Nicaragua: è esplosa la protesta contro “l’altro Sandinismo”

“Il Nicaragua sta vivendo la più grande rivolta dalla fine della guerra civile nel 1990”.
Sono parole del Times, ma data la portata dei recenti sollevamenti, in termini di violenza e repressione, sono diverse le testate internazionali che concordano con questa visione. Tutto è iniziato lo scorso 18 aprile, quando la gente si è riversata nelle strade di Managua e León per manifestare contro le annunciate riforme al programma di previdenza sociale. Già nei primi giorni di scontri ci sono state decine di feriti e hanno perso la vita tre persone, tra cui anche un poliziotto.
Fin da subito è apparso chiaro che le proteste non si dirigevano solo alla riforma, ma davano invece sfogo a una diffusa insofferenza nei confronti del governo di Daniel Ortega. Ai rappresentanti dei pensionati, infatti, si sono uniti diversi gruppi cittadini (gli animi erano già tesi per via del controverso caso di incendio verificatosi nella riserva naturale Indio Maíz); mentre la rete studentesca delle università pubbliche ha contribuito dando un impulso significativo all’organizzazione del movimento. Il numero dei partecipanti è cresciuto rapidamente e altre città (tra cui Granada, Masaya e Matagalpa) si sono aggiunte alla contestazione. Davanti a questa situazione sempre più ingestibile, la prima a pronunciarsi è stata la moglie del Presidente, Rosario Murillo, la quale dallo scorso anno esercita anche la carica di Vicepresidente. La sua dichiarazione a caldo non ha fatto altro che fomentare il rancore dei manifestanti, in quanto essi sono stati definiti come “infimi gruppetti di facinorosi che destabilizzano il Nicaragua” e accusati fondamentalmente di strumentalizzazione politica.

Per quanto riguarda il capo dello stato, Ortega ha preso parola il 22 aprile per annunciare il ritiro della riforma, la quale avrebbe dovuto prevedere sostanzialmente il rialzo degli obblighi di contributo a fronte della riduzione delle pensioni, ma con maggiore copertura delle spese mediche. Nonostante la deroga, i disordini sono aumentati: nella fase successiva allo scoppio, la motivazione principale di protesta è diventata la stessa repressione violenta da parte della polizia e dei gruppi paramilitari. A questo proposito, anche a settimane di distanza, non c’è ancora concordanza sul bilancio totale delle vittime: le stime ufficiali del governo contano una decina di morti, mentre sarebbero circa 50 secondo gli organismi di difesa dei diritti umani. A testimonianza dei picchi di tensione, circolano sulla rete alcuni video amatoriali che mostrano ciò che è successo per le strade delle principali città: da un lato i dimostranti costruiscono barricate, lanciano pietre e incendiano auto, dall’altro le squadre antisommossa rispondono pesantemente con la violenza, i proiettili di gomma e i gas lacrimogeni.

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Si direbbe che è scoppiata la rivoluzione contro lo stesso Presidente rivoluzionario. Ortega infatti è un ex guerrigliero, uno dei protagonisti della rivolta che nel 1979 aveva messo fine alla dittatura di Anastasio Somoza. In quell’anno, con il trionfo della Rivoluzione Sandinista, arrivava al potere il Fronte di Liberazione Nazionale. Si tratta del partito che idealmente raccoglie l’eredità politica dell’eroe della patria: Augusto César Sandino, ovvero il leader degli oppositori all’occupazione perpetrata dagli Stati Uniti nei confronti dello stato dell’America Centrale. Nel corso degli anni 80, il FSLN (Frente Sandinista de Liberación Nacional) fu osteggiato da gruppi anticomunisti di varia composizione che, nell’ambito dello storico scandalo “Iran-Contras”, risultarono essere segretamente finanziati dal governo Reagan e dal traffico di armi in Medioriente. Costretto a cedere alla destabilizzazione e alla perdita di consenso, Ortega aveva indetto elezioni per il 1990, perdendole.
Negli anni successivi, nonostante non fossero più al governo, i Sandinisti mantennero più o meno direttamente il controllo di vari settori della società, oltre a un certo potere di veto sulla politica, che esercitarono con il coordinamento delle proteste. Nel frattempo, Ortega aveva continuato a puntare alla Presidenza: dopo tre sconfitte, la ottenne nel 2007, anche grazie alle alleanze sottese con i gruppi oppositori e alla riforma della legge elettorale (di fatto, la percentuale di cittadini che lo votò fu inferiore alla tornata precedente).

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Daniel Ortega, Presidente del Nicaragua con Rosario Murrillo, moglie e Vicepresidente

Nell’ultima decade, il Nicaragua si è confermato come uno dei paesi più poveri del continente, a dispetto del “nuovo modello” di crescita economica proposto dal suo Presidente. Le contraddizioni condivise con altre nazioni che hanno adottato le nuove forme di socialismo (seguendo l’esempio del Venezuela) sono in Nicaragua particolarmente evidenti per come alimentano il sistema di disuguaglianze sociali. È comunque vero che, almeno nel confronto con altri paesi della regione, gli indicatori di sicurezza e stabilità sono piuttosto confortanti e che il problema del narco-terrorismo è stato in gran parte scongiurato. I livelli di partecipazione civica sono alti, ma lo è anche lo scontento popolare. È ampiamente condivisa l’idea che Ortega abbia tradito i principi del Marxismo e che sia diventato un membro a tutti gli effetti della élite empresarial, oltre ad essere sceso a compromessi con la leadership conservatrice e con le sfere più potenti della Chiesa cattolica ed evangelista. Jaime Wheelock, un altro dei nove comandanti sandinisti originari, ha dichiarato che Ortega “ha commesso degli errori molto gravi”, primi fra tutti l’iper-controllo delle istituzioni e l’accentramento del potere: l’esempio più lampante è la nomina a Vicepresidente della primera dama Murillo.

Per questo motivo, le proteste sarebbero interpretabili come espressione di una crisi politica ben più grave. Secondo l’opinione del sociologo Edelberto Torres Rivas, rappresentano un’occasione di autocritica per la sinistra, per come questa ha perso unità e ha tradito la componente democratica del suo progetto. Rivas, che è anche consulente del programma ONU per lo sviluppo, parlava già più di dieci anni fa di un “altro” Sandinismo, transfigurado attraverso la personificazione del partito nella figura di Ortega. Oggi, a fargli eco, è il professor Rafael Cuevas Molina: “Cosa resta di quell’etica e di quella morale eroica nella sinistra latino-americana? Quali tratti rimangono in Daniel Ortega e nella sua famiglia? Nessuno, si direbbe. È una famiglia di impresari che ha usato il potere politico come trampolino per diventare qualcos’altro.” E riguardo ai fatti più recenti: “Chi ha vinto con questa rivolta? Ciò che è più chiaro è che, ad aver perso, è il Sandinismo”.

Secondo una visione opposta, che tiene conto dell’importanza geo-strategica del Nicaragua e di come il suo passato fu segnato dall’ingerenza statunitense, ci sarebbe invece un piano di destabilizzazione dietro a quanto successo. Il governo degli Stati Uniti, preoccupato per le intese tra il Nicaragua e altre potenze, quali la Cina e la Russia, avrebbe infiltrato i gruppi più violenti nei nuclei dei disordini iniziali. Per sostenerlo, alcuni analisti e giornalisti puntano il dito su come la rivolta è montata vertiginosamente e non si è fermata nemmeno quando era già stato ottenuto il ritiro della riforma pensionistica controversa. Lo stesso FSLN ha rilasciato un comunicato in cui parla apertamente di “copione derechista” e segnala le somiglianze, nelle strategie e nella durezza dei metodi, tra questa protesta e le guarimbas, ovvero i tumulti che hanno causato centinaia di morti in Venezuela nel 2014 e si sono ripetuti nel 2017.
Anche il Ministero degli Esteri di Cuba sostiene la versione della manipolazione USA e ha appunto espresso il suo sostegno al Presidente Ortega.

Il 27 aprile l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha annunciato che istituirà una Commissione per la Verità, allo scopo di investigare sull’origine della violenza e sulle responsabilità nella morte di civili, studenti e rappresentanti delle forze dell’ordine. In tutto questo, Ortega si è rivolto ai Nicaraguensi con ripetuti discorsi che invocano la pace e il dialogo. Un appello che è stato rilanciato anche dalla Chiesa: la Conferenza Episcopale ha accettato il ruolo di mediatore fra le parti e ha convocato una marcia contro la violenza a Managua, alla quale hanno partecipato in migliaia. Erano presenti anche i portavoce dei contadini che si oppongono alla costruzione del canale interoceanico alternativo a Panama, i rappresentanti del settore privato e quelli degli studenti. Il Movimento Universitario, infatti, pur chiedendo fermamente giustizia ha recentemente accettato la proposta di dialogo del governo, mentre altri gruppi sociali hanno reagito in modo più sostenuto: sui loro cartelli c’è scritto “i morti non dialogano”.

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* nell’immagine di copertina, uno tra gli episodi più rappresentativi: il 21 aprile i manifestanti hanno dato fuoco a uno degli “alberi della vita” di Managua, simbolo del FSLN.

Fonti e approfondimenti:

https://www.nytimes.com/es/2018/04/20/-protestas-pensiones-seguridad-social/
https://www.nytimes.com/es/2018/04/27/-protestas-ortega/
https://www.nytimes.com/es/2018/04/26/opinion-chamorro-ortega-protestas/
https://www.nodal.am/2018/05/pensando-en-por-rafael-cuevas-molina/
http://nuso.org/articulo/el-retorno-del-sandinismo-transfigurado/
https://www.telesurtv.net/news/fsln-condena-protestas-20180424-0037.html
http://www.elnuevoherald.com/noticias/mundo/america-latina/article210085984.html

 

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