Brexit, quali implicazioni per l’Africa?

Il nostro approfondimento sulla Brexit prosegue in una direzione ancora poco sondata dagli analisti. Cerchiamo di capire quali sono le possibili implicazioni del fenomeno sul panorama socio-economico africano.

In questo contesto alcuni prevedono la fine della “British outwardness“, il dinamismo inglese nelle questioni inerenti lo sviluppo globale, e del suo potere di moral suation, rivelatosi particolarmente incisivo nel 2005 quando, sotto la presidenza britannica, le potenze del G8 si impegnano a raddoppiare i sussidi destinati all’Africa e a condonare il debito dei paesi piú poveri del continente. Tra gli altri impegni assunti, un maggiore supporto alle forze di peacekeeping africane ed ulteriori investimenti nella lotta contro l’HIV/AIDS, la malaria, la tubercolosi, ed altre malattie endemiche.

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Tra le conseguenze non intenzionali potrebbe esserci un ridimensionamento del contributo britannico allo sviluppo del continente africano. Il Regno Unito contribuisce agli aiuti allo sviluppo con lo 0,7% del reddito nazionale lordo (RNL). Ora, se il Regno Unito dovesse andare in recessione con conseguente calo del RNL, il volume di denaro destinato all’Africa si ridurrebbe.

Inoltre, la Gran Bretagna è stato uno dei più grandi sostenitori di programmi di aiuto dell’UE in Africa, sia politicamente che finanziariamente. Mentre il Regno Unito molto probabilmente continuerà ad onorare i propri impegni, a mutare potrebbe essere l’atteggiamento di un unione a 27, con il venir meno del ruolo propulsivo dell’attore britannico.
Lo stesso vale per la politica agricola comune dell’UE, la cosiddetta PAC, fortemente criticata dagli agricoltori africani perché favorisce quelli europei attraverso l’erogazione di sussidi. Il Regno Unito é stato il piú fermo sostenitore di una riforma della PAC, e per gli africani verrebbe meno una voce autorevole nel consesso europeo a difesa della causa agricola locale.
Nel breve termine, peró, potrebbero esserci spiragli di luce per una manciata di aziende africane. L’incertezza ha visto aumentare il prezzo dell’oro e dato che i costi di estrazione sono sostenuti in rand africano e la materia prima si vende in dollari, il settore delle miniere auree potrebbe beneficiare di un ulteriore caduta della moneta locale nei confronti di quella statunitense.

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Se l’uscita dall’UE dovesse inaugurare una fase di recessione nel Regno Unito, ne conseguirebbe un piú o meno drastico calo della domanda e l’export africano potrebbe risentirne. Ad esempio, le esportazioni di rose dal Kenya si ridimensionerebbero, perché i consumatori britannici potrebbero trovare piú conveniente acquistare quelle locali.
La maggior parte degli accordi commerciali UK-Africa avvengono sotto l’ombrello dell’UE. Adesso gran parte di essi dovrá esser rinegoziata e le pratiche potrebbero durare anni. Nelle more della rinegoziazione, le relazioni commerciali anglo-africane potrebbero rimanere bloccate in un limbo per molto tempo.
Alcuni affermano che il divorzio da Bruxelles spingerá il Regno Unito a migliorare i suoi rapporti commerciali con i partner del Commonwealth, tra cui molti paesi africani (Ghana, Nigeria, Sierra Leone, Uganda, Kenya, Malawi, Tanzania, Zambia, Botswana, Lesotho, Namibia, Camerun, Mozambico, e Ruanda). Altri dicono che pur non trascurando l’UE come partner commerciale, il Regno Unito guarderá con un interesse crescente alla Cina.
Il mondo dei negoziati commerciali è comunque difficile da prevedere, e a prevalere rimane l’incertezza.

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Infine, l’ incognita della politica migratoria post-Brexit é un ulteriore fattore di incertezza. Osservando la campagna referendaria del fronte del “leave” non é difficile prevedere un inasprimento dei controlli e nuove restrizioni sull’immigrazione. Ma alcuni avanzano l’ipotesi che al fine di potenziare le relazioni commerciali con diversi paesi africani, il Regno Unito potrebbe promuovere alcune facilitazioni per i cittadini del Commonwealth, e che interesserebbero quindi anche quei cittadini africani i cui paesi ne fanno parte.
Questa opzione potrebbe caricarsi di senso alla luce delle stime del FMI, le quali prevedono che entro il 2019 il contributo del Commonwealth alla produzione economica mondiale sará maggiore di quello dell’UE.

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