Elezioni in Kenya: il presente tra corruzione e progresso

A pochi mesi dalle elezioni in Kenya previste per il prossimo 8 agosto e alla luce degli scontri avvenuti il mese scorso durante le votazioni per le primarie dei vari partiti, gli esperti si schierano su due diversi fronti nel prevedere cosa potrebbe succedere: alcuni sono convinti che, dopo l’atmosfera pressoché pacifica che si è registrata alle elezioni del 2013 gravi scontri sono improbabili, anche se è molto probabile che lievi disordini saranno riscontrati a livello locale. Altri, invece, temono che le violenze possano diffondersi e riguardare l’intera nazione.

Le elezioni in Kenya sono molto sentite dalla popolazione perché, contemporaneamente, vengono eletti il presidente, i deputati e parte dei senatori, i governatori e i rappresentanti delle assemblee locali.

La nuova costituzione

La Costituzione adottata dal Kenya nel 2010 conferma il sistema presidenziale già in vigore, applica una ripartizione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario e prevede una maggiore diffusione delle competenze incentivando il ruolo delle amministrazioni territoriali; il paese viene infatti suddiviso in 47 contee gestite da un governatore e aventi le proprie assemblee legislative.

Il presidente, la figura con maggiori poteri in Kenya, è capo di stato, capo del governo e capo delle forze armate, mentre il potere legislativo è in mano al parlamento, composto da due camere, l’Assemblea Nazionale e il Senato.

Kenya's Supreme Court judges file into the chamber during the opening of the 11th Parliament in Nairobi

Nel 2013 tra i candidati a presidente è ricomparso un vecchio volto della politica kenyota, Uhuru Kenyatta, già sconfitto da Kibaki nel 2002. A sostenere Kenyatta un gruppo di partiti chiamato Jubilee Coalition, contro la Coalition for Reform and Democracy di Raila Odinga. La vittoria di Kenyatta fu marginale: ottenne intorno ai 4000 voti in più dell’avversario. In quel momento egli era sotto processo alla Corte Penale Internazionale, accusato di essere il mandante ideologico degli scontri del 2007; le accuse verranno poi ritirate per insufficienza di prove.

Il sistema elettorale vigente in Kenya trova i principi fondamentali all’interno della Costituzione del 2010, in cui si parla di libertà di espressione dei propri pensieri politici, di elezioni corrette e giuste e di rappresentanza di entrambi i sessi negli istituti amministrativi.

Il sistema elettorale prevede l’uso del sistema del first past the post in quasi tutti i casi, il che significa che il candidato che ottiene più voti rispetto agli altri, vince. Questo metodo è utilizzato per l’elezione di deputati e senatori (una parte, alcuni sono nominati). Il presidente viene eletto con un sistema di doppio turno: il candidato ottiene la presidenza al primo turno con il 50% più uno delle preferenze e il 25% in almeno 24 delle 47 contee del paese, altrimenti passa al secondo turno con il competitore più votato.

In previsione delle elezioni di agosto

Lo scontro decisivo sarà anche questa volta tra Kenyatta e il suo Jubilee Party e Odinga, con la nuova NASA, National Super Alliance. 

Come già accennato, le primarie di aprile non sono andate bene, in 22 delle 47 contee sono state annullate per scontri e lamentele per i ritardi nell’apertura dei seggi, che non hanno permesso ad alcuni di esprimere la loro preferenza. Il presidente Kenyatta, che corre per cercare di rinnovare il proprio mandato, ha confermato che, a causa dell’inaspettatamente numerosa affluenza ai seggi, il materiale necessario non è stato sufficiente, creando disguidi.

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Memore degli scontri avvenuti dopo le elezioni del 2007, quando le proteste  e la loro repressione avevano causato la morte di un migliaio di persone, la tensione rimane alta. Intanto è stata creata una commissione, Electoral and Boudaries Commission, indipendente, con il compito di controllare l’andamento delle elezioni. Non dimenticando le problematiche che si sono dovute affrontare nel 2013, anche se le elezioni quell’anno sono state dichiarate legittime, la commissione elettorale ha adottato  il Kenya Integrated Election Management System (KIEMS), che verrà utilizzato per controllare l’iscrizione dei votanti alle liste e la legittimità dei candidati delle circoscrizioni ad essere eletti.

I toni rimangono accesi tra Kenyatta e i suoi e i membri dell’opposizione, capeggiati dall’ormai settantaduenne Odinga: i primi sono favorevoli al conteggio elettronico dei voti, mentre i secondi vi si oppongono sostenendo che favorisca i brogli.

Le notizie che sono arrivate dal Kenya qualche settimana fa parlano di folle agli uffici pubblici per registrarsi come candidati entro la scadenza dei termini, che era fissata per l’8 maggio. Farlo è conveniente e i posti sono tanti, ora che la costituzione del 2010 ha creato assemblee in ogni contea, così che anche chi è già stato scartato alle primarie può rientrare come indipendente. Tutti aspirano al posto da governatore.

Il sistema elettorale keniota non prevede disposizioni riguardanti i finanziamenti ai partiti, rendendoli liberi di spendere quanto vogliono. E’ stato stimato che le più grandi spese riguardano la logistica e la pubblicità (in questa tornata elettorale viene dato particolare peso alla diffusione di informazioni via internet) ma parte dei fondi a disposizione dei partiti sembra destinata a tangenti e mazzette.

Etnia ed economia, fattori di scelta politica

L’atmosfera politica keniota è oggi vuota, priva di idee politiche e valori e si prevede che ciò porterà i cittadini a scegliere i propri rappresentanti e il proprio presidente su base etnica. Allo stesso tempo però la questione dell’economia è oggi molto accesa: in generale il Kenya ha un buon livello di crescita, intorno al 5% e grazie alla riforma del 2014 che ha abbassato i costi per gli investimenti e ha accorciato le procedure burocratiche, nuove imprese sono state create, sia dai kenioti che dagli stranieri. In più il turismo è aumentato a seguito della diminuzione del prezzo dei visti, e sta riprendendo dopo la discesa dovuta agli attacchi terroristici degli scorsi anni.

Ma non è poi tutto così roseo. Negli ultimi mesi si è registrato un notevole innalzamento dei prezzi dei beni primari, come latte, pane e mais dovuto alla siccità, che ha portato l’inflazione al rialzo fino al 12%. Tale problematica in un paese in cui la sotto occupazione e la disoccupazione toccano livelli molto più alti rispetto agli altri stati della zona e dove la corruzione fa si che il Kenya occupi la posizione 145 su 176 nella classifica mondiale del livello di trasparenza, offre ai candidati molte questioni su cui fare leva e molti problemi da risolvere in caso di vittoria.

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Nel frattempo l’attuale presidente, Kenyatta, ha annunciato che verranno attuate alcune riforme prima della fine del suo mandato, tra cui l’aumento del salario minimo del 18%. A livello economico poco o niente può essere recriminato al presidente, anche se accuse sulla cattiva gestione del problema siccità non sono mancate, ma le accuse di passività nei confronti degli altissimi livelli di corruzione giocano contro il Jubilee Party, la cui mancata lotta per eliminare, o perlomeno alleviare il problema, ha spinto gli Stati Uniti a tagliare gli aiuti al sistema sanitario keniota. 

Le tensioni

Pochi giorni fa nel nord del paese ci sono stati degli scontri ad un incontro presieduto dall’attuale presidente. Prima del suo arrivo gli esponenti locali dei gruppi di opposizioni avevano già agitato la situazione e la polizia, secondo le dichiarazioni degli agenti e del comandante, sparando per riportare l’ordine, ha ucciso un uomo. I partecipanti al corteo, molti dei quali del Jubilee Party, testimoniano che tutto si stava svolgendo in modo pacifico, che non era necessario sparare.

Prevedere chi vincerà è difficile, se non impossibile, entrambi i grandi gruppi, il Jubilee Party e la National Super Alliance, sono convinti di avere i numeri per aggiudicarsi la vittoria finale; è probabile che sarà un testa a testa, come nelle scorse elezioni.

Fonti e Approfondimenti

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