Next Generation EU: una scommessa che non possiamo perdere

Next Generation EU
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di Antonio De Salvo 

Se è vero che le crisi hanno spesso contribuito a rafforzare il processo di integrazione europea, la pandemia di Covid-19 ha rappresentato un tassello fondamentale nel saldare il rapporto tra i Paesi membri. Costretti a fronteggiare l’emergenza pandemica, e la crisi economica da questa derivata, essi hanno finalmente raggiunto un accordo da tempo sperato: l’emissione di titoli del debito da parte della Commissione europea.

Il compromesso raggiunto dal Consiglio europeo tra i capi di Stato e i Primi ministri dei Paesi UE, il 21 luglio 2020, si è tradotto in un fondo per la ripresa economica, denominato Next Generation EU, del valore di circa 750 miliardi di euro (Regolamento UE 221/2021). Il fondo rappresenta il più significativo stimolo fiscale mai adottato a livello europeo e affiancherà il bilancio pluriennale europeo per il periodo 2021-2027. A differenza del bilancio pluriennale, tradizionalmente finanziato da contributi degli Stati membri e da risorse proprie dell’UE, come i dazi sulle importazioni e la percentuale sull’IVA, il fondo sarà alimentato da risorse prese in prestito dalla Commissione europea, che grazie alla garanzia dei singoli Stati membri, avrà a disposizione tassi di interesse più bassi.

Il contesto 

Benché nella storia dell’Unione europea esista un precedente di condivisione del debito, ovvero l’istituzione del Meccanismo europeo di stabilità, con il quale sono stati erogati prestiti a Paesi membri in difficoltà finanziaria, con la garanzia dei membri UE, il Next Generation EU segna un salto di qualità nel processo di integrazione economica europea. 

Tale cambio di passo può essere ricondotto al rischio che l’economia europea correva in seguito alla pandemia. Infatti, la diffusione del Coronavirus ha comportato uno shock d’offerta, prima, e una crisi della domanda, dopo, che ha provocato un calo medio del PIL tra i Paesi europei di circa il 10%. Si tratta di una diminuzione molto più marcata rispetto alla caduta del prodotto interno lordo derivato dalla Grande Recessione del 2007-2008. Il COVID-19 ha quindi rappresentato uno shock simmetrico per le economie europee. 

Tuttavia, le ripercussioni sono variate da Paese a Paese, a seconda delle caratteristiche industriali, commerciali e, soprattutto, delle capacità fiscali, penalizzando alcuni Stati più di altri. Questa dinamica rischiava di ampliare il divario tra le economie nazionali, aumentando le differenze preesistenti e il pericolo di una “Grande frammentazione”. 

L’urgenza di una risposta forte, pronta e comune ha quindi costretto gli Stati europei a trovare una soluzione di concerto. Il problema principale era quello che tradizionalmente divide le economie europee tra “Stati cicala” e “Stati formica”. Questi ultimi includono Austria, Germania, Paesi Bassi e Svezia, con finanze in ordine e con bassi tassi deficit/Pil e debito/Pil. Tra gli Stati cicala figurano invece la Grecia, il Portogallo, la Spagna e anche l’Italia, caratterizzati da una gestione delle finanze pubbliche meno rigorosa, con significativi livelli di debito pubblico, la cui sostenibilità è stata messa a repentaglio più volte.

La contesa non è di certo stata facile da risolvere, ma, dopo lunghe contrattazioni, le due tradizioni sono finalmente riuscite a conciliare i propri intenti.

Come già accennato, il successo dei negoziati è da imputare in primo luogo al rischio vitale che stavano correndo le economie europee nel periodo della pandemia, incluse quelle degli Stati più forti. Ma non solo: l’emergenza della pandemia è stata reinterpretata dai Paesi membri trasformandola in una opportunità per rafforzare la cooperazione fiscale e cogliere le sfide che si vuole superare, tra cui la lotta al cambiamento climatico e la digitalizzazione dell’economia.

Il Next Generation EU

Da un punto di vista giuridico l’intesa si è tradotta nel regolamento 241/2021, del Consiglio e del Parlamento europeo, adottato il 12 febbraio 2021, che istituisce “Un dispositivo per la ripresa e la resilienza”. L’adozione del regolamento costituisce il risultato di un lungo processo, iniziato con le conclusioni del Consiglio europeo del 21 luglio 2020 sul piano per la ripresa e il bilancio pluriennale dell’Unione, e proseguito con l’adozione, il 17 dicembre 2020, del regolamento del Consiglio contenente il quadro finanziario pluriennale per il periodo 2021-2027. 

Il Dispositivo è entrato in vigore il 19 febbraio 2021 e finanzierà le riforme e gli investimenti realizzati a livello nazionale dai Piani di ripresa e resilienza da febbraio 2020 fino a dicembre 2026. Il Dispositivo è strutturato in sei pilastri: transizione verde; trasformazione digitale; coesione economica; produttività e competitività; coesione sociale e territoriale; resilienza istituzionale, sociale, economica e sanitaria; politiche per le generazioni future. La transizione ecologica e digitale ha, però, un ruolo preponderante nell’utilizzo dei fondi del Dispositivo tra i Paesi membri, come testimonia l’allocazione delle risorse, rispettivamente del 40% per la transizione verde e del 26% per la digitalizzazione. 

Sotto il profilo della dotazione finanziaria, il Dispositivo per la ripresa dovrebbe prevedere nel complesso 723,8 miliardi di euro, di cui 338 a “fondo perduto”, e 385,8 sotto forma di prestiti ai Paesi membri. L’assegnazione a ciascun Stato, oltre a essere subordinata all’approvazione dei Piani di ripresa e resilienza nazionali da parte della Commissione europea, sarà proporzionata alla fragilità dell’economia e sarà tanto più generosa quanto più severe sono state le conseguenze della pandemia. Date queste condizioni, l’Italia sarà il Paese che più beneficerà del fondo

Infatti, a fronte della realizzazione di tutti i milestone e i target previsti dal nostro Piano di ripresa e resilienza, il nostro Paese dovrebbe ricevere nell’arco dei cinque anni una cifra totale di circa 191 miliardi di euro, suddivisi tra prestiti e risorse a fondo perduto. Al Dispositivo si aggiungono risorse previste da altri fondi. Un importante contributo verrà dal fondo ReactEU, con una dotazione di 50,6 miliardi di euro; seguono poi Horizon Europe (5,4 miliardi), InvestEU (6,1 miliardi), Rural Development (8,1 miliardi), Just Transition Fund (10,9 miliardi) e RescEU (2 miliardi). 

La restituzione del debito da parte della Commissione avverrà a partire dal 2028 e proseguirà fino al 2058.

La portata delle risorse che saranno messe a disposizione degli Stati membri, accompagnata dalla pianificazione puntuale contenuta nei Piani di ripresa e resilienza declinati a livello nazionale, servirà non soltanto a riscattare l’Europa dallo shock della pandemia ma, più in generale, a far convergere le economie europee attraverso la realizzazione di riforme e investimenti volti a incentivare la crescita di lungo periodo.

Previsioni future

In conclusione, il Next Generation EU costituisce una scommessa cruciale per il continente europeo. 

Il PNRR  apre due possibili scenari: il primo vede un’Europa riformata, più verde e digitale, con una riduzione del divario che separa i suoi membri e una prospettiva di crescita maggiore. L’altro scenario è quello che potrebbe invece avverarsi se gli Stati fallissero nella realizzazione dei rispettivi PNRR: l’Europa rischierebbe di perdere la scommessa della transizione ecologica, con i rischi che questo comporta, oltre che rimanere indietro nel processo di digitalizzazione, fondamentale per competere sullo scenario globale con la Cina e gli Stati Uniti. 

Ma soprattutto, se le risorse prese a prestito dalla Commissione verranno spese male, gli Stati membri dovranno far fronte ad un debito pubblico ancora maggiore, senza la possibilità di riscattarlo tramite la propria crescita economica.

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Governo italiano. Italia Domani

European Commission. Recovery plan for Europe.  

 

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

 

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