La catastrofe ambientale di Nauru è un avvertimento per tutti quanti

Immaginate un’isola del Pacifico talmente bella e rigogliosa da essere chiamata “Pleasant Island” dai primi europei che vi approdarono. Immaginate una popolazione indigena vissuta per millenni seguendo i ritmi placidi dell’esistenza a contatto con la natura. Immaginate un ufficiale australiano che una volta fatto analizzare un campione di roccia proveniente dall’isola si sente rispondere che questo contiene un livello enorme di una sostanza preziosissima: il fosfato di calcio.

Siamo nel 1899 e a scoperte del genere, soprattutto nelle colonie, fanno spesso seguito violenze sui nativi e accaparramento selvaggio delle risorse. La prima ipotesi non si verifica ma, anzi, molti anni dopo Nauru anticiperà quello che vivono oggi paesi estrattori di risorse come gli Emirati Arabi quanto a ricchezza ottenuta dal sottosuolo. La devastazione ambientale sarà comunque inevitabile e presenterà un conto salatissimo alla popolazione che un tempo aveva arricchito.

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All’epoca della scoperta, il minerale di fosfato ha un valore enorme. Non ne è ancora stato perfezionato il suo processo di sintesi ed è molto importante per l’allora pionieristica industria chimica, essendo un elemento importantissimo nella produzione di acido fosforico e nei fertilizzanti per l’agricoltura. Sir Alber Fuller Ellis, questo il nome dell’ufficiale australiano, fonda la Pacific Phosphate Company e inizia ad estrarre il minerale nel 1906 per conto di aziende tedesche, almeno fino a quando durante la Grande Guerra il controllo dell’isola passa alle autorità australiane, che continuano l’attività.

Tutto cambia nel 1968: Nauru diventa una repubblica indipendente e riscatta i diritti di estrazione su tutta l’isola per avviare una produzione nazionale di massa, ricavando enormi profitti. Negli anni ’70 e ’80 l’isola sarà sempre annoverata tra i paesi con il pil pro-capite maggiore (il più alto del mondo nel 1985) e uno dei migliori sistemi di welfare mai implementati, ma le conseguenze del folle modello di sfruttamento metteranno fine a quest’era di enorme prosperità.

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Nauru è uno stato insulare dell’arcipelago della Micronesia, grande appena 21 kmq (poco meno dell’Isola del Giglio) e con una popolazione di circa 10.000 abitanti, quasi tutti discendenti degli aborigeni presenti da millenni nell’arcipelago. Prima dell’industia mineraria l’isola si era sostentato con la pesca, la caccia agli uccelli marini e la coltivazione di frutta e verdura nell’entroterra.

Del territorio dell’isola oggi rimane una piccola zona verde lungo la costa dove si trovano una laguna e la maggior parte delle case, mentre l’80% del territorio è inabitabile in quanto ormai costituito da una landa desolata. Estrarre il fosfato avviene infatti attraverso il lavoro in miniere a cielo aperto e, come ulteriore effetto collaterale, le operazioni di carico del minerale sulle navi hanno inquinato il mare intorno l’isola.

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Tra mito e cronaca si confondono i dettagli dello sfarzo in cui vivevano gli isolani negli anni del loro boom economico, compresi reportage di come fosse usanza regalare cuscini imbottiti di banconote ai neonati o che uno dei poliziotti dell’isola usasse una Lamborghini gialla come auto d’ordinanza.

L’improvviso benessere ha minato profondamente la salute degli abitanti: dopo essere vissuti per secoli alimentandosi con pesce e frutta il loro fisico non era preparato alla dieta a base cibi confezionati o surgelati che in pochissimo tempo divenne il nuovo stile di vita della popolazione. Oggi l 95% dei nauruensi è in sovrappeso, tre quarti dei quali sono obesi, soprattutto tra gli uomini. Il 40% della popolazione soffre inoltre di diabete di tipo 2 e anche le altre malattie legate alla cattiva alimentazione hanno altissima incidenza.

Quando negli anni ’90 l’industria mineraria di Nauru collassò l’isola si trovò senza terra coltivabile, ormai ridotta ad un labirinto di buche e fossati, e con un disperato bisogno di valuta straniera. Fu allora che lo stato divenne un paradiso fiscale, tristemente noto per essere diventato in brevissimo tempo la sede di almeno un migliaio di banche fantasma, in cui, tra gli altri clienti, la sola criminalità organizzata russa riciclò circa 70 miliardi di dollari.

Isolated in the Pacific, the island of Nauru, world's smallest republic, was once world's richest country because of phosphate resources. Nauru holds currently diabetes and obesity highest levels though weightlifting is the national sport. Following state

Su pressione internazionale l’isola dovette rinunciare alle sue legislazioni permissive nel 2000 e questo decretò la doppia bancarotta dello stato: al disastro ambientale si aggiunse la catastrofe finanziaria alimentata dagli 800 milioni di dollari di debito publico creatisi negli anni e dal fallimento della Banca Centrale di Nauru. Come se non bastasse l’isola è oggi uno dei luoghi più gravemente minacciati dal surriscaldamento globale, con il livello del mare circostante in crescita costante di 5 millimetri l’anno dal 1993 e la sua intera superficie minacciata dal fenomeno.

Dopo essere state una terra da saccheggiare e poi una terra in cui nascondere i propri affari loschi, oggi Nauru è la terra in cui il governo australiano esilia le persone da esso indesiderate: gli immigrati clandestini. Sull’isola le autorità australiane hanno infatti costruito nel 2001 uno dei centri di accoglienza in cui vengono detenuti gli immigrati in attesa di ricevere o meno asilo nel paese, parte della loro dura politica in fatto di migrazioni, che allontana i clandestini dallo stesso territorio nazionale.

Nauru riceve 15 milioni di dollari l’anno in aiuti di sviluppo in cambio della gestione del centro ma questa mansione è sottoposta a gravi accuse. La grande struttura di tende e prefabbricati, si è rivelato un luogo dalle condizioni igieniche critiche, dove gli abusi fisici e psicologici sono quotidiani, tanto che da essere definito da Amnesty International una “catastrofe umanitaria” e aver attirato dure critiche allo stesso governo australiano.

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L’incredibile sequela di scelte sbagliate dei nauruensi può essere attribuita al’avidità o alla mancanza di altre opzioni, ma in realtà non hanno nulla di inconsueto: tutto il mondo sta consumando territorio e risorse non rinnovabili a ritmi insostenibili, intrappolandosi come gli abitanti dell’isola tra la devastazione ambientale e il clima sempre più ostile (conseguenza di questo modello industriale). Nauru ha seguito lo stesso trend seguito tutto il mondo, lo ha solo fatto più rapidamente e in maniera più eclatante.

Forse non saremo costretti a vivere su una sottile fascia di terra tra una landa desolata ed un oceano in via di innalzamento, ma se non rivedremo le nostre politiche estrattive frenetiche e assolutamente prive di un piano per limitarne i danni a lungo termine potremmo condividere l’amaro destino di quella che una volta era chiamata Pleasant Island. I primi a farne le spese saranno tutti quei luoghi che come Nauru sono ritenuti “sacrificabili”, una nozione che sebbene sia nata nel contesto del colonialismo è sopravvissuta alla storia e non sembra intenzionata a sparire.

Approfondimenti

Naomi Klein – Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile (analisi incentrata sul rapporto tra risorse, clima ed economia)

Nicholas Shaxson – Le isole del tesoro: Viaggio nei paradisi fiscali dove è nascosto il tesoro della globalizzazione

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