Le risorse africane: il dramma delle miniere d’oro

Due dei dieci maggiori produttori di oro al mondo sono nazioni africane. Anche se la quantità d’oro presente nel continente è diminuita negli ultimi anni, il settore è rimasto molto attivo, sia a livello legale che illegale, e ancora una volta, il denominatore comune delle varie realtà è lo sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente.

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L’oro è da millenni uno dei metalli più preziosi. I suoi utilizzi sono numerosi, spaziando dalla produzione di gioielli, all’uso in campo medico, al suo impiego a livello finanziario. Da sempre, appena una riserva d’oro viene scoperta, ci sono centinaia di investitori pronti a tutto per accaparrarsela, azionando così quella che viene chiamata corsa all’oro.

La scoperta dei primi giacimenti d’oro in Africa avvenne nella seconda metà del XIX secolo.

Il Sudafrica

Il principale protagonista fu il Sudafrica, che in quel periodo stava attraversando quella che viene chiamata rivoluzione mineraria: il Paese viveva una fase di rapida industrializzazione e di profondi cambiamenti a livello economico. Centrale fu lo sviluppo, appunto, del settore minerario; la scoperta, prima di giacimenti diamantiferi a Kimberly, poi, nel 1886, di miniere d’oro a Witwaterstand, nella regione del Transvaal, rese il Paese uno dei maggiori esportatori di minerali al mondo. Fu proprio la contesa di tale zona a scatenare, tra il 1899 e il 1902 la guerra anglo-boera, durante la quale i due gruppi di coloni si scontrarono per ottenerne il dominio, e quindi, la possibilità di sfruttamento.

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Dalla scoperta dei suddetti giacimenti, fino a pochi anni fa, il Sudafrica è stato il maggior produttore di oro a livello mondiale, finché le sue riserve non hanno cominciato ad esaurirsi; nonostante la progressiva diminuzione del prezioso materiale nel territorio sudafricano, il Paese resta il primo del continente africano a livello di produzione.

La Repubblica Sudafricana è ormai una delle nazioni più stabili in Africa: l’abbandono del regime dell’apartheid, dopo la battaglia decennale dell’African National Congress di Nelson Mandela, gli ha permesso una discreta crescita a livello economico, ma anche sociale.

Non per questo però lo stato è esente da problematiche riguardanti le condizioni di vita dei propri cittadini, nello specifico dei minatori, uomini, donne e bambini che, così come in tutta l’Africa, accettano situazioni lavorative pericolose e degradanti per poter sopravvivere.

In aggiunta, la diminuzione del numero delle miniere e la conseguente perdita di occupazione dei minatori ha aumentato la portata del problema: una miniera viene dismessa nel momento in cui le riserve auree si trovano ormai in posizioni che ne rendono l’estrazione scomoda, pericolosa e costosa, ma chi ha perso il proprio lavoro è disposto a proseguire in autonomia la ricerca, rischiando la propria vita come minatore illegale.

Anche i più fortunati, che riescono ad avere ancora un lavoro, vanno incontro a problemi di salute. La corte di Johannesburg ha però deciso, a maggio dello scorso anno, che i minatori possono fare causa alla compagnia mineraria per cui hanno lavorato se affetti da silicosi, una patologia incurabile ai polmoni causata dall’inalazione prolungata di biossido di silicio. Nei prossimi mesi l’Anglo American, l’AngloGold Ashanti, la Gold Fields e la Harmony Gold, dovranno rispondere delle imputazioni. Probabilmente la decisione presa dalla corte di Johannesburg è stata influenzata dai numerosi scioperi attuati dai minatori negli ultimi anni, guidati dal National Union of Mineworkers (NUM), chiedendo l’aumento dei salari, e  ai quali il presidente Jacob Zuma non ha saputo dare una risposta efficace.

Il Ghana

Al secondo posto, tra i maggiori produttori d’oro africani, c’è il Ghana. Il Paese, famoso, oltre che per l’esportazione di oro, anche per quella di cacao, era chiamato prima dell’indipendenza, Gold Cost.

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L’attività di estrazione e di esportazione dell’oro in Ghana è praticata, non solo da grandi compagnie internazionali, ma anche da numerosi piccoli imprenditori cinesi che si sono trasferiti nei primi anni 2000 con l’obiettivo di fare fortuna. I cinesi sono quasi sempre riusciti ad arricchirsi, ma a spese dei minatori ghanesi, e non solo, che lavorano nelle loro miniere. Questi ultimi, in realtà, vedono di buon occhio i cinesi, che offrono loro un posto in cui dormire, anche se poco igienico ed estremamente precario, e tre sostanziosi pasti giornalieri.

Il Ghana è una repubblica costituzionale presidenziale ed anch’essa, come il Sudafrica, è uno degli stati più stabili del continente africano: questo ha permesso, nel 2012 al parlamento ghanese di approvare una riforma volta a modificare il regolamento minerario, la quale dichiara ”la terra e le ricchezze del sottosuolo proprietà della nazione” e ne vieta l’alienazione permanete; la riforma ha portato alla nazionalizzazione di alcune miniere, come quella di Bibiani, quella di Iduapriem e quella di Obuasi, ora sotto il controllo del Ghana National Industries. Nel testo della riforma si fa anche riferimento alla situazione dei diritti umani dei minatori vietando il lavoro minorile, fornendo un’assicurazione sugli infortuni ad ogni lavoratore e garantendo loro un giornata lavorativa di otto ore.

Il Mali

Il terzo maggiore produttore di oro in Africa, pur non rientrando nella top ten mondiale, è il Mali. Nel territori del Paese sono presenti numerose miniere, alcune ormai dismesse a causa della difficoltà di estrazione delle riserve auree rimaste, come le miniere di Sadiola e Morila, e altre ancora in funzione, ad esempio la miniera di Loulo, aperta nel 2005.

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Come riportato in un report della Federazione Mondiale dei Diritti dell’Uomo, l’estrazione di oro è una delle principali attività economiche del Paese e l’esportazione del minerale è seconda soltanto a quella del cotone. Le potenzialità di crescita che possono derivare dalla produzione e dal commercio dell’oro sono da non sottovalutare: in un paese in cui la possibilità di trovare un lavoro è scarsa e i salari bassissimi, il settore minerario è una delle maggiori risorse per sollevare l’andamento economico statale. Il lavoro in miniera, in Mali, così come nel resto del continente africano, è relativamente ben pagato, ma decisamente mal gestito e la situazione è di certo peggiorata in seguito all’occupazione di alcuni dei territori del Paese da parte di gruppi terroristici islamici.

Le compagnie che hanno ottenuto la gestione delle miniere godono di una posizione forte, che le lascia libere di agire potendo decidere in modo autonomo quali saranno i programmi da esse attivati a favore delle comunità locali, senza contare che spesso riescono ad ottenere l’esenzione dal pagamento delle imposte. Un ulteriore fattore che impedisce all’economia del Mali di svilupparsi è l’inesistenza di collegamenti tra la stessa economia dello stato e il settore estrattivo dell’oro, in quanto la totalità del minerale estratto è diretta all’esportazione.

La pessima gestione del mercato dell’oro è solo in parte colpa delle multinazionali che gestiscono le miniere, in quanto è il governo maliano a dover procedere all’istituzionalizzazione di procedure legali, che permettano di coadiuvare una ragionata attività di estrazione, che tenga conto dei diritti umani dei lavoratori e che eviti la distruzione dell’ambiente naturale, con la progressiva crescita economica e sociale del Paese.

Il report delta FIDH denuncia il pessimo trattamento dei lavoratori delle miniere: pur essendo previste norme per garantire la sicurezza sul luogo di lavoro, esse non vengono rispettate e lo stato non effettua controlli per garantirne l’osservanza; lo stesso avviene per le cure mediche, garantite in teoria a tutti i minatori e le loro famiglie, ma de facto insufficienti a coprire le spese necessarie. Inoltre lo stato nega ai lavoratori la libertà di associazione.

Come detto precedentemente, sono le stesse compagnie proprietarie delle miniere a doversi fare carico dei diritti dei lavoratori e dei progetti volti allo sviluppo delle zone limitrofe alla miniera, ma l’obiettivo di tali attori economici è aumentare i propri guadagni, non curandosi di certo delle condizioni igieniche e di salute dei lavoratori, specie in zone in cui l’interesse dello stato per i propri cittadini risulta scarso.

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Se Sudafrica, Ghana e Mali sono i maggiori produttori di oro del continente africano, anche i produttori minori, come il Burkina Faso, la Sierra Leone e il Sudan condividono con essi la cattiva gestione dell’economia del prodotto, dal momento dell’estrazione a quello dell’esportazione.

Comune è la pratica dell’utilizzo del mercurio per estrarre l’oro dalle rocce in cui è incastonato: l’unione tra i due elementi permette di sciogliere l’oro creando l’amalgama, così da poterlo dividere dalle rocce circostanti. Il mercurio è però un metallo tossico, pericoloso sia per l’uomo che per l’ambente.

Proprio lo sfruttamento e la distruzione dell’ambiente in cui vengono a svilupparsi le miniere è un altro dei punti comuni. Gli imprenditori  sono soliti abbandonare i luoghi in cui si trovavano gli strumenti estrattivi non curandosi delle condizioni dei terreni, spesso resi infertili, con pericolosi tunnel sotterranei e paludi artificiali.

Comune è, infine, lo sfruttamento dei minori: come spesso accade nel lavoro in miniera, i bambini riescono facilmente a trovare un’occupazione, grazie alla loro esile conformazione fisica, e abbandonano la scuola per diventare minatori. In molti stati africani il lavoro minorile è vietato dalla legge, ma ciò non è abbastanza per impedirne l’esistenza.

 

Fonti e approfondimenti

https://www.fidh.org/IMG/pdf/Mali_mines_final-en.pdf

http://www.tpi.it/mondo/sudafrica/foto-arte-miniere-sudafrica/immagine-relativa-alla-miniera-central-rand-nella-parte-settentrionale-del-paese-attiva-dal-1886-sono-state-estratte-oltre-sette-mila-tonnellate-di-oro

http://www.ilpost.it/2016/03/28/dentro-una-miniera-illegale-del-sudafrica/

http://www.bbc.com/news/world-africa-24457024

http://www.bbc.com/news/business-19870729

http://www.aljazeera.com/programmes/101east/2016/12/china-african-gold-rush-161213120529920.html

 

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