La Cecenia di ieri e oggi attraverso gli occhi di Dany Teps

Recentemente, abbiamo avuto l’occasione di parlare dell’attuale situazione in Cecenia con Deni Teps, ex ufficiale di origine cecena del ministero degli Affari Interni della Federazione Russa, oggi decano dell’Accademia di polizia di San Pietroburgo e presidente del Congresso mondiale ceceno. In particolare, abbiamo discusso gli effetti della seconda guerra cecena, combattuta tra 1999 e 2009 in questa piccola repubblica del Caucaso Settentrionale fra l’esercito della Federazione russa e le forze armate separatiste cecene.

Il conflitto ha avuto inizio con un’incursione da parte di alcune bande di miliziani non inquadrati nell’esercito nazionale ceceno – capitanate da Šamil Basayev – nella confinante repubblica del Daghestan. La Federazione Russa ha fatto da sempre ricadere la responsabilità dell’operazione sui militari separatisti. Signor Teps, qual’è la sua versione dei fatti? Lei che ruolo ha giocato personalmente durante lo scoppio della seconda guerra cecena?

Nel periodo antecedente al conflitto, più di una volta ho incontrato Maschadov [ex colonnello dell’esercito sovietico, eletto terzo presidente della Cecenia nel gennaio 1997, che tornò a guidare la resistenza contro l’esercito federale allo scoppio della seconda guerra nel 1999, N.d.R] per vedere insieme se fosse possibile arrivare a una mediazione con la delegazione russa ed evitare l’inizio della guerra. Volevamo interrompere gli incidenti di confine che erano provocati dalle forze russe già dal 1996.

Aslan Maskhadov, terzo Presidente della Repubblica Cecena [Foto: Wikimedia Commons]

In quel periodo, i media russi avevano messo in atto un’ingente azione di propaganda per convincere l’opinione pubblica del fatto che erano gli stessi ceceni a causare i primi scontri militari. Bastava però osservare la cartina geografica per capire che la Cecenia non avrebbe mai potuto invadere la Russia, poiché era una regione nettamente più piccola e demograficamente inferiore.

I russi hanno elargito aiuti economici ai ceceni più estremisti come Basayev [leader dell’ala islamista radicale del movimento separatista ceceno, che tra 1997 e 1998 è stato vicepresidente nel governo guidato da Aslan Maschadov N.d.R]. Tali sovvenzioni hanno potuto permettere la realizzazione dei numerosi attacchi che hanno destabilizzato la regione del Caucaso tra la Cecenia e il Daghestan. Nel 1996, Basayev è stato autore di una serie di attentati sia in Daghestan che in Russia, con al seguito milizie composte da daghestani, tuchi e arabi, ma non da ceceni. Non c’erano ceceni disposti a compiere queste missioni. Nessuno voleva sostenere Basayev, perché tutti erano ancora stremati dalla prima guerra cecena.

Il leader separatista Šamil Basayev [Foto: Wikimedia Commons]

Ho visitato l’accampamento militare di Basayev, mentre stava programmando l’incursione nei territori del Daghestan (come Kadar, Karamakhi e Chabanmakhi) per aiutare i separatisti locali in lotta contro le truppe della Federazione Russa. Ho cercato di spiegargli che quegli attentati avrebbero potuto avere conseguenze disastrose.

Nel Daghestan, in quel periodo, stava iniziando l’epoca del wahhabismo che ha attirato molti militanti della jihād islamica, come nella località di Karamakhi. Basayev, infatti, era già diventato nemico del presidente Maschadov i quanto non condivideva la sua posizione cauta verso le diverse richieste di interventi.

Sono stato inviato anche a Mosca e San Pietroburgo, dove ho fatto tutto quello che potevo per cercare di evitare il conflitto. Abbiamo cercato di organizzare un incontro con la rappresentanza governativa russa, ma questo non è stato possibile. In Russia, era già iniziato il collasso del potere del presidente Eltsin. A Stepašin [ministro della Giustizia tra 1997 e  1998, poi ministro dell’Interno tra 1998 e 1999, oggi è primo ministro, N.d.R.] venne offerta la carica di primo ministro, che detenne per pochi mesi prima della salita al potere di Putin e dell’inizio della guerra in Cecenia. Fosse continuato il suo governo, Stepašin si sarebbe opposto all’intervento militare.

Mappa delle repubbliche autonome russe nella Ciscaucasia [Foto: Wikimedia Commons]

Il 9 agosto 1999, Putin fu nominato primo ministro della Federazione Russa dal presidente Eltsin. Il 30 settembre dello stesso anno, le forze di terra russe iniziarono l’invasione della Cecenia. Due mesi dopo, mio padre, mia madre e i miei due fratelli (rispettivamente, di 19 e 30 anni di età) morirono sotto le mine – mentre io viaggiavo  tra Mosca, San Pietroburgo e Strasburgo. Per questo, ho fatto conferenze e convegni per far luce sulla situazione. Ho cercato di fare tutto quello ho potuto.

A chi si rivolse, allora, per cercare di fare chiarezza su quello che stava accadendo in Cecenia? Come è stata accolta la sua richiesta di intervento?

In primo luogo, mi rivolsi ai difensori russi dei diritti umani, come Sergei Adamovich Kovalyov (attivista russo, oltre che ex dissidente sovietico e prigioniero politico). Insieme, organizzammo un grande congresso a Mosca, a cui erano presenti le delegazioni di molti Paesi europei. Facemmo anche un altro congresso a Strasburgo, rivolgendoci all’Assemblea Parlamentare e al Consiglio d’Europa.

La propaganda russa era molto attiva anche fuori dalla Federazione: prima che questi avvenimenti fossero resi noti al pubblico, in molti Paesi esteri vennero inviate delle videocassette con filmati che spiegavano come “si stavano uccidendo i russi” in Cecenia. Uno dei principali sostenitori di Putin è stato proprio Berlusconi, che ha aiutato il presidente russo a porre la guerra sotto i riflettori anche in Italia.

Gli europei cercavano di tranquillizzarci come potevano. Ma la guerra continuava, e alla fine ha portato via con sé più di 3000 persone. Noi ceceni ci siamo sentiti venduti dall’Unione europea. La stessa situazione, oggi, si sta ripetendo con l’Ucraina.

Secondo Lei, quali sono le responsabilità’ dell’Europa in tutto questo?

In Europa, si guarda a dove ci sono più soldi. Quando sono iniziati i combattimenti in Cecenia, l’UE non ha detto nulla, poiché grazie al conflitto poteva acquistare petrolio greggio a un prezzo molto favorevole. La Russia ha corrotto molte persone in Europa, tra primi ministri, deputati, giornalisti – in Germania come in Italia.

Ancora oggi, l’Europa continua a vendere i suoi principi di democrazia e libertà alla Russia. Nonostante quello che ha fatto in Ucraina nel 2014, la Federazione sarà di nuovo riammessa al Consiglio d’Europa – caso vuole che la Russia sia stata ammessa nel Consiglio d’Europa nel 2008, proprio al termine della guerra in Cecenia.

[/media-credit] I combattenti ceceni, sostenitori del presidente Dudayev, pregano accanto ad una fiamma eterna davanti al Palazzo Presidenziale di Grozny, dicembre 1994. [Foto: Wikimedia Commons]

Quali sono le condizioni socio-economiche della Cecenia oggi?

Per capire cosa succede in Cecenia, dobbiamo capire bene cosa succede in Russia. La Federazione Russa non è più uno Stato, ma una corporazione, una società per azioni. Tutta la popolazione russa lavora per questa corporazione. Formalmente sono presenti dei i governatori nelle varie regioni, ma questi possono essere sostituiti dal potere centrale in un qualsiasi momento se non eseguono quello che è stato loro richiesto.

In Cecenia, invece, non possiamo dire che c’è “semplicemente” una dittatura, ma c’è una totale violazione dei diritti dell’uomo. Non c’è uno Stato, e non c’è legge. I reati di un individuo si possono ripercuotere su tutti i membri della sua famiglia. L’ordine viene mantenuto direttamente dal governo centrale che designa coloro che devono sovraintendere a questo ordine. In questo momento, in Cecenia, è al comando Ramzan Kadyrov. In altre regioni, ci sono altre persone.

Economicamente non c’è alcuna crescita, perché non ci sono nuove fabbriche, ma viene solo esportato materiale grezzo, come il petrolio. Vengono immessi capitali nel Paese, per garantire il mantenimento del regime occupazionale. Tuttavia, i soldi che vengono ricavati dalla vendita del petrolio sono molti di più rispetto ai capitali che confluiscono in Cecenia. Lo Stato è un poligono: infatti, non esiste lavoro, se non legato all’ambito militare.

Adesso ci sono molti cinesi e coreani che investono nell’agricoltura in Cecenia. E’ una situazione molto strana. So per certo che a Kadyrov, dagli investimenti cinesi, non viene nulla in tasca. Inoltre, tutto quello che viene coltivato nelle serre cinesi non viene destinato al consumo interno.

Come pensa che evolverà la situazione geo-politica? Ci saranno altri focolai che potrebbero coinvolgere la Russia come aggressore?

C’è una situazione molto intensa in Bielorussia. Lukashenko è attualmente sotto una grandissima pressione. Putin probabilmente desidera che il suo mandato venga esteso, quindi potrebbero servire nuovi emendamenti costituzionali per far continuare il governo di Lukashenko.

Molti cambiamenti interni, in Russia, hanno bisogno di essere accompagnati da modifiche territoriali. Questo potrebbe significare un avvicinamento serio della Federazione alla Bielorussia o al Kazakistan (che sta già accadendo). Putin è un collezionatore di terre. Putin potrebbe di nuovo apportare modifiche alla Costituzione, dare un nuovo nome al regime, entrambe cose che potrebbero permettergli di rimanere al potere per oltre 12 anni.

Sicuramente, se non succede niente di serio sul fronte degli affari esteri, non possiamo aspettarci nulla di forte nemmeno in politica interna. Potremmo aspettarci qualche sommossa, ma senza una conseguenza logica: la Russia non ha un’opposizione. L’unica opposizione possibile potrebbe consistere in un ricambio di élite.

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