Kivu: cosa succede nella Repubblica Democratica del Congo

Una ragnatela di conflitti e interessi di parte imbriglia da tempo le vicende della Repubblica Democratica del Congo (RDC). L’ex colonia belga, al centro della cronaca dopo la morte dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo, è dilaniata da decenni da guerre che interessano soprattutto la zona orientale. 

Quest’area, il Kivu, è composta da tre province: Nord Kivu, Sud Kivu e Ituri, appartenenti alla regione dei Grandi Laghi africani. La geografia ha un ruolo fondamentale in questo conflitto. Il Kivu si trova lontano dalla capitale Kinshasa, fattore che ne rende difficile il controllo da parte del governo centrale, favorendo la nascita di diversi gruppi ribelli. Inoltre, la posizione strategica nell’area dei Grandi Laghi facilita le ingerenze dei Paesi vicini – in particolare Uganda e Ruanda, con cui confina – interessati a sviluppare una sfera di influenza in un contesto ricco di risorse minerarie. 

Nelle regioni orientali della RDC l’ultimo anno è stato particolarmente difficile, con almeno 2.000 vittime civili registrate dall’UNHCR, ma l’instabilità di questa zona non è una novità.

Il conflitto in Kivu

Da decenni l’area è scossa da tensioni continue, le cui radici sono molteplici. La prima guerra del Congo scoppiò nel 1996, a causa di tensioni tra sostenitori del regime di Mobutu e movimento guidato da Kabila e per l’ingerenza di attori esterni che parteggiavano per l’una o per l’altra parte. La seconda, iniziata nel 1998, assunse presto dimensioni continentali con l’intervento dei Paesi vicini alla RDC. Si crearono infatti due ampi fronti contrapposti, uno a fianco del governo congolese di Kabila e l’altro a sostegno dei ribelli dell’est. Ben presto però fu evidente che gli obiettivi non erano più la sconfitta dei ribelli o la caduta del governo di Laurent Kabila, ma gli interessi minerari. 

Da quel momento la pace nel Paese non è mai tornata veramente, nonostante la firma, nel dicembre del 2002, dell’Accordo di Pretoria che sanciva la condivisione del potere tra Kabila e quattro vice presidenti in rappresentanza dei vari attori del conflitto. Le violenze infatti si riaccesero nel 2004 e furono provocate dal Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) di Laurent Nkunda che guidò una ribellione contro il governo di Kabila. Dopo la cattura di Nkunda il CNDP si trasformò in partito, in cambio del rilascio dei suoi prigionieri politici. Nel 2012, però, alcuni combattenti insoddisfatti fondarono il Movimento del 23 marzo (M23) che  voleva l’autonomia del Kivu e riuscì a conquistare Goma, la capitale del Nord Kivu. L’assedio cessò quando i ribelli si ritirarono a seguito di un ultimatum dell’ONU che aveva creato una brigata con il mandato di intervenire su Goma. Nel frattempo però continuano le violenze di altri gruppi. 

I gruppi armati attivi in Kivu

Il conflitto nella zona dei Grandi Laghi vede in campo una moltitudine di gruppi armati, che hanno affiliazioni e agende politiche molto variegate. Ricostruirne la geografia è un’operazione difficile, visto che molte sono attive da anni e nel tempo si sono evolute e frammentate, dando vita a numerose bande minori.

Le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) sono il principale gruppo attivo in Nord Kivu. La milizia è ispirata al cosiddetto “hutu power”, l’ideologia nazionalista radicale hutu, ed è nata alla fine della seconda guerra del Congo dall’unione di alcune bande di ribelli ruandesi. Il gruppo dispone oggi di alcune migliaia di guerriglieri e vede sempre più congolesi reclutati nel Kivu tra le sue fila. Il suo obiettivo dichiarato è quello di riaprire un dialogo con il governo ruandese tramite la pressione militare, ma è opinione comune che il suo vero scopo sia in realtà il rovesciamento del presidente ruandese Paul Kagame.

Un altro attore di primo piano nel conflitto è rappresentato dalle Allied Democratic Forces (ADF) un gruppo paramilitare attivo sia in Uganda che in RDC. Il gruppo islamista radicale ha iniziato le sue attività nei primi anni Novanta, dopo la sua formazione a Khartoum, in Sudan. Il suo obiettivo è il rovesciamento del governo ugandese con l’intento di creare uno Stato islamico, fatto che gli ha permesso negli anni di stringere legami sia con altri attori della rete jihadista globale che con altre forze opposte al governo di Kampala.

Già nei suoi primi anni le ADF avevano spostato le loro attività lungo la frontiera tra Uganda e RDC, dalla quale ha sferrato numerosi attacchi contro obiettivi civili e militari. La pressione dell’esercito ugandese ha successivamente spinto la milizia a spostarsi oltre il confine, tanto che oggi la maggior parte delle sue operazioni si concentrano nel Kivu. Il gruppo si sostiene con il contrabbando di risorse, ma si è reso protagonista anche di rapimenti ed estorsioni ai danni della popolazione locale.

L’ADF è infatti un gruppo noto per i suoi continui attacchi contro il personale internazionale e contro i civili. Ciò viene usato come strategia terroristica per controllare il territorio e la popolazione locale. Le violenze più gravi attribuitegli sono il massacro di Beni del 2016, nel quale sono stati uccisi 15 peacekeeper dell’ONU, e una serie di attacchi contro i civili che nel solo 2020 ha causato non meno di 800 morti.

Un altro attore minore nel conflitto in Kivu sono le National Liberation Forces (FNL), una milizia originaria del Burundi. Il gruppo è nato nel 1985 dall’ala militare dei ribelli hutu burundesi, da allora in conflitto con le autorità centrali del Paese. La maggior parte del gruppo ha cessato le ostilità nel 2010, quando in seguito alle elezioni ha accettato di essere integrato nell’esercito regolare del Burundi, ma alcuni gruppi oltranzisti hanno deciso di continuare la loro opposizione. Queste bande si sono stabilite nel Kivu meridionale, dove hanno stretto un’alleanza con le FDLR e saltuariamente oltrepassano il confine per colpire obiettivi militari burundesi.

Vi sono però decine di altri gruppi minori decisamente meno organizzati e con obiettivi meno chiari, soprattutto piccole bande di combattenti nati da scissioni o ramificazioni dei gruppi principali. Una parte considerevole di questi gruppi è rappresentata da ex-militari impiegati nelle due guerre del Congo, che però hanno faticato a trovare altre fonti di sostentamento una volta terminato il conflitto. Nonostante spesso sostengano di combattere per cause di giustizia sociale, in realtà sono solitamente gruppi mossi dal desiderio di accumulare ricchezze tramite estorsioni, rapimenti o contrabbando delle risorse minerarie.

Il ruolo delle risorse naturali

L’abbondanza di risorse naturali dell’area del Kivu offre ai gruppi armati la possibilità di accumulare il denaro di cui hanno bisogno per sostenere le proprie attività tramite il contrabbando. I beni principali che alimentano queste azioni sono il legname pregiato, i diamanti alluvionali, l’oro e il coltan, ma non sono gli unici minerali estratti in quest’area.

Queste risorse possono essere estratte e trasportate anche con tecnologie rudimentali e infrastrutture limitate, a differenza ad esempio del petrolio o del gas naturale. Dopo che gli sconvolgimenti degli anni Novanta hanno distrutto l’industria mineraria statale della zona, i giacimenti sono finiti sotto il controllo delle milizie, che li sfruttano in modo informale per poi vendere i materiali sul mercato nero. L’instabilità della regione è quindi dovuta in larga parte anche alla disponibilità del territorio che rappresenta anche disincentivo per i gruppi armati a inserirsi in percorsi di pace.

Le missioni dell’ONU

Il primo tentativo della comunità internazionale di riportare stabilità nel Paese è rappresentato dalla Missione dell’ONU in Congo (MONUC) che iniziò nel 1999 con il compito di mantenere la pace nella regione dei Grandi Laghi. Si trattava di una missione di osservatori per il monitoraggio del cessate il fuoco firmato a Lusaka lo stesso anno. A seguito della vittoria di Kabila alle elezioni del 2006, la missione MONUC fu rinominata in Missione dell’ONU per la Stabilizzazione in Congo (MONUSCO). Il sostegno al governo nel processo di stabilizzazione e consolidamento della pace diventava l’obiettivo prioritario. Nonostante la missione guardi a tutta la RDC, le ultime risoluzioni pongono sempre più attenzione alla necessità di pacificare il Kivu, tutelare i civili e rafforzare la capacità del governo centrale di affrontare i gruppi ribelli. 

Tuttavia l’ONU ha tradito le aspettative della popolazione che quindi non apprezza e non appoggia la presenza dei peacekeeper. I caschi blu sono stati più volte accusati di non aver protetto i civili da rapimenti, saccheggi e stupri operati dai gruppi armati e la popolazione, sempre più disillusa, ha iniziato a protestare contro la loro presenza. Un esempio è quanto avvenuto a Beni nel 2019, quando dopo un saccheggio delle ADF, il popolo ha attaccato con violenza le strutture dell’ONU chiedendo un’azione concreta contro i gruppi armati o l’abbandono del Paese. A ciò si aggiungono le accuse nei confronti dei peacekeeper stessi di violazioni dei diritti umani e traffici illeciti con i gruppi armati, cosa che mette ulteriormente in discussione i già difficili tentativi di pacificazione dell’area. 

Gli obiettivi del WFP

Come mostrano le missioni dell’ONU, la protezione della popolazione è una priorità negli interventi della comunità internazionale, soprattutto in aree interessate da violenze. Sebbene i dati non siano completi, la RDC viene classificata nel Global Hunger Index tra i Paesi con un livello allarmante di fame. Il World Food Programme (WFP) ritiene che la crisi alimentare in corso nello Stato sia seconda solamente a quella dello Yemen e che sia il frutto della combinazione di continui conflitti, flussi di rifugiati interni (se ne calcolano 6,6 milioni tra il Kivu e la provincia di Tanganyika) e crisi umanitarie provocate dalla guerriglia. Circa 22 milioni di persone sono in condizione di insicurezza alimentare acuta e dipendono dall’assistenza internazionale. Di questi, circa 3,5 milioni sono bambini tanto che una delle priorità del WFP nel Paese sono programmi alimentari nelle scuole. 

Il tutto stride ancora di più considerando il potenziale agricolo della RDC: 80 milioni di ettari di terre arabili che potrebbero fornire cibo a 2 miliardi di persone. Però, di queste, solo il 10% è coltivato e nella maggior parte dei casi si tratta di agricoltura di sussistenza. Una riduzione della conflittualità interna garantirebbe l’avvio di programmi che sviluppino e sfruttino il potenziale agricolo del Paese. In questo modo sarebbe possibile superare l’agricoltura di sussistenza, creare un mercato interno e acquisire spazio in quello continentale e internazionale.

 

 

Fonti e Approfondimenti

Congo Research Group & Human Rights Watch, Kivu Security Tracker.

J. Reynaert, MONUC/MONUSCO and civilian protection in the Kivus, International Peace Information Service (IPIS), 02/03/2011.

Stearns et al., Resistance and racketeering in Fizi, South Kivu, Rift Valley Institute | Usalama Project, 2013.

Lyall, Rebellion and conflict minerals in North Kivu, 2017.

World Food Programme (WFP), Update on WFP activities in the Democratic Republic of Congo (DRC), 04/2019.

International Alert, The role of the exploitation of natural resources in fuelling and prolonging crisis the eastern DRC, 01/2020.

Sweet, Peacebuilding as State Building? Lessons from the Democratic Republic of Congo, The State of Peacebuilding in Africa, pagine 295-320, 03/11/2020.

UNHCR, UNHCR alarmed at armed atrocities in eastern DR Congo, 16/02/2021.

MONUSCO, The foreign armed groups.

International Crisis Group, Democratic Republic of Congo.

 

Editing a cura di Elena Noventa

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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