Chi paga la crisi?

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L’ultimo rapporto Oxfam ha messo in evidenza come la forbice delle diseguaglianze stia tendendo col passare degli anni a divergere verso il suo estremo. I poveri diventano sempre più poveri e la concentrazione di ricchezza si acuisce nella direzione delle classi più ricche.

Per capirci meglio, spostiamo l’analisi sul nostro territorio. In Italia, il 20% più ricco detiene il 69,05% della ricchezza totale della penisola (1260 miliardi di dollari circa in mano a 12 milioni di persone), il secondo 20% ne possiede il 17,6% (320 miliardi di dollari in mano a 12 milioni di persone), mentre per il restante 60% di popolazione la ricchezza da spartirsi ammonta al 13,3% del totale (242 miliardi di dollari in mano a 36,5 milioni di persone), briciole di una torta già spartita ai piani alti.

oxfam

Per avere un quadro complessivo dei fenomeni che hanno generato questo progressivo processo  di “divaricazione sociale” è utile osservare le ricadute sociali che le crisi hanno provocato sul nostro Paese.

Un’analisi condotta da Vito Peragine, docente di politica economica presso l’Università degli studi di Bari Aldo Moro, mostra come, sia la recente crisi generata in seno agli Stati Uniti che, soprattutto, quella dei primi anni ’90 abbiano colpito duramente le classi e i territori più poveri.
L’aspetto innovativo dell’analisi di Peragine sta nel fatto che il professore include l’intera distribuzione della ricchezza e le dinamiche intercorse tra i diversi gruppi sociali, oltre che i meri indici di disuguaglianza. L’analisi si sviluppa distinguendo tre periodi: la recessione del 2008, la crisi degli anni ’90 (1991-95), e il periodo di crescita intercorso tra le due recessioni (1995-2008).

Il grafico in basso riporta l’incidenza della crescita del reddito nei tre periodi elencati in relazione ai percentili di popolazione, ossia qualsiasi punto sulla retta indica il tasso di variazione media del reddito  per il ceto sociale associato a quel punto nel periodo considerato.

disuguaglianze-crisi

Come si nota, la crisi del 2008 ha avuto un’incidenza significativa sulle classi più povere. In particolare i primi due decili che hanno visto il loro reddito diminuire in media di circa il 4,5% ogni anno (complessivamente circa il 27%). In qualche misura, la crisi finanziaria ha avuto effetto anche sulle classi più ricche, anche se in forma sostanzialmente ridotta. Il primo fenomeno è da imputare alla caduta dell’occupazione (come mostrano anche gli ultimi dati Istat) e alla progressiva erosione dei salari, ed anche alla mancanza di un effettivo welfare state che assicuri un sostegno al reddito ai ceti più disagiati.  la caduta dei redditi da capitale, invece, congiunta alla scarsa domanda, può spiegare l’inversione che la curva subisce verso i percentili di reddito più alti.

Nel periodo intercorso tra le due crisi, sono protagonisti sempre i primi due decili che hanno visto un aumento – seppure contenuto – del loro tasso di crescita del reddito, mentre gli altri percentili non hanno registrato modifiche rilevanti.

Il periodo della crisi dei primi anni ‘90  mostra un andamento fortemente regressivo: come si nota dal grafico, i due decili a reddito inferiore si attestano su valori fortemente negativi e di converso i decili a reddito maggiore vanno progressivamente aumentando il loro tasso di crescita annuo. Peragine attribuisce quest’andamento agli effetti disastrosi che la c.d. manovra Amato ebbe sulla distribuzione del reddito tra le classi sociali.

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Giuliano Amato

Nella seconda parte dello studio, Peragine mostra come le crisi abbiano avuto e continuano tutt’ora ad avere, impatti differenti su diversi territori. Attraverso l’analisi dei dati risulta evidente come gli effetti delle crisi abbiano inciso maggiormente nell’area del Mezzogiorno, piuttosto che al Nord.

Per analizzare i grafici seguenti, dobbiamo tenere in considerazione che il reddito di partenza delle due aree (Nord e Sud) è sensibilmente differente – il Norditalia è da sempre più ricco delle zone meridionali. Questo elemento non viene riscontrato all’interno dei dati in quanto viene preso in considerazione solo il tasso di crescita annuo medio del reddito, ma non la condizione iniziale di partenza.

differenze nord sud.png

Osservando il grafico, che si articola in tre figure a seconda del periodo di riferimento, si nota come la crisi dei primi anni 90 abbia avuto un impatto fortemente negativo. A fare le spese della crisi sono state soprattutto le categorie appartenenti ai primi due decili di reddito. Questo è particolarmente vero per il Sud Italia: la curva del tasso di crescita medio del reddito del Sud è sempre inferiore a quella del Nord, questo significa che la crisi dei primi anni novanta, oltre ad avere un impatto devastante sui ceti più bassi, ha aggravato le disuguaglianze tra Nord e Sud, che già permeavano la penisola italiana.
Tra gli anni ’90 e lo scoppio della crisi sistemica del 2008 si è assistito ad una crescita più o meno stabile in entrambi i territori. L’impatto sulle classi sociale è stato decisamente progressivo al Sud, dove si rilevano incrementi sensibili nella fascia che comprende la metà di popolazione più povera.
Al contrario, la crisi del 2008 ha inficiato sensibilmente i redditi del 10% più povero, e questo è vero in particolare nelle zone del Sud Italia, mentre il fenomeno della caduta dei redditi ha colpito l’area del centro-Nord avendo effetti negativi sul tasso di crescita del reddito della percentuale più ricca di popolazione.

L’analisi di Peragine ci consente quantomeno di interrogarci su un elemento che risulta evidente dai dati. Per quale motivo la crisi ha effetti devastanti  sulle classi e sui territori più poveri?
Ovviamente risposte imparziali non esistono, ogni teoria economica sulle cause della crisi è frutto dell’ideologia di riferimento che si può considerare più o meno veritiera e più o meno oggettiva. Il progressivo aumento delle disuguaglianze, però, non fa che dare adito alle teorie che additano le classi dominanti come principali responsabili delle cause che hanno generato le crisi, specialmente quella del 2008. Anche se alcuni considerano che questa sia una tesi troppo estrema, chi ha beneficiato dalle crisi non è certo chi appartiene ad un ceto sociale più povero e non è forse vero che l’economia è un gioco di interessi?

FONTI E APPROFONDIMENTI

http://data.worldbank.org/country/italy?view=chart

http://www.eticaeconomia.it/la-disuguaglianza-in-italia-le-tendenze-nascoste-dagli-indici-sintetici/

https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2017/01/Rapporto-Uneconomia-per-il-99-percento_gennaio-2017.pdf

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/04/30/Economia%20e%20Lavoro/5_A.shtml

 

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