Sud Sudan: la campagna contro il giornalismo indipendente

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Di Manus Carlisle 

Dal punto di vista del corrispondente straniero in Africa, il focus dell’attenzione della copertura mediatica è sempre stato limitato ad alcune, ricorrenti, tematiche: la corruzione, la guerra e le crisi umanitarie. Le informazioni sono spesso raccolte e diffuse usando generalizzazioni riguardo il ‘caos’ della politica africana. I giornalisti stranieri si recano in questi paesi su invito di governi o organizzazioni, visitano i campi per gli sfollati, presentano i loro articoli entro la settimana e tornano nell’agiatezza degli uffici europei o americani. In generale, non sono i media africani che stabiliscono l’agenda a livello delle notizie mondiali, un’agenda che influenza la politica globale in merito all’Africa e l’aiuto allo sviluppo, e il risultato perpetua gli stereotipi africani che hanno afflitto il continente per decenni.

Essendo, per il corrispondente straniero acuto e competente, la relazione con i giornalisti locali, una delle chiavi per un’interpretazione adeguata, la verità non è soffocata soltanto all’interno del paese, ma le tenebre si estendono anche ai media del mondo occidentale. In Sud Sudan, la repressione della libertà di parola è duplice: mentre il governo rifiuta i visti ai giornalisti stranieri e li espelle, quelli locali vengono perseguitati ed uccisi ad un tasso allarmante.

Il giornalismo in Sud Sudan: analisi e dati

All’inizio di questo mese, la Media Authority, autorità statale fondata con l’obiettivo di ‘gestire la licenza dei media e promuovere il giornalismo indipendente’, ha bandito almeno 20 giornalisti stranieri per aver messo il paese in cattiva luce. Il sistema prevede che sia la Media Authority ad autorizzare il rilascio dei visti ai reporter stranieri, visto che negli ultimi mesi è stato spesso negato anche a celebri media internazionali come Reuters e AFP, per permettere al governo del presidente Kiir di minimizzare l’immagine di stato fallito del Sud Sudan.

Per i giornalisti Sud Sudanesi, la situazione è ancora più pericolosa. L’organizzazione no-profit Committee to Protect Journalists (CPJ) dice che nel 95% dei casi in cui sono stati uccisi dei giornalisti in tutto il mondo negli ultimi 10 anni, si è trattato di reporter locali. Il Sud Sudan è classificato dal CPJ tra i paesi più pericolosi per praticare il giornalismo e riporta che le autorità censurano articoli scottanti e costringono i media locali a moderare la retorica critica nei confronti del governo. Alcuni giornalisti, come gli editori dei giornali The Citizen e The Nation Mirror, chiudono le loro pubblicazioni o fuggono in Uganda e Kenya.

L’indice di libertà di stampa dell’organizzazione Reporters Without Borders mette il Sud Sudan alla posizione 145, in discesa. L’organizzazione afferma che almeno 9 giornalisti sono stati uccisi dal 2011, l’ Association for Media Development in South Sudan (AMDISS) mette la cifra dei morti ad almeno 12, con 27 detenuti dalle autorità e 45 casi denunciati di intimidazione. Queste cifre non sono sorprendenti in un paese che si trova al secondo posto nella classifica dei più corrotti secondo Transparency International.

La repressione del giornalismo libero

Alla luce di questi dati, risulta facile trovare esempi di repressione dei media sud sudanesi: nel 2011 le forze dell’ordine hanno aggredito i dipendenti del quotidiano The Citizen dopo aver fatto un blitz nei loro uffici a seguito di un rapporto sulla corruzione nella polizia. Copie del Juba Post sono state sequestrate dopo aver presentato un’intervista con il leader ribelle George Athor, e non è raro che i giornalisti siano detenuti per settimane a volte senza alcun capo d’imputazione. Nel 2016 il giornalista americano Justin Lynch che scriveva per il sito The Daily Beast ha visitato un campo per profughi e rifugiati recentemente attaccato da uomini in divisa SPLA. Lynch è stato espulso dal Sud Sudan dopo la pubblicazione online della sua serie di articoli.  Emblematico è anche il caso Toby Lanzer, coordinatore umanitario dell’ONU, espulso dal paese per aver pubblicato commenti di disapprovazione per le politiche governative sui social, a dimostrazione del fatto che il governo, anche se la diffusione di internet in Sud Sudan raggiunge solo il 20% della popolazione, ha deciso di soffocare anche i media online.

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Subito dopo l’attacco al campo di Malakal. Credit: Justin Lynch

Alle forze dell’ordine sono stati dati ulteriori incoraggiamenti per combattere voci dissenzienti quando nel 2014 il presidente Salva Kiir ha approvato un progetto di legge che dà alle forze di sicurezza nazionali nuovi poteri, tra cui quello di arresto e detenzione. Il sostegno ufficiale alla repressione proviene quindi dai livelli più alti dello stato sud sudanese, infatti, ad una conferenza stampa nell’agosto del 2015, il presidente Kiir ha fatto una dichiarazione allarmante, dicendo ” libertà di stampa non significa lavorare contro il tuo paese […] E se qualcuno non sa che questo paese ha ucciso persone, lo dimostreremo, un giorno”. Quattro giorni dopo, il giornalista del quotidiano The Corporate, Peter Moi, è stato assassinato da aggressori sconosciuti. Sotto pressione dal pubblico e anche dal Dipartimento di Stato americano, il portavoce del presidente Kiir ha poi cercato di assicurare ai giornalisti che le sue parole erano state isolate dal loro contesto. A dicembre però, il giornalista Joseph Afandi è stato arrestato e detenuto per quasi due mesi, poi, dopo la sua liberazione, è stato rapito e picchiato quasi a morte.

I giornalisti che operano in Sud Sudan rischiano la morte sia per mano delle forze ribelli che delle forze armate regolari, l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (SPLA). Nel gennaio del 2015, cinque giornalisti sono stati uccisi in una presunta imboscata dell’ SPLA- IO su un convoglio governativo nello stato di Bahr el-Ghazal. Quattro delle vittime erano dipendenti della stazione radio Raja FM, e la quinta lavorava per South Sudan Television.

In più, la missione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan (UNMISS) è stata criticata per aver soffocato il giornalismo indipendente, nel tentativo di nascondere i fallimenti delle loro forze di mantenimento della pace.

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UNMISS in Sud Sudan 2011. Credit: AFP

 

La risposta del governo

Di fronte a questi abusi portati alla luce da organizzazioni internazionali in collaborazione coi giornalisti sul campo, il governo ha cercato migliorare le relazioni con la stampa. Nel maggio 2012 l’assemblea nazionale ha approvato tre leggi: The Right of Access to Information Bill; The Broadcasting Corporation Bill, che separerebbe l’ente statale SSTV dal controllo del governo; e The Media Authority Bill, che creerebbe un organismo di regolamentazione dei media. Queste sono state di scarso conforto per i giornalisti, che hanno continuato ad essere perseguitati.

Più di recente, il presidente Kiir ha offerto un ramoscello d’ulivo ai giornalisti precedentemente detenuti, offrendo un appuntamento ad Alfred Taban, celebre per le sue critiche nei confronti del governo, il quale ha però rifiutato l’offerta, esigendo il rilascio del reporter George Olivio, poi ottenuto in maggio di quest’anno.

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Presidente Kiir. Credit: BBC

Il rilascio di Olivio è indubbiamente un risultato positivo, ma la linea ufficiale del governo sulla questione non mostra alcun segno di cambiamento. Se si vuole migliorare la sicurezza degli operatori dei media in Sud Sudan, sono necessarie riforme robuste: gli ampi poteri dei servizi di sicurezza, sugli arresti, sulle perquisizioni e i sequestri senza mandato giudiziario, sulle misure di sorveglianza, possibili senza controlli indipendenti, devono essere revocati. Allo stesso modo, l’indipendenza della magistratura deve essere meglio protetta, essendo ora altamente improbabile che i giornalisti e altri sostenitori della libertà di stampa trovino giustizia attraverso i tribunali.

Si dice che in guerra, la prima vittima è la verità;  la verità sul conflitto del paese nascente viene riportato a malapena nei giornali locali, per non parlare dei giornali internazionali. C’è poca speranza per un risultato positivo nel prossimo futuro per i giornalisti del Sud Sudan, ma spetta ai corrispondenti stranieri e alle organizzazioni internazionali far conoscere la catastrofica situazione del Sud Sudan con accuratezza e veracità.

Fonti ed approfondimenti:

https://cpj.org/2017/04/from-fledgling-to-failed.php

http://www.thedailybeast.com/exclusive-un-camp-in-south-sudan-burned-to-the-ground

https://rsf.org/en/south-sudan

https://www.transparency.org/files/content/corruptionqas/371_Overview_of_corruption_and_anti-corruption_in_South_Sudan.pdf

https://www.ifex.org/south_sudan/2016/10/04/investigate_killings/

http://allafrica.com/stories/201705270023.html

http://allafrica.com/stories/201706100116.html

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