I Balcani Occidentali e l’inquinamento dell’aria

I Balcani Occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo, Macedonia, e Montenegro) sono i primi responsabili dell’inquinamento dell’aria in Europa.

Nelle principali città del sud-est europeo, la popolazione è esposta ad allarmanti livelli di inquinamento dell’aria, che hanno gravi ripercussioni sulle condizioni di salute dei cittadini. Si tratta principalmente di SO2, NOx e particolato (indicato con la sigla PM).

Secondo il rapporto rilasciato dall’UN Environmental Program le concentrazioni di inquinanti sono fino a 5 volte superiori ai limiti fissati dalle linee guida dell’UE. Lo studio, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le istituzioni che monitorano la qualità dell’aria in Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia e Serbia, è stato condotto su 19 città e un minimo di 274 giorni all’anno.

Dal rapporto, emerge che le concentrazioni medie di PM2.5 sono risultate superiori al limite di 10 μg/m3 fissato dall’OMS in tutti i casi tranne uno. Invece, per quanto riguarda il PM10, il limite giornaliero di 40 μg/m3 è stato superato tra i 120 e i 180 giorni all’anno. Nell’Unione Europea questo livello non può essere superato per più di 35 giorni l’anno.

I casi di morti premature riconducibili all’inquinamento dell’aria sono circa 5000 ogni anno e le aspettative di vita risultano ridotte di 1,1-1,3 anni. Nel 2016, i costi stimati per il sistema sanitario sono stati tra i 2 e i 4 miliardi di euro per i Balcani Occidentali e tra i 3.5 e i 5.8 miliardi nell’UE (soprattutto in Croazia e Romania).

Le cause

La drammatica situazione che i Balcani Occidentali si trovano ad affrontare è dovuta, in primo luogo, a un sistema di generazione dell’energia elettrica arretrato.

Infatti, il parco di produzione è costituito in larga parte da centrali a carbone, molte delle quali sono obsolete. 8 delle 10 installazioni più inquinanti in Europa si trovano nei Balcani Occidentali. Nel 2016, 16 impianti a carbone (8.7 GW totali) situati nei Balcani hanno emesso circa lo stesso quantitativo di inquinanti di 250 impianti dell’UE (156 GW totali). Inoltre, come emerge dai dati, gli impianti Kostolac B in Serbia e Ugljevik in Bosnia-Erzegovina producono un quarto degli SO2 emessi da tutti gli impianti a carbone del continente.

L’altra grande fonte di emissioni è il riscaldamento domestico. Circa l’88% degli edifici della regione utilizza sistemi non centralizzati con efficienze molto basse e più del 60% degli abitanti utilizza combustibili solidi, come carbone e legna da ardere.

Un altro contributo, anche se più modesto, è dato dalle automobili vecchie e inquinanti. Un’auto in Bosnia-Erzegovina ha mediamente 17 anni e, solo nel cantone di Sarajevo, è stata calcolata una percentuale del 21% di macchine Euro 0. La limitazione delle auto Diesel nei Paesi europei ha dato il via a un flusso di importazione di vetture usate verso i Balcani, dove non vengono adottate misure restrittive. Sempre a Sarajevo, le targhe alterne sono state adottate per la prima e unica volta nel giorno di Natale del 2016.

Il caso della Bosnia-Erzegovina

Tra i Paesi dei Balcani Occidentali, il caso della Bosnia ed Erzegovina è a tal proposito quello più emblematico . Le questioni ambientali non sono gestite a livello centrale, ma singolarmente dalle due entità statali e, molto spesso, non sono gestite affatto.

Quello che manca non è solo la volontà politica: da una parte, c’è bisogno di risorse per l’analisi e il monitoraggio di dati e degli effetti sulla salute; dall’altra, servono figure che stimolino la consapevolezza e la sensibilità della popolazione.

“Manca una diagnosi precisa della situazione.”, sostiene Anes Podić, coordinatore di Eko Akcija, una delle organizzazioni ambientaliste più attive nel panorama bosniaco. “Abbiamo un governo che continua a dire che non ci sono i soldi per risolvere questi problemi. Eppure, ora si costruiranno 4 chilometri di autostrada da 67 milioni di euro.”

L’organizzazione Eko Akcija si occupa del monitoraggio dell’inquinamento atmosferico dal 2013, anno critico per la città di Sarajevo dal punto di vista delle concentrazioni di inquinanti. La testimonianza di Podić è indicativa del disinteresse delle autorità: “All’epoca le istituzioni ancora negavano e facevano finta di non sapere. Quando abbiamo chiesto la chiusura delle scuole, la risposta dell’allora premier del cantone di Sarajevo, Suad Zeljković, è stata: Se alcuni genitori vogliono prolungare le vacanze invernali, che vadano a sciare.” 

Per sopperire all’inattività delle istituzioni, gli attivisti hanno deciso di creare Kvaliteta Zraka, un’applicazione in grado di fornire informazioni sulla qualità dell’aria nelle principali città bosniache. L’app utilizza un parametro chiamato AQI (“Air Quality Index”, ossia l’indice di qualità dell’aria), che indica la quantità di PM 2.5 su una scala da 1 a 500.

Tra il 2 e il 4 dicembre 2018, Sarajevo è stata la città più inquinata del mondo e l’AQI ha toccato il picco di 428.

Kvaliteta Zraka
La pagina Twitter di Kvaliteta Zraka – Sarajevo del 3 Dicembre 2018: l’AQI è di 428 su 500. Fonte: Twitter.

L’inquinamento è legato principalmente alle polveri sottili emesse dal riscaldamento domestico. Sarajevo non fa eccezione: i combustibili solidi sono i più utilizzati nelle abitazioni. In particolare, nel 2018, è aumentato il consumo di carbone in conseguenza dell’aumento del prezzo della legna. Nonostante l’OMS abbia raccomandato di vietare l’uso del carbone, le autorità non hanno predisposto nessuna misura restrittiva in merito, e le concentrazioni di particolato sono schizzate in alto.

“Uno dei problemi che abbiamo è la soglia d’allerta delle polveri sottili”, spiega Anes Podić. “Il ministero della Federazione di BiH non ha stabilito le soglie di allerta, ma ha lasciato che lo facessero i cantoni. E la situazione è tale che i cantoni non hanno alcuna soglia di allerta, oppure hanno una soglia di allerta di 400 μg/m3, come nel caso di Sarajevo. Ma 400 microgrammi sono 5 volte la soglia di Parigi!”.

Quale futuro per i Balcani?

Il Sud-Est dell’Europa è una regione caratterizzata da una grande fragilità politica e comprende un mix di stati membri dell’UE, stati candidati e potenziali candidati. Tuttavia, esistono delle sfide condivise e relative opportunità. La questione dell’inquinamento dell’aria è sicuramente una di queste.

In particolare, nell’ottica di un allargamento dell’UE, i Balcani Occidentali dovrebbero allinearsi urgentemente con alcuni dei criteri dell’Unione (la Direttiva Europea sui Grandi Impianti di Combustione e il trattato della Comunità dell’energia, per citarne alcuni). Sarebbe necessario a tal fine avviare un processo di smantellamento delle vecchie centrali a carbone e di transizione verso fonti energetiche rinnovabili.

A tal proposito, il REKK (un centro di ricerca sulle politiche energetiche), ha realizzato il progetto SEERMAP (South East Europe Electricity Roadmap). Il focus è su due aspetti cruciali delle politiche energetiche: lo sviluppo energetico rinnovabile a lungo termine e il processo di decarbonizzazione. Il progetto sviluppa diversi scenari fino all’anno 2050, dimostrando che gli obiettivi sono tecnicamente raggiungibili e che gli investimenti sono convenienti.

Ma mentre viene consigliata la decarbonizzazione, in Serbia si sta pianificando l’espansione dell’impianto Kostolac B.

Fonti ed approfondimenti

Air pollution is responsible for up to one in five premature deaths in 19 Western Balkan cities, UNEP, 4/06/2019.
M.G. Anceschi, The Balkans and Europe are choking on coal pollution, Osservatorio Balcani e Caucaso, 04/04/2019.
Balkans face alarming levels of air pollution from coal plants: UN, New York Post, 03/06/2019.
A. Sasso, Sarajevo, unbreathable air, Osservatorio Balcani e Caucaso, 09/01/2019.
REKK, 2017, South East Europe Electricity Roadmap – SEERMAP.

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