Dakota Access: la rivolta dei nativi contro l’oleodotto

Da mesi è in atto in North Dakota un braccio di ferro tra società edili e nativi americani Sioux per la costruzione di un grande oleodotto. Dal 2007 lo stato del Midwest statunitense è infatti la nuova frontiera dell’estrazione del petrolio americano, grazie all’avanzamento della tecnologia del cosiddetto “fracking”. Ma andiamo con ordine: cosa prevede il progetto? Cosa comporta questo tipo di estrazione? Cosa chiedono i nativi?

La Dakota Access Pipeline è un oleodotto sotterraneo progettato per congiungere i siti di estrazione petrolifera del North Dakota occidentale, il cosiddetto Bakken Shale, ad un punto di interscambio in Illinois. La finalità è quella di collegare le aziende locali di estrazione alla vastissima rete di gasdotti e oleodotti che attraversa gli Stati Uniti, avvicinandoli nel frattempo alle raffinerie che punteggiano la costa atlantica.

La struttura sarà lunga 1.770 kilometri e attraverserà quattro stati, in un progetto dal costo stimato di 3,7 miliardi di dollari che sarà realizzato da un gruppo di aziende capeggiato dalla Energy Transfer Partners. Da questa struttura dovrebbero passare 470.000 barili di petrolio al giorno e le compagnie costruttrici dichiarano che creerà circa 10.000 posti di lavoro, sebbene la la maggior parte spariranno ultimata la costruzione.

Dakota Access Pipeline

Il petrolio estratto nel bacino del Bakken è un tipo particolare di greggio: è un minerale intrappolato insieme a gas naturale all’interno di rocce porose e sabbie bituminose ed è detto “shale oil”. Estrarre questo petrolio è complesso e costoso e non è stato possibile farlo in maniera economicamente competitiva fino ai primi anni 2000, motivo per cui il bacino, conosciuto fin dal 1953, è rimasto un’area molto poco produttiva per decenni.

Per separare gli idrocarburi dal terreno si procede fratturando le rocce che li contengono usando un mix di acqua, sabbia e potenti reagenti chimici che viene pompato nel terreno ad altissima pressione. Questi reagenti, uniti al petrolio e ai gas che fuoriescono nel processo, corrono il rischio di inquinare le falde acquifere, oltre che causare un rapido e devastante consumo del territorio.

L’impiego del “fracking” ha messo in allarme le comunità locale e gli attivisti per la tutela dell’ambiente che da anni si battono per il suo divieo di uso, ma ad estendere ulteriormente il conflitto è stato proprio l’annuncio della costruzione dell’oleodotto voluto dagli estrattori per velocizzare il trasporto del loro petrolio verso est.

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Schematizzazione del “fracking”
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Depositi di “shale oil” negli USA

A muoversi contro il progetto sono state le tribù di nativi Sioux della tribù di Standing Rock, il cui territorio è interessato direttamente dal percorso delle tubature. Le proteste sono inizate lo scorso aprile nella cittadina di Cannon Ball e in breve tempo si è generato un grande movimento di solidarietà di varie migliaia di persone, soprattutto provenienti da altre tribù di nativi americani.

Standing Rock sostiene che l’oleodotto attraverserà una terra ricca di loro luoghi sacri di sepoltura, anche se la maggior preoccupazione è di tipo ambientale. Il Dakota Access passa infatti nelle immediate vicinanze dei maggiori bacini d’acqua della regione, da cui dipende la quasi totalità dell’approvigionamento di acqua potabile locale, e quindi un’eventuale fuoriuscita di petrolio sarebbe disastrosa per l’intera comunità locale.

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Gli attivisti si sono accampati nei pressi dei cantieri in cui si stanno svolgendo i lavori preparatori dell’oleodotto e marciano tutti i giorni pacificamente per disturbare, per quanto possibile, il progredire degli stessi. Si sono però verificati alcuni incidenti tra i manifestanti, i lavoratori e la sicurezza privata dei cantieri, il più grave dei quali è scoppiato dopo che un bulldozer ha distrutto alcune antiche tombe Sioux, finito con diversi manifestanti arrestati o feriti e pesanti minacce ai danni degli operai del cantiere.

I nativi si stanno anche muovendo per vie legali, cercando di far prevalere il loro diritto a preservare la terra dei loro antenati sulle concessioni ottenute dai costruttori della Energy Transfer Partners. Stanno inoltre cercando di mobilitare il tessuto socio-economico del luogo ma non è così semplice.

Molti agricoltori sono infatti favorevoli alla costruzione dell’impianto nonostante i rischi che corrono, soprattuto per via dei grandi indennizzi che hanno ricevuto in cambio del permesso di far attraversare le loro proprietà dall’oleodotto.

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Lo scontro sull’oleodotto si è spostato dalle praterie del North Dakota ad una Corte Federale di Washington, nella quale si sta discutendo se e come la costruzione minaccia le fonti di acqua potabile della tribù, se i suoi membri sarebbero dovuti essere consultati nel periodo di progettazione dell’impianto ma soprattuto di come questo danneggerà alcuni dei luoghi sacri di Standing Rock.

Dopo gli scontri tra polizia e manifestanti la corte aveva emesso un’ingiunzione per fermare temporaneamente i lavori, ma alla fine il 9 settembre scorso ha deliberato in favore dei costruttori dell’oleodotto sostenendo di non riscontrare anomalie nelle procedure di attribuzione dei permessi.

Poche ore dopo la sentenza, comunque, il Dipartimento degli Affari Interni, quello dell’Esercito e quello della Giustizia hanno emesso un comunicato congiunto in cui affermano di apprezzare la decisione ma decidono di “non autorizzare la costruzione del Dakota Access nelle terre vicine al Lago Oahe finchè non sarà stato possibile determinare se sia necessario rivedere le decisioni da loro prese l’oleodotto riguardo quella zona in base all’Atto Nazionale sull Protezione Ambientale o altre leggi federali”.

I lavori procedono quindi estremamente a rilento e il movimento contro l’oleodotto ha annunciato di voler proseguire nel suo intento, continuando le manifestazione, le campagne di sensibilizzazione e l’attività giudiziaria.

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