RDC e Ruanda: dal ritorno dell’M23 all’espulsione dell’ambasciatore ruandese 

RDC e Ruanda
Grafica di Armando D'Amaro - Lo Spiegone

Anche se, storicamente, le relazioni tra Repubblica Democratica del Congo (RDC) e Ruanda sono costellate di continue fasi di tensione e distensione, dovute a contrasti geopolitici, competizione per il controllo delle risorse naturali e sostegno a movimenti armati rivali, l’ultimo anno per Kinshasa e Kigali è stato particolarmente travagliato

Da novembre 2021, con il ritorno in attività del Movimento del 23 marzo (M23), uno degli oltre centoventi gruppi armati attivi nell’Est della RDC, tra i due Paesi è iniziato un crescendo di tensioni, intensificatosi, nel corso dell’estate, di fronte all’inasprirsi della violenza armata. 

Il 29 ottobre poi, con la presa da parte dell’M23 di due città nel Nord Kivu, Kiwanja e Rutshuru, i contrasti sono sfociati nell’espulsione dell’ambasciatore ruandese, Vincent Karega, dalla RDC, nel richiamo in patria del rappresentante di Kinshasa a Kigali e nell’invito a tutti i giovani congolesi ad arruolarsi per combattere quella che il presidente della RDC, Felix Tshisekedi, ha definito «l’aggressione ruandese attraverso l’M23». 

RDC, Ruanda e M23 

Il ritorno in attività dell’M23, a novembre 2021, è legato a diversi fattori, tra cui il fallimento dello stato d’assedio e il rafforzamento della cooperazione militare congo-ugandese di fronte all’intensificarsi degli attacchi delle Forze democratiche alleate (ADF). 

Nate negli anni Novanta per rovesciare il governo del presidente ugandese, Yoweri Museveni, le ADF sono tornate, dopo anni, a colpire il Paese con tre attentati suicidi nella capitale Kampala. Il lancio di un’operazione militare congiunta denominata «Shujaa» («coraggio») e il sensibile miglioramento delle relazioni tra RDC e Uganda sono stati la naturale conseguenza degli attacchi, ma hanno anche accresciuto il timore ruandese di perdere influenza su un territorio strategico e ricco di risorse naturali come l’Est della RDC

Molti analisti sostengono che il Ruanda stia tentando di mantenere la propria influenza sull’area proprio attraverso l’M23. Ufficialmente, i guerriglieri, rifugiatisi dopo la sconfitta del 2013 in Ruanda e Uganda, sostengono di aver ripreso le armi di fronte al mancato rispetto della promessa del governo congolese, nell’accordo del 2013, di integrare gli ex-combattenti del movimento nelle Forze armate della RDC (FARDC). 

Ma la RDC e molti analisti sostengono che dietro al ritorno dell’M23 si nasconda un solido sostegno logistico e militare ruandese, volto a difendere gli interessi geopolitici e securitari di Kigali e capace di portare il movimento, lo scorso luglio, a una dozzina di chilometri a Nord di Goma. 

Il Ruanda nega di fornire qualsiasi supporto all’M23 e, al contempo, accusa la RDC di appoggiare le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (FDLR), nelle quali operano alcuni dei responsabili del genocidio del 1994, mettendo così a repentaglio la sicurezza nazionale ruandese e legittimando il supporto di Kigali a movimenti armati rivali. 

Il report inaspettato dell’ONU 

Entrambe le accuse hanno trovato riscontro, lo scorso agosto, in un report informale delle Nazioni Unite, che ha evidenziato il coinvolgimento ruandese nell’Est della RDC, ma anche i legami tra le FARDC e alcuni movimenti armati. 

Gli esperti hanno mostrato come, nell’ultimo periodo, il Ruanda sia intervenuto più volte in territorio congolese, sia a supporto dell’M23 che con operazioni autonome contro gruppi ribelli a prevalenza hutu, come le FDLR. Inoltre, il rapporto evidenzia come il sostegno ruandese all’M23 non si realizzi solo attraverso forniture di equipaggiamento e supporto logistico, ma, quando necessario, anche con la garanzia di truppe di rinforzo

Ne è un esempio la presa, il 13 giugno, della città di Bunagana, a cinquanta chilometri a Nord di Goma e snodo commerciale strategico al confine ugandese. Diverse riprese hanno mostrato colonne di oltre cinquecento uomini, che si muovevano nei pressi della città in modo altamente organizzato e dotate di uniformi ed elmetti simili a quelli ruandesi. 

Allo stesso tempo, l’accusa rivolta dal Ruanda alla RDC di sostenere i movimenti armati ha trovato riscontro, dato che il report sottolinea i legami tra le FARDC e alcuni gruppi di ribelli

Il 25 maggio, alcuni combattenti dell’M23 affiancati da truppe ruandesi hanno attaccato una base delle FARDC a Rumangabo nel Nord Kivu, costringendo le truppe congolesi ad allontanarsi da una posizione strategica lungo la strada per Goma. Nei giorni successivi, diversi gruppi ribelli hanno affiancato le FARDC nel riprendere il controllo della base e, contestualmente, sotto l’occhio attento dell’esercito congolese, si è venuta a creare un’alleanza tra diversi gruppi armati, alcuni tra loro rivali, ma tutti ostili all’M23. 

Il fallimentare summit di Luanda 

Dall’inizio dell’estate, quindi, le tensioni tra Kinshasa e Kigali hanno visto un’escalation, con picchi in corrispondenza di alcuni momenti cruciali

Dopo gli attacchi di fine maggio e inizio giugno, Tshisekedi ha annunciato la sospensione dei voli della RwandAir verso la RDC, mentre il presidente ruandese, Paul Kagame, ha reagito minacciando un intervento militare diretto nel Paese. In seguito, la diffusione del contenuto del report informale dell’ONU di agosto ha portato a una dura condanna del Ruanda. Infine, dopo l’offensiva di fine ottobre dell’M23, la RDC ha espulso l’ambasciatore ruandese, richiamato in patria il proprio a Kigali e invitato i giovani congolesi ad arruolarsi. 

Mentre gli scambi tra Tshisekedi e Kagame diventavano sempre più accesi, la diplomazia regionale è intervenuta per evitare che la situazione degenerasse in un conflitto aperto. Su richiesta dell’Unione africana, si è attivata la Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi (ICGLR), un organismo non governativo composto da dodici Stati dell’area e deputato alla risoluzione pacifica delle tensioni nei e tra i Paesi. 

Ottenuto l’incarico di mediare tra le parti, l’attuale presidente dell’ICGLR e dell’Angola, João Lourenço, ha organizzato il 6 luglio un summit tripartito a Luanda, durante il quale Tshisekedi e Kagame si sono accordati su cessate il fuoco, ritiro dell’M23 dalla RDC e roadmap per la pacificazione delle regioni orientali. 

Punti essenziali erano la normalizzazione delle relazioni politiche e diplomatiche tra Kinshasa e Kigali e l’avvio di un dialogo per porre fine al conflitto nell’Est. Il giorno dopo i negoziati, però, FARDC e M23 si sono scontrati, con il movimento armato che sostiene di non essere tenuto a rispettare il cessate il fuoco, incluso nella roadmap, poiché l’accordo è stato siglato tra RDC e Ruanda, mentre il gruppo è un soggetto congolese. Il portavoce dell’M23, Willy Ngoma, ha annunciato che, se ci sarà un cessate il fuoco, sarà solo tra il movimento armato e il governo della RDC. 

La forza militare regionale dell’EAC 

Parallelamente al fallimentare tentativo diplomatico dell’ICGLR, anche la Comunità dei Paesi dell’Africa orientale (EAC) si è attivata. Da quando, a marzo, la RDC è diventata il settimo membro dell’organizzazione, affiancandosi a Burundi, Kenya, Ruanda, Tanzania, Sud Sudan e Uganda, l’EAC è sempre più coinvolta e interessata alle vicende del Paese.

Sotto la guida dell’allora capo di Stato del Kenya e presidente di turno dell’organizzazione, Uhuru Kenyatta, il 20 giugno si è tenuto a Nairobi un summit, durante il quale, per la prima volta nella storia dell’organizzazione, i suoi membri si sono accordati sul dispiego di una forza militare regionale nel territorio di uno dei Paesi appartenenti all’EAC. 

Compongono la forza inviata nella RDC contingenti militari provenienti da tutti i Paesi dell’organizzazione, eccetto il Ruanda. Su richiesta congolese, infatti, Kigali è stata esclusa dalla costituzione della forza speciale, dati i suoi evidenti interessi in territorio congolese e il suo chiaro coinvolgimento nel conflitto armato a fianco dell’M23, il principale movimento che, invece, l’EAC si è posta l’obiettivo di contrastare. 

Ad agosto, i militari burundesi sono stati i primi a giungere nella RDC, mentre a metà settembre sono iniziate le attività di supporto logistico di quelli kenyani, scesi poi definitivamente sul campo negli ultimi giorni. È previsto anche l’arrivo dei soldati sud sudanesi, tanzaniani e ugandesi, per un totale di uomini compreso tra i 6.500 e i 12.000. Il loro mandato è «contenere, sconfiggere e sradicare le forze negative» in quattro province congolesi: Haut-Uélé, Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. 

Saranno i prossimi mesi a dimostrare l’efficacia o meno dell’intervento, ma il dibattito è già aperto

Da un lato, c’è chi evidenzia il rischio derivante per la RDC dall’ospitare militari di Paesi come Burundi e Uganda che, in modo evidente in passato e meno visibilmente oggi, nutrono interessi economici e geopolitici nell’area. A ciò si aggiunge il timore che i soldati stranieri saccheggino le risorse naturali e compiano violenze nei confronti dei civili, come già accaduto durante le due guerre del Congo e, più recentemente, con l’operazione militare congiunta di RDC e Uganda

Dall’altro lato, però, viene anche evidenziato come l’intervento di un’organizzazione regionale, l’EAC, sia probabilmente la strategia migliore per affrontare il conflitto e le tensioni, poiché coinvolge e porta al tavolo diplomatico tutti i Paesi interessati dalla violenza nell’Est: RDC, Ruanda, Uganda e Burundi. 

Un’area lontana dalla stabilità 

Nonostante il Ruanda non sia l’unico Paese dell’area coinvolto nel conflitto congolese, è quello la cui implicazione è più visibile e i cui interessi sono maggiori. L’evolversi delle relazioni tra RDC e Ruanda mette in luce come gran parte dell’attivismo di Kigali sul suolo congolese sia trainato da obiettivi legati a sicurezza nazionale, difesa degli interessi geopolitici e, in misura minore, economici

L’incapacità del governo centrale di Kinshasa di costruire una solida presenza nelle regioni orientali crea un vuoto di potere che minaccia la sicurezza nazionale ruandese e, al contempo, apre spazi di azione per Kigali. Per il Ruanda è essenziale sviluppare un bilanciamento tra interventismo e atteggiamento attendista, affinché il conflitto nella RDC sia proficuo per i suoi interessi. 

In primo luogo, la strategia ruandese ha chiaramente obiettivi di difesa della sicurezza nazionale, derivanti da uno dei principali timori di Kagame: il ritorno al potere a Kigali delle FDLR, che includono al proprio interno alcuni dei responsabili del genocidio. Al fine di contrastare questo movimento, il Ruanda ha più volte giustificato il proprio sostegno a gruppi armati rivali come il Congresso nazionale per la difesa del popolo (CNDP) e l’M23. Infatti, innalzando l’intensità del conflitto nella RDC, Kagame impegna le FDLR sul suolo congolese e impedisce loro di dedicarsi all’organizzazione della ripresa del potere a Kigali

Al contempo, però, per il leader ruandese è essenziale che il sostegno ai movimenti armati rivali non sia tanto forte da indebolire esageratamente le FDLR. Anche un loro eccessivo logoramento potrebbe costituire una minaccia, dato che, a quel punto, il movimento potrebbe decidere di abbandonare la RDC, rifugiandosi altrove. 

È in questo senso che possiamo leggere la decisione di Kagame, in alcune fasi del conflitto, di ridurre o eliminare il proprio sostegno ai movimenti armati. Il rischio era un eccessivo indebolimento delle FDLR, ma anche che i gruppi sostenuti dal Ruanda diventassero troppo forti e ambiziosi, rappresentando una minaccia per Kigali. 

Alla difesa della sicurezza nazionale, si aggiungono poi anche considerazioni geopolitiche ed economiche. Mantenere l’instabilità nell’area, fornendo sostegno ai movimenti armati, impedisce alla RDC di diventare un attore militarmente ed economicamente rilevante, in grado di sfidare l’influenza ruandese nella regione dei Grandi Laghi. 

Gli attacchi di CNDP e M23, impongono a Kinshasa di concentrarsi sul conflitto armato, tralasciando altri obiettivi. Mentre il Ruanda, dal legame con i ribelli, trae anche benefici economici non trascurabili: Nord e Sud Kivu sono due delle regioni più ricche di risorse di tutta la RDC e, fornendo addestramento e armi ai guerriglieri, Kigali si assicura in cambio ingenti quantità di oro, diamanti e coltan

Sono questi, quindi, alcuni dei fattori che spiegano i motivi del coinvolgimento del Ruanda nell’Est della RDC, i suoi obiettivi, il sostegno altalenante ai gruppi armati, ma anche l’oscillare continuo tra momenti di tensione e distensione nei rapporti tra Kigali e Kinshasa. 

 

 

Fonti e approfondimenti 

Africa Defense Forum. 2022. EAC Regional Force Coming Into Focus in Eastern DRC.   

Africa24. 2022. RD Congo: le président Félix Tshisekedi mobilise la population contre «la guerre d’agression»

Al Jazeera. 2022. Rwanda backing M23 rebels in DRC: UN experts

Al Jazeera. 2022. DR Congo expels Rwandan ambassador as M23 rebels seize towns

Africanews. 2022. DR Congo set to scrap deals with Rwanda amid tension.  

Africanews. 2022. UN confirms Rwandan army attacks in DR Congo.  

Africanews. 2022. DRC expels Rwandan Ambassador in Kinshasa.

Blanshe, Musinguzi, “Rwanda & DRC accuse each other of using rebel groups to their advantage”, The Africa Report, 10/06/2022. 

Cara, Anna, “EXPLAINER: Why Rwanda and Congo are sliding toward war again”, Associated Press, 17/06/2022.  

DW. 2022. M23 rejects ceasefire deal signed between Congo and Rwanda

Gras, Romain, “DRC-Rwanda: Félix Tshisekedi’s headache”, The Africa Report, 20/07/2022.  

Kaneza, Eloge, Willy, “Rwanda-DRC: relations continue to deteriorate between the two countries of the Great Lakes of Africa”, SOS Médias Burundi, 30/10/2022. 

Le Cam, Morgane, “Confidential UN report provides ‘solid evidence’ of Rwanda’s involvement in the East DRC”, Le Monde, 05/08/2022.  

Mediacongo. 2022. Nord-Kivu: pourquoi le M23 réapparait?

RANE. 2012. Rwanda’s Strategic Interests in the DRC

Sawyer, Koffi, “Can the East African Community stabilize eastern DRC?”, lnstitute for Security Studies (ISS), 01/11/2022. 

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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