importante difendere l’ambiente. Quando però si passa dalla teoria alla pratica, sempre più spesso e in ogni parte del mondo, schierarsi a favore dell’ambiente significa rischiare. Rischiare l’arresto, l’intervento della polizia, incappare nelle reazioni frustrate degli automobilisti coinvolti in un blocco stradale, o la stessa vita.
Global witness, una Ong internazionale che opera nell’ambito della protezione dei diritti umani e contro lo sfruttamento ambientale, a partire dal 2012 ha iniziato a documentare le minacce e le violenze ai danni degli attivisti per l’ambiente. In oltre dieci anni di lavoro, Global witness ha contato oltre 2.000 casi di persone uccise per aver provato a difendere il pianeta. L’ultimo dato si riferisce al 2024, anno in cui si registrano 146 morti, dopo i 196 del 2023.
La situazione più critica è in America del Sud
America del Sud e Caraibi si confermano negli anni l’area con la percentuale maggiore di omicidi (l’82% di tutti quelli avvenuti nel mondo nel 2024).
La Colombia, con 508 omicidi dal 2012, batte tutti i record negativi. Al secondo posto di questa triste classifica c’è il Brasile, con 401 uccisioni accertate dal 2012. Gli altri primati preoccupanti sono quelli dell’Honduras – che ha il numero maggiore di omicidi pro capite, con circa 15,6 morti per milione di abitanti tra il 2012 ed il 2023 – e del Guatemala, che invece nel 2024 ha registrato l’aumento annuo di uccisioni più alto a livello globale.
Nonostante il miglioramento registrato negli ultimi anni, il Messico rimane un osservato speciale a causa delle minacce e delle intimidazioni alle quali si espongono coloro che, in particolare tra le comunità indigene, difendono il proprio territorio dagli espropri.
L’Accordo di Escazú
Proprio in America meridionale, teatro principale delle uccisioni degli attivisti ambientali, il 22 aprile 2021 è entrato in vigore l’Accordo di Escazú (Accordo regionale sull’accesso all’informazione, sulla partecipazione pubblica e sulla giustizia nelle questioni ambientali). Aperto alla partecipazione di 33 Stati tra America del Sud e Caraibi, attualmente conta 24 firme e 16 ratifiche, ultima di queste quella della Colombia.
A catturare l’attenzione sono però gli assenti, ossia Brasile, Perú, Costa Rica (nonostante l’Accordo sia stato approvato nell’omonimo distretto costarricense di Escazú) e Honduras, patria di Berta Caceres, che ha lottato fino alla morte per gli indigeni del suo Paese e per la quale, al momento dell’approvazione, è stato osservato un minuto di silenzio. Il Venezuela non ha nemmeno partecipato ai negoziati.
Per la prima volta, nella storia del Centro e Sud America, viene messo per iscritto il diritto delle persone e delle organizzazioni, che difendono l’ambiente e i diritti umani, di vivere in un ambiente sano, libero da minacce, restrizioni e insicurezze. Inoltre, l’Accordo prevede misure preventive per gli attacchi e le intimidazioni nei confronti dei difensori dell’ambiente, seguite da vere e proprie indagini volte a punire i colpevoli.
Informazione e partecipazione come strumenti di difesa
L’Accordo di Escazú ha inoltre lo scopo di supportare le persone (specialmente quelle più vulnerabili) nel reperire informazioni sulle questioni ambientali che le coinvolgono in prima persona. In America meridionale, sono sempre più frequentemente legate allo sfruttamento dei giacimenti minerari e del suolo.
I governi che hanno ratificato il documento hanno l’obbligo di garantire sostegno (anche legale) alla società civile e la responsabilità di creare spazi dove la popolazione possa avere voce in capitolo nei processi decisionali, anche a discapito degli interessi economici.
La rivoluzione dell’Accordo è portare i governi ad abbandonare lo stigma per cui gli attivisti sono un ostacolo allo sviluppo economico e all’interesse pubblico, riconoscendone, invece, il ruolo sociale per lo sviluppo sostenibile e la difesa dei diritti umani.
L’Accordo di Escazú non è rimasto solo sulla carta, ma la sua applicazione è ancora disomogenea. Diversi Paesi hanno adottato roadmap nazionali di implementazione ed è operativo un Comitato incaricato di sostenere e monitorare il rispetto dell’Accordo. I risultati sul campo, però, restano limitati: dalla sua entrata in vigore nel 2021 alla fine del 2024, non si osserva ancora una chiara diminuzione degli attacchi contro i difensori dell’ambiente. Il vero banco di prova resta quindi trasformare gli impegni istituzionali in una protezione effettiva delle comunità e degli attivisti.
Asia, tra omicidi e processi politici
In Asia, invece, gli ambientalisti sono in pericolo soprattutto nelle Filippine, dove nel 2023 si sono registrati 17 omicidi e 7 sparizioni forzate. Al secondo e terzo posto ci sono India e Indonesia.
Tuttavia – anche se non per il numero di uccisioni – spicca il caso della Cambogia e dei suoi metodi di repressione del dissenso.
L’ultimo episodio risale a luglio 2024, quando il governo ha condannato alcuni attivisti del gruppo Mother nature a pene comprese tra i 6 e gli 8 anni di reclusione per aver presumibilmente complottato contro il governo e insultato il re. La legittimità del processo è stata immediatamente messa in discussione da Amnesty international e Humans rights watch, che sostengono sia stato una farsa per mettere a tacere il dissenso, dal momento che Mother nature è nota proprio per le sue campagne di lotta non violenta.
Repressioni diverse, ma lo stesso messaggio
In Africa, Global witness ha registrato 4 attivisti morti nel 2023, 2 nella Repubblica Democratica del Congo, 1 in Ruanda e 1 in Ghana. Queste cifre, così come quelle raccolte dal 2012, sono probabilmente molto sottostimate, a causa della difficoltà nel reperire informazioni.
Alla cerimonia di consegna del Goldman environmental prize, una sorta di Nobel per l’impegno ambientale, Nonhle Mbuthuma – attivista sudafricana vincitrice del Premio nel 2024 per aver portato in tribunale la multinazionale del petrolio Shell e il governo sudafricano – ha dichiarato di aver affrontato per anni minacce di morte, atti di violenza, criminalizzazioni e molestie.
Sebbene la situazione sia nettamente migliore, nemmeno l’emisfero settentrionale del pianeta può dirsi completamente estraneo alle misure repressive contro l’attivismo ambientale, che – secondo la Ong Climate rights international – sono in aumento, dalla Russia, all’Unione europea, fino agli Stati Uniti. Negli ultimi mesi del 2024 si è evidenziato un trend crescente di arresti e detenzioni preventive ai danni degli organizzatori di proteste prevalentemente pacifiche.
Public (dis)order
Se in altre regioni la repressione assume forme più violente e difficili da documentare, in Europa passa soprattutto attraverso strumenti legislativi e giudiziari che restringono gli spazi della protesta. Il Regno Unito è uno degli esempi più significativi di questa tendenza.
Nell’ottobre 2022, l’allora ministra dell’Interno inglese Suella Braverman ha dato inizio ai lavori per il Public order act, un disegno di legge che, a partire dal luglio dell’anno seguente, avrebbe garantito alla polizia britannica nuovi poteri per contrastare le proteste degli attivisti climatici. Era il periodo in cui Just stop oil manifestava contro l’emissione di nuove licenze per l’estrazione di petrolio e gas, lanciando la salsa di pomodoro contro I girasoli di Vincent van Gogh e Animal rebellion versava sulle vetrine il latte preso dagli scaffali di alcune note catene di supermercati.
Il fatto non sussiste
Con queste nuove misure diventa un reato anche incatenarsi o incollarsi ad altre persone, oggetti ed edifici.
Nell’estate del 2022, tre attivisti di Just stop oil si sono incollati al vetro di protezione della Primavera, quadro di Sandro Botticelli custodito al Museo degli Uffizi a Firenze. In quell’occasione, in Italia non si tenne nemmeno il processo e gli attivisti furono assolti perché “il fatto non sussiste”, dal momento che si trattava di una manifestazione pacifica e che non ha recato danni concreti (la colla è stata rimossa dopo poco, lasciando il vetro inalterato).
Diversamente è andata ad altri due attivisti di Just stop oil che hanno bloccato uno snodo di traffico di Londra per circa 40 ore. Entrambi sono stati condannati, in forza delle nuove misure adottate, a 3 e 2 anni di carcere.
Le Nazioni Unite, di fronte alla svolta repressiva del governo britannico, hanno espresso preoccupazione per lo stato della libertà di protesta nel Regno Unito. Il governo, allora guidato da Rishi Sunak, ha risposto dicendo che il diritto di protestare finisce laddove inizia il diritto della “maggioranza rispettosa della legge” di condurre una vita quotidiana senza ostacoli.
Dal blocco stradale al blocco alla libertà
In Italia, secondo le disposizioni dell’articolo 14 del Ddl sicurezza, chi blocca una strada o una ferrovia con il proprio corpo commette un reato penale e rischia fino a un mese di carcere (che arriva a 2 anni se sono coinvolte più persone). Questa norma, divenuta legge da giugno 2025, modifica quanto la giurisprudenza italiana ha disposto nel 1948, ossia che il blocco stradale è un illecito amministrativo punibile con una multa.
La Presidente del Comitato permanente della Camera dei deputati sui diritti umani nel mondo, Laura Boldrini, ha fatto notare come questo ddl, fortemente voluto dal governo di Giorgia Meloni, abbia tutta l’aria di essere una legge contra personam per ostacolare le azioni delle organizzazioni ambientaliste che sono solite utilizzare il blocco stradale come forma di protesta. Infatti, se per ipotesi, la strada viene bloccata da un cassonetto o da una fila di trattori, anziché da un gruppo di persone, la norma non si applica.
Ribattezzata “legge anti-Gandhi”, questa disposizione del Ddl sicurezza è stata aspramente contestata da tutti i fronti dell’opposizione e definita incostituzionale dal vicepresidente della Camera Sergio Costa, che al quotidiano La Stampa ha dichiarato: «Il carcere per chi esprime il dissenso è liberticida e va contro la Costituzione. Resistenza significa anche sedersi per terra con le mani alzate. Oppure rimanere fermi, oppure sdraiarsi a terra. Non è resistenza violenta, ma semplice e legittimo rifiuto civico non violento».
Fonti
Amnesty International, “Per la protesta nel Regno Unito inizia un’era buia”, 13 giugno 2023.
Camera dei Deputati. 2024. Disegno di Legge n.1660-A.
Global Witness. 2023. Missing voices.
“At least 146 land and environment defenders killed or disappeared globally in 2024”, Global Witness Press Release, 17 settembre 2025.
Goldman environmental prize. The Goldman environmental prize. 2024.
United Nations Treaty Collection. 2021. Accordo regionale sull’accesso all’informazione, sulla partecipazione pubblica e sulla giustizia nelle questioni ambientali.


