L’EAC e l’integrazione dell’Africa Orientale

Tra tutte le organizzazioni regionali africane, l’East African Community (EAC) è forse quella che ha compiuto i passi più interessanti verso l’integrazione economica dei suoi membri. Dopo aver implementato sia un’unione doganale che un mercato unico, l’organizzazione viaggia verso la coesione monetaria e politica, ma non senza qualche problema ancora da risolvere.

L’EAC è composta da 6 Paesi dell’Africa Orientale e della regione dei Grandi Laghi: Kenia, Tanzania, Uganda, Ruanda, Burundi e Sud Sudan. L’organizzazione ha sede ad Arusha, in Tanzania, ed è di tipo intergovernativo; essa ha strutture proprie, ma le funzioni politiche sono ancora saldamente in mano alle leadership dei Paesi membri.

Vista la sua storia turbolenta e i rapporti non sempre pacifici tra i  suoi membri, il processo che l’organizzazione si propone di realizzare ha avuto pause e rallentamenti. Nonostante ciò, oggi  il compimento del processo di integrazione che si è prefissata è sempre più una realtà tangibile.

Mappa EAC
Mappa EAC. Fonte: The Rwandan

Un percorso travagliato

L’EAC  fu ufficialmente fondata nel 1967, ma subì un collasso già nel 1977. L’attuale organizzazione è infatti il recupero del vecchio tentativo di cooperazione, fallito a causa delle tensioni regionali del secolo scorso.

La cooperazione tra gli attuali Kenia, Tanzania e Uganda iniziò già nei primi anni del ‘900 sotto il dominio coloniale inglese, con l’intento di creare un sistema di unione doganale, monetaria e infrastrutturale tra i territori. Vari organi si sono avvicendati con questo intento – in particolare nel dopoguerra – fino a giungere alla creazione dell’EAC dopo le indipendenze nazionali.

Il tentativo di creare un mercato unico nel territorio EAC negli anni ’70 fu interrotto da alcuni gravi problemi. Innanzitutto, le mire egemoniche del Kenya sul processo di integrazione – in quanto maggiore potenza economica – creava tensioni interne al gruppo. Altri gravi colpi per l’EAC furono, poi, il conflitto aperto tra la Tanzania e l’Uganda di Idi Amin e le divisioni lungo i fronti della Guerra Fredda tra i Paesi membri.

A riportare in vita l’EAC fu la rinascita della cooperazione interafricana a partire dagli anni ’90. Dopo anni di progressivo riavvicinamento, Kenya, Uganda e Tanzania riaprirono i lavori dell’organizzazione nel luglio 2000 – a cui si aggiunsero Ruanda e Burundi nel 2007 e, infine, il Sud Sudan nel 2016.

Oggi, l’EAC procede all’integrazione con un ritmo abbastanza sostenuto – sotto la guida del Presidente ruandese Paul Kagame – e medita anche sull’espansione dei suoi confini. Sebbene abbiano rifiutato la domanda di adesione del Sudan e lasciato in sospeso quella della Somalia, i membri dell’organizzazione hanno espresso più volte interesse verso Malawi, Zambia e Repubblica Democratica del Congo (anche se non si hanno notizie di vere e proprie trattative in corso).

Quale livello di integrazione?

L’EAC ha già compiuto grandi passi verso l’integrazione dei suoi Stati membri, presentandosi oggi come uno dei casi di maggior successo per questo obiettivo comune a molte altre organizzazioni del continente africano.

Un passo importantissimo è stata la creazione di un’unione doganale nel 2005: i Paesi del gruppo non solo hanno adottato regole doganali comuni e raggiunto l’abolizione dei dazi, ma cooperano per imporre tariffe uniche ai Paesi esterni all’EAC. Questo vuol dire che è l’organizzazione a trattare le tariffe da applicare a Paesi terzi – non i singoli Stati – e che quindi essa possiede un potere negoziale maggiore nelle trattative che interessano l’area.

All’unione doganale ha poi fatto seguito il lancio dell’East African Common Market Protocol, cioè il processo di creazione di un mercato comune. L’obiettivo è quello di aggiungere alla libera circolazione delle merci quella dei servizi e delle persone, per poi procedere all’unione monetaria e all’integrazione politica in un modello confederativo o federativo.

Il mercato comune è stato inaugurato nel 2010: oggi, persone, merci, servizi e capitali si spostano nell’area EAC con grande libertà, in un continuo processo di integrazione ancora in atto. Nonostante alcune resistenze -dettate dai diversi interessi e dalle diverse capacità dei Paesi membri – si può dire che l’organizzazione sta procedendo a un buon ritmo su questa agenda.

Già incluso negli obiettivi dei primi protocolli dell’EAC, il progetto di creazione di un’unione monetaria pianificato per il 2023 è oggi molto dibattuto tra i Paesi membri.

La negoziazione degli EPA

L’EAC è l’unica delle organizzazioni regionali africane ad aver firmato un Economic Partnership Agreement (EPA) con l’Unione Europea, cioè un accordo di libero scambio nel contesto di cooperazione tra Europa e Africa inaugurato con gli accordi di Cotonou del 2000.

L’accordo dovrebbe servire – almeno in teoria – a garantire gli interessi di entrambe la parti: da un lato, i Paesi EAC riceverebbero supporto finanziario per la loro politica di industrializzazione; dall’altro, i Paesi UE si garantirebbero un migliore accesso alle materie prime e una posizione privilegiata come partner commerciali.

Ovviamente, la situazione non è così semplice. I sospetti sulla vera utilità dell’EPA sono molti, e questo ha portato a posizioni contrastanti anche all’interno della stessa EAC; tanto che, fino ad ora, la ratifica vera e propria dell’accordo è arrivata solo da Kenya e Ruanda.

Che il Kenya sia un grande promotore dell’EPA non è un caso, dal momento che gli altri 5 Paesi del gruppo sono parte dei Least Developed Countries (LDC) – i Paesi meno sviluppati del mondo – che possiedono un trattamento migliore nel commercio internazionale. Grazie all’EPA, il Kenya (ormai a reddito medio-basso) potrebbe evitare i milioni di dollari di dazi doganali che oggi deve pagare, visto che non appartiene agli LDC e ha molti scambi con l’UE.

Al contrario, all’interno dell’EAC, il maggiore oppositore dell’EPA è la Tanzania, che teme di non poter più imporre royalties addizionali sull’esportazione delle sue materie prime. Queste entrate sono, ad oggi, uno dei pilastri della politica industriale del Paese – che quindi non vuole rinunciarvi. La Tanzania, poi, è il Paese con più terre fertili da mettere a rendita: teme che, aprendo il proprio mercato, si intensificherebbero i fenomeni di land grabbing che già sperimenta.

Il Ruanda ha invece ratificato l’EPA, perché pensa di attirare investimenti europei grazie alla sua legislazione decisamente pro-business. Anche l’Uganda è abbastanza favorevole all’EPA, nel tentativo di rafforzare la coesione dell’EAC. Il Burundi sta usando la negoziazione per liberarsi delle sanzioni UE, imponendo la loro cancellazione come condizione per ratificare l’accordo. Il Sud Sudan, infine, al momento non è parte della negoziazione, perché formalmente è escluso dalla nascente area di libero scambio.

Problemi attuali e orizzonti futuri

Alcune delle problematiche attuali sono chiaramente emerse dal negoziato EPA. Tra queste, spicca il ruolo del Kenya, Paese nettamente più sviluppato degli altri che, quindi, ha interesse nel ricoprire un ruolo trainante nella regione. La divergenza degli interessi dei suoi Stati membri è molto deleteria per l’EAC, e il fatto che alcuni di questi Paesi appartengano anche ad altre organizzazioni aggrava ulteriormente la situazione.

Infatti, i 6 Paesi dell’EAC appartengono, in varie combinazioni, anche a organizzazioni come IGAD, COMESA, SADC – sfruttando spesso queste membership per promuovere degli interessi particolari, a scapito delle finalità del gruppo. In generale è, quindi, la politica nazionale dei singoli Stati membri a frenare lo sforzo comune, e che l’EAC sia intergovernativa non fa che aggravare questo fatto.

Priva di organi di indirizzo politico propri, l’EAC è decisamente influenzata dalle trattative parallele dei suoi membri, e dalle loro rivalità. Definire le finalità dell’organizzazione è complesso: ciascuno si occupa della propria agenda particolare, e molte energie si sprecano nell’evitare gli usi strumentali delle istituzioni comuni.

La mira ultima del progetto di integrazione dell’EAC rimane la creazione dell’East African Federation, l’unione politica dei 6 Paesi membri in uno Stato sovrano di tipo federale. Nel settembre 2018, è stato istituito il comitato che dovrà redigere la costituzione regionale, mentre le discussioni sul tema procedono in parallelo a quelle sull’unione monetaria.

Questo ambiziosissimo progetto è stato pensato la prima volta dai leader storici di Kenya, Tanzania e Uganda dopo le rispettive indipendenze negli anni ’60. Molto tempo è passato dallo storico incontro di Jomo Kenyatta, Julius Nyerere e Milton Obote, ma con il progredire dell’integrazione regionale, quel progetto unitario è oggi perseguito dai loro successori.

 

 

 

Fonti e approfondimenti

East African Community – Sito ufficiale

Pichon, E. (2018) Economic PartnershipAgreementwith the East African Community, European Parliament Research Service – EPRS

Adebajo, A. & Whiteman, K. (2012) The EU and Africa. From Euroafrique to Afro-Europa (eds). London, Hurst & C.

Booth, D., Cammack, D., Kibua T. & Kwek J. (2007) East African integration: How can it contribute to East African development?, Overseas Development Institute

Makame, A. (2012) The East African integration: Achievement and challenges. GREAT Insights, Volume 1, Issue 6. Maastricht: ECDPM.

Pallotti, A. & Zamponi, M. (2010) L’Africa sub-sahariana nella politica internazionale, Le Monnier – Mondadori, Firenze

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