La leggenda del Lupo Solitario

Gli ultimi attentati terroristici che hanno colpito il nostro continente sono stati raccontati dai media utilizzando la nomenclatura di lupi solitari. Il termine, che colpisce molto a livello mediatico, è stato tanto apprezzato e allo stesso tempo tanto  criticato da diversi analisti del settore per differenti ragioni. Cerchiamo di capire quando nasce questa tattica terroristica e quali sono le problematiche che l’uso di questo termine può creare ai servizi di sicurezza.

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Per prima cosa cerchiamo di indicare cosa vuol dire questo termine: il terrorista per essere etichettato come “lone wolf” non deve aver avuto nessun contatto con gruppi o network terroristici internazionali o nazionali, deve aver progettato autonomamente l’attentato e deve essersi procurato da solo tutto il materiale utilizzato nell’attentato.

La storia del termine e lo sviluppo dell’uso

L’immagine del lupo solitario appartiene alla letteratura romantica del 1800, secondo la quale il lupo violento e rinnegato esce dal branco e senza alcun controllo sociale scatena tutta la propria crudeltà trasformandosi in una minaccia per le creature circostanti. Fino agli anni 60 questo termine era rimasto confinato alle pagine di cronaca nera dei giornali statunitensi e l’elemento che connotava un criminale a cui veniva dato questo soprannome, era l’efferatezza che egli applicava nei suoi crimini.

Con la seconda grande ondata di terrorismo, quella rossa e nera, il termine ha lentamente preso campo nella galassia terroristica, anche se all’inizio è rimasto confinato ad un preciso spazio ideologico e geografico: quello del terrorismo ariano in Nord America. Gli attacchi terroristici fino a quel momento, sia di destra che di sinistra, erano sempre stati organizzati da gruppi con sistemi di potere gerarchico. Nel 1983, quando l’FBI aveva organizzato un controllo meticoloso sulle organizzazioni, il nazionalista bianco Luis Beam pubblicò un manifesto che invitava alla “resistenza senza leader“. Il leader bianco che apparteneva sia al Ku Klux Klan che al gruppo Aryan-Nations portava nella sua proposta l’idea di creare cellule formate da uomini soli che nascondendosi in una popolazione numerosissima avrebbero potuto colpire qualsiasi bersaglio, facendo crollare il sistema statale degli Stati Uniti creando la guerra civile.

Volume 38 Issue 43 Scene and Herd

Dopo i primi attentati perpetrati con questa nuova tattica solitaria, i leader dei movimenti ariani ed estremisti bianchi hanno incominciato a capire che il lupo solitario era l’unico che poteva penetrare le strette maglie delle forze di sicurezze. Il manifesto di Tom Metzger, leader del gruppo White Arian Resistance, mette in parole “la legge del lupo solitario”.

“Mi sto preparando alla guerra. Sono pronto ad agire quando sarà il momento. Sono il combattente rivoluzionario indipendente. Sono nei vostri quartieri, nelle vostre scuole, nei distretti di polizia, nei bar, nei caffè, nei centri commerciali, dovunque. Sono il lupo solitario” T. Metzger

Il messaggio lanciato nell’etere terroristica è chiaro e molto pericoloso. Questa tecnica mina il punto fondamentale della lotta al terrorismo: la coesione della comunità. Nessuno può fidarsi dell’altro perché vi è una remota possibilità che sia un terrorista, qualsiasi ruolo esso ricopra. Questo clima porta alla chiusura dei rapporti verso persone estranee al proprio gruppo sociale più stretto e alla diffidenza su elementi quali la razza o la fede, creando il clima di odio e diffidenza perfetto per l’attentatore.

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Attentato Oklahoma City

Il vero vantaggio materiale di questa tattica è l’assenza di comunicazione: se l’attentatore non ha contattati con l’organizzazione, e non ne ha mai avuti, allora rende quasi impossibile l’identificazione del soggetto da parte delle forze di sicurezza. Il problema più grande per il gruppo terroristico risiede nel fatto che, essendo l’attentatore isolato, non può essere istruito e guidato e di conseguenza vi sono grandi incidenze di fallimento e gli attentati sono sempre poco letali.

La tecnica solitaria negli Stati Uniti d’America fu combattuta con un aumento dei controlli a tappeto su una certa fetta di popolazione e con la costruzione di reti di infiltrazioni all’interno dei centri di aggregazione della comunità bianca ariana. Il rischio però non è mai stato eliminato del tutto. 

L’attuale situazione dei lupi solitari nella galassia jihadista

Con la terza grande ondata terroristica, quella jihadista, il paradigma sembrava totalmente cambiato. Gli attacchi dell’11 settembre 2001 avevano messo in luce un nuovo tipo di terrorismo eterodiretto, con un gruppo dirigente saldo che guidava le pedine come scacchi all’interno delle maglie della sicurezza globale, insinuandosi nei paesi dove questa rete era più fragile.

I servizi di sicurezza occidentali cercarono di ricostruire le proprie tattiche puntando alle nuove organizzazioni e costruendo infiniti organigrammi, di cui eliminare le figure principali. Questo sistema presto decimò Al Qaeda e le altre organizzazioni spaventando i capi che si videro costretti a nascondersi nelle zone grigie della mappa mondiale, gli stati falliti, e a costruire una nuova tattica del terrore.

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Gli attentati andavano sempre di più verso un allentamento dalle decisioni centralizzate. L’ 11 Settembre era stato guidato nei minimi particolari da Osama Bin Laden e dal gruppo dirigente di Al Qaeda, ma già gli attentati di Madrid del 2004 e di Londra del 2005 erano stati più decentrati, elemento che è stato chiarito dalle forze di sicurezza analizzando le rivendicazioni che erano arrivate all’indomani degli attacchi: in questi messaggi vi erano spesso degli errori nella dinamica dell’attacco, questo perché le notizie erano state prese dai media locali che avevano fatto solo supposizioni.

La conferma dello spostamento della Jihad verso le tattiche solitarie fu confermata dai messaggi che Abu Musab Al Suri ha lanciato nel web dopo il 2004, dopo aver visto l’efficacia di Madrid. In questi video egli riprendeva, spesso con le stesse parole, le teorie dei testi del terrorismo bianco americano della “resistenza senza leader“. Al Suri proponeva un’organizzazione terroristica che insegnasse i principi e non come organizzarsi creando in realtà gruppi terroristici anche senza saperlo. L’idea era di creare seguaci anche attraverso i media che riportavano le notizie condannando gli attacchi.

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Bin Laden e Al Suri

Alcuni avevano parlato di una “franchise” della Jihad dopo l’11 settembre con gruppi islamici minori che organizzavano attentati soltanto con la benedizione di Al Qaeda, questa tendenza si è trasformata in un’acquisizione totale della jihad in cui ognuno può seguire i suoi principi e commettere anche solo un omicidio nel nome della lotta.

La stessa parabola dell’organizzazione di Osama Bin Laden è stata compiuta dai gruppi del sedicente Stato Islamico. Dopo i primi attacchi che erano stati compiuti da gruppi addestrati, organizzati e partiti dalla Siria con il preciso compito di portare a termine l’attacco: come nel caso del terribile attacco al Bataclàn. Adesso dato che i migliori soldati servono a combattere nei territori iracheni e siriani, il terrorismo è lasciato ai singoli che vengono infarinati ed educati attraverso video, creati anche molto prima, e che si organizzano in modo totalmente autonomo. Questo rende difficile l’operazione delle forze di sicurezza, ma molti sono scettici sulla reale natura dei lupi solitari.

Sono veramente dei Lupi Solitari?

Dalla prima teorizzazione del terrorismo ariano sono usciti i primi terroristi solitari, ma solo alcuni avevano le caratteristiche per poter essere definiti dei tipici lupi solitari. L’esempio classico usato per confutare questo tema è l’attentato di Oklahoma City, il più letale dopo le torri gemelle negli Stati Uniti, perpetrato da Timothy McVeigh: per anni questo attacco è stato usato come il classico esempio di un attacco di un lupo solitario, ma Mc Veigh lo era veramente? Guardando bene la dinamica, in effetti, l’attentatore era in contatto con altri terroristi che gli avevano dato un infarinatura ideologica e pratica e inoltre aveva un complice che lo aiutava nell’operazione. 

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Lo stesso si può dire degli attuali attentati terroristici: nessuno è in realtà un vero e proprio terrorista solitario, tutti infatti hanno ricevuto almeno una breve formazione o contatti saltuari. Secondo gli studiosi del terrorismo l’unico caso in cui si può parlare di terrorista solitario negli ultimi attacchi in Europa, non è neanche un attentato di stampo jihadista, ma è l’attacco di Brevik in Norvegia, in cui lui è l’unico esecutore e anche l’ideologo di se stesso.

Gli attentati di Nizza, di Berlino e di Manchester negli ultimi giorni non sono stati portati avanti da lupi solitari. Gli attacchi sono stati in realtà perpetrati da persone radicalizzate in breve tempo che hanno avuto una formazione spesso e volentieri condotta in rete  e che hanno avuto contatti solamente con la parte più lontana della rete jihadista.

Il problema più grande che l’uso sconsiderato di questo termine crea ai servizi di sicurezza è la tendenza al controllo sul territorio più che alla prevenzione, dato che si pensa che un lupo solitario non avendo contatti può essere solo fermato e mai intercettato. Questo è il problema che per esempio hanno affrontato i servizi di sicurezza belgi nel caso degli attentati a Bruxelles.

Allora perché vengono tutti definiti lupi solitari? La risposta più ovvia è che la definizione è comoda sia per i servizi di sicurezza sia per il pubblico. Gli attentatori solitari sono totalmente imprevedibili e giustificano quindi anche un errore dei controlli, creando nel pubblico una paura immotivata, ma che è accettabile perché non vi è alcuna spiegazione. 

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Inoltre la spiegazione che la violenza omicida di un individuo sia riconducile a lui e a lui soltanto è una cosa che interessa molto ai governi e alla società in generale, ciò permette alle nostre realtà di continuare ad ignorare le condizioni e i trattamenti che portano un figlio di immigrati di seconda generazione a scatenare un odio così profondo. La realtà è che per anni non si è voluto vedere quello che succedeva nelle periferie delle grandi città europee.

Approfondimenti

https://www.foreignaffairs.com/articles/western-europe/2016-07-26/myth-lone-wolf-terrorism

https://www.theguardian.com/news/2017/mar/30/myth-lone-wolf-terrorist

http://www.ispionline.it/articoli/articolo/sicurezza-italia/la-minaccia-terroristica-17003

 

 

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