Operazione Condor: la giustizia italiana cerca la verità

Lo scorso 17 gennaio, a Roma, si è concluso  il primo grado del processo che vedeva imputati alcuni degli esecutori del cosiddetto Piano Condor. L’operazione nacque dalla mente di Pinochet ,e della CIA di Kissinger, con la volontà di costruire una collaborazione tra le dittature del Sud America per eliminare gli oppositori politici nei rispettivi paesi di provenienza. A fronte della richiesta dell’accusa (ventisette condanne all’ergastolo e un’assoluzione) la III Corte di Assise di Roma, presieduta da Evelina Canale, si è così espressa: otto ergastoli, diciannove assoluzioni e sei ‘non luogo a procedere’ a causa della morte degli indagati.

Come riportato nel sito dell’Associazione 24Marzo, nata dalla volontà dei parenti delle vittime di ricordare e di avere giustizia,il Piano Condor vedeva “già a metà degli anni settanta le forze repressive del Cono Sud [che n.d.r] controllavano la regione con un saldo di 4 milioni di esiliati in paesi limitrofi, 50.000 omicidi, almeno 30.000 desaparecidos, 400.000 imprigionati e 3.000 bambini assassinati o scomparsi”.

Nel 1993, con l’apertura dei documenti statunitensi secretati, venne alla luce il coinvolgimento nell’operazione Condor delle più alte sfere a stelle strisce:Richard Nixon, a quei tempi presidente degli Stati Uniti, ed Henry Kissinger, Segretario di Stato. 

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Il RUOLO DEGLI USA 

Gli Stati Uniti non si limitarono a dare il beneplacito all’Operazione Condor. Gli interessi a stelle e strisce in Sud America, infatti,erano molteplici: da una parte c’era la volontà di mettere mano sulle innumerevoli materie prime di cui questi territori erano pieni; dall’altra parte, con la Guerra Fredda più viva che mai, gli States non potevano permettere che quegli stati così importanti dal punto di vista strategico, finissero “nelle mani sbagliate”.

Per questi motivi gli Stati Uniti fornirono risorse economiche, addestramento e forniture militari per la preparazione e l’organizzazione dell’Intelligence. Non contenti si avvalsero anche delle formazioni di estrema destra che, riunite in squadroni della morte, assassinavano all’occorrenza oppositori politici e militanti di sinistra. Tra queste, le più attive furono la Tripla A argentina e l’organizzazione Patria y Libertad cilena, entrambe finanziate dalla CIA. Per gestire tutto questo era stata creata, nella zona di Panama, una base di coordinamento adibita al transito di materiali, mezzi, uomini e informazioni.

L’Operazione Condor vide la collaborazione, unica nel suo genere, del servizio segreto statunitense con apparati militari, partiti politici, organizzazioni di estrema destra e movimenti di guerriglia anticomunisti sudamericani.

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Nonostante i numeri e le dittature cadute, quasi nessuno dei responsabili di queste atrocità è stato processato nel proprio Paese di origine grazie a leggi promulgate ad hoc :

  • In Cile, durante la transizione del 1988 dalla dittatura di Pinochet alla democrazia, i militari golpisti si garantirono il controllo della giustizia e un sistema istituzionale bloccato, impedendo che riforme e leggi fossero approvate senza il loro consenso. Le denunce furono sistematicamente archiviate in base alle leggi di amnistia; almeno fino al 1999 quando, con il mandato d’arresto per il dittatore cileno, si arrivò anche all’apertura dei processi contro le milizie del regime.
  • In Argentina furono due leggi volute dal governo di Raul Alfonsin a garantire l’immunità per tutti i militari golpisti: la legge del Punto final (1986) e la legge di Obediencia debida (1987). Nel 2003 entrambe le leggi sono state dichiarate illegali.
  • Per quanto riguarda l’Uruguay, paese dal quale arriva il maggior numero di indagati, la storia è ancor più complessa: la Ley de caducidad (prescrizione) concesse l’amnistia ai militari colpevoli di omicidi politici tra il 1973 e il 1985. Il 20 maggio 2011, dopo numerose manifestazioni di piazza, la legge stava per essere abrogata dal parlamento, ma l’inaspettata astensione di un deputato del Fronte Amplio (coalizione di centro-sinistra oggi al governo) ha consentito il suo mantenimento in vigore. La sentenza della Corte Suprema de Justicia del 22 febbraio 2013 ne ha confermato la legalità.
  • In Bolivia, nonostante alcuni tentativi di ricostruire la verità, la strada è, se possibile, ancor più in salita rispetto alle altre nazioni coinvolte. L’ultima legge in materia, approvata nel 2004, (Ley 2640 de Resarcimiento excepcional a víctimas de la violencia política en gobiernos inconstitucionales), non ha prodotto alcun risultato a causa della mancanza di risorse e dei numerosi cavilli giuridici presenti in essa.

Proprio per questi motivi, molti familiari delle vittime vedono nella giustizia italiana l’unica possibilità di arrivare a una condanna per i carnefici dei loro cari.

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Il primo filone d’inchiesta italiano sui crimini commessi dalle dittature del Cono Sud si apri’ nel 1982 quando Cristina Mihura, vedova di Bernardo Arnone (militante del Partido por la Victoria del Pueblo), si recò presso il tribunale penale romano per denunciare il sequestro e l’omicidio di suo marito (Procedimiento R.G. 122988/82/C). Il tentativo non portò a nulla.

Diciassette anni dopo, la storia fu diversa. Nel giugno del 1999 compagne e familiari dei ‘desaparecidos’ –tutti di nazionalità italiana- si presentarono davanti allo stesso tribunale per denunciare le azioni criminali  perpetrate da chi faceva parte del Piano Condor negli anni Settante e Ottanta.

Questa volta la causa, catalogata con data “Nº 8823/99/R c/ Pinochet Augusto, Operazione Condor”, ottenne migliore sorte: il procuratore Capaldo iniziò a indagare e, dopo dieci anni di lavoro, imputò 140 militari e civili dei paesi del Cono Sud. Con il passare del tempo la lista si snellì e alla fine gli imputati, tra civili e militari, furono una trentina (tra loro 16 uruguaiani). Due morirono durante il processo: Ivan Paulos -capo dell’intelligence militare tra il 1979 e il 1981 e fondatore della loggia Luogotenenti di Artigas- e il dittatore Gregorio Alvarez.

Oltre a loro furono accusati i militari Juan Carlos Larcebeau, José Ricardo Arab, Ernesto Ramas, José Nino Gavazzo, , Pedro Antonio Mato Narbondo, Jorge Pajarito Silveira Quesada, Gilberto Vázquez Bissio, Ernesto Soca, , Luis Alfredo Maurente e Ricardo Eliseo Chaves, gli ex poliziotti Ricardo Conejo Medina Blanco y José Sande Lima, e l’ex ministro degli esteri Juan Carlos Blanco.

IL CASO TROCCOLI

Tra gli imputati merita una menzione particolare Jorge Nestor Troccoli, l’unico dei militari presente al processo in quanto il solo a risiedere nello stivale.

L’ex procuratore uruguayano Mirtha Guianze ne sollecitò il fermo in prigione in attesa del processo. Troccoli, tuttavia, non si presentò all’udienza e scappò dal paese. In quel momento si seppe che egli aveva già da tempo pianificato la sua fuga e dal 1996 aveva cominciato a trattare per la cittadinanza italiana. Il giudice Luis Charles (oggi ministro del tribunale di appello) sollecitò quasi immediatamente la sua estradizione, ma questa non poté essere effettiva dal momento che venne presentata fuori tempo massimo per un ritardo dell’ambasciata uruguayana in Italia.

Troccoli venne comunque arrestato il 23 dicembre del 2007, ma il procuratore Giancarlo Capaldo, che da una decina di anni investigava sui crimini del Piano Condor, decise di incorporare il caso Troccoli alla sua causa. Il “torturatore” (soprannome affibbiatogli in quanto fu tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori), tuttavia, è stato assolto non esistendo in Italia il reato di tortura ed essendo riconosciuto innocente per gli altri crimini contestati: sequestro e omicidio. 

 

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Gli altri imputati non si sono presentati al processo adducendo come motivazione la mancanza di competenza della giustizia italiana nel giudicare questi fatti. Nonostante la contumacia, il tribunale italiano è andato avanti con le indagini mettendo in piedi 61 udienze, ascoltando dozzine di testimonianze –molte delle quali arrivate dalle vittime della repressione transnazionale- e arrivando ad aprire un migliaio di documenti ufficiali,tra cui molti sconosciuti fino a oggi.

Lo Stato italiano e quello uruguayano si sono aggiunti ai familiari delle vittime presentandosi come querelanti nella causa. Tutto sembrava portare a una condanna per la maggior parte dei criminali, ma questa sensazione non ha corrisposto alla realtà.

Dei quattordici imputati che potevano essere giudicati per la morte di Paulo e Alvarez è stato condannato solo l’ex ministro degli esteri Juan Carlos Blanco. Il resto, militari e poliziotti, sono stati tutti assolti. Del caso Troccoli abbiamo già parlato, mentre per quanto riguarda Chaves il tribunale ha applicato l’articolo 530 del codice penale italiano, determinandone l’estraneità ai fatti. Tra gli altri la quasi totalità è stata considerata innocente o senza responsabilità oggettiva.  

La parte lesa, rimasta delusa dalla sentenza, ha già annunciato il ricorso in appello. La strada verso la verità, quantomeno per quella giuridica, appare ancora lunga. 

FONTI:

http://radio.uchile.cl/2017/01/17/fallo-de-tribunal-romano-por-operacion-condor-es-considerado-decepcionante/

http://rpp.pe/mundo/latinoamerica/que-fue-la-operacion-condor-noticia-733384

http://elpais.com/elpais/2017/01/20/opinion/1484935503_639126.html

http://kaosenlared.net/italia-indignante-fallo-de-la-corte-penal-de-italia-sobre-operacion-condor/

http://www.lanacion.cl/noticias/mundo/operacion-condor-condenan-en-italia-a-presidio-perpetuo-a-dos-militares/2017-01-17/175658.html

 

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