Per un 25 aprile di tutte e di tutti

Che significato ha il 25 aprile oggi e che declinazione bisogna dare alla Resistenza nel mondo contemporaneo? Queste sono le domande che mi ronzano in testa mentre scrivo questo editoriale, nonché ogni volta che penso a questa data.

Ho sempre guardato all’esperienza della guerra di Liberazione combattuta dai partigiani come alla più grande cesura della storia italiana contemporanea. Non è difficile capire il perché: la caduta del fascismo, la nascita della Repubblica, la stesura della Costituzione sono l’eredità più importante di quella vittoria e sono state l’indubbio segno della rinascita del Paese, dopo il buio ventennio fascista.

Quello che però mi pare sia spesso dimenticato, sempre più col passare degli anni, è il sistema di valori che ispirò la Resistenza. Contrapponendosi in modo fermo e duro ai totalitarismi e al nazifascismo, i partigiani fecero propria una visione del mondo dalla portata rivoluzionaria. In una società martoriata dalla guerra e politicamente spaccata, la classe dirigente che uscì dalla guerra di Liberazione scelse la strada meno facile, ma più lungimirante, per ricostruire dalle macerie post-belliche la comunità italiana.

Il patto civico che ispirò la costruzione di una nuova società dopo il 25 aprile 1945 si basava, a mio parere, su una parola chiave: empatia. Sull’idea che gli esseri umani sono fondamentalmente uguali e che per questo hanno gli stessi diritti, gli stessi bisogni e alla luce di ciò devono essere garantite loro le stesse opportunità. Un’idea semplicissima ma che, per essere realizzata, richiede strumenti complessi e una capacità di guardare lontano che, negli ultimi decenni, abbiamo scelto di abbandonare.

Stiamo perdendo il messaggio di speranza che guidò la Resistenza. Quella che fece scegliere ai partigiani di combattere per una società giusta, eguale e libera, basata sulla cooperazione tra le persone, sull’empatia e sull’umanità. Questa fu la vera rivoluzione della lotta partigiana. Il successo nel costruire, dopo vent’anni di terrore fascista, di privazione delle libertà, di guerra, un’egemonia culturale radicata su una visione del mondo profondamente diversa da quella oppressiva e illiberale dei regimi totalitari.

Quest’egemonia culturale è venuta meno, sostituita da valori che guardando indietro a livello storico dovrebbero destare grande preoccupazione. Da quando sono nato non ricordo un singolo momento in cui io abbia avuto la percezione che le disuguaglianze economiche, la marginalità sociale, l’intolleranza e l’oppressione dei più deboli fossero più insopportabili di oggi. È una regressione costante, continua e che ha il sapore dell’inevitabilità, tanto sul terreno dei diritti che su quello della giustizia sociale. E ha il sapore dell’inevitabilità perché ormai quasi nessuno, tanto nella politica quanto nella società civile, riesce a immaginare un mondo diverso. Abbiamo smesso di lottare per liberare la comunità dalle ingiustizie e ci siamo rifugiati in questo status quo martoriato dall’individualismo, dalla sofferenza di molti e da un’oppressione figlia di una struttura di potere che riproduce le disuguaglianze in maniera virulenta.

Scegliamo quotidianamente di non rischiare, di non alzare la voce contro un sistema che è ingiusto e che fa soffrire milioni di persone perché siamo costantemente impegnati nel difendere il nostro benessere. Come se la difesa dei nostri diritti e la lotta per includere anche chi vive ai margini della nostra società – poveri, migranti, senzatetto, carcerati – fossero processi mutualmente escludenti. Addossiamo a queste persone la colpa della loro condizione e le abbandoniamo. Ci rifugiamo nell’idea che non sia nostra responsabilità includerle ma colpa loro se non riescono a tenere il passo. Se l’oppressione, le disuguaglianze, la marginalizzazione e l’individualismo sono quindi i tratti distintivi del mondo odierno, è evidente che non potremmo essere più lontani dalla visione che i partigiani avevano del futuro che doveva nascere dalla Liberazione.

L’Italia oggi è un Paese dove le tre persone più ricche hanno un patrimonio maggiore dei sei milioni più poveri di italiani. Dove più di cinquantamila persone sono detenute in delle carceri sovraffollate, tanto da portare nel 2013 a una condanna della CEDU per il trattamento inumano che chi sta nei penitenziari subisce. Dove oltre cinquantamila persone sono senza fissa dimora, private del diritto alla casa e costrette a vivere alla giornata. Persone di cui ignoriamo le sofferenze perché la loro marginalità le rende ai nostri occhi invisibili.

Proprio contro questo dobbiamo, oggi, attuare la nostra Resistenza. Contro l’idea che non ci siano alternative al mondo così com’è oggi, e anche se ci fossero sono troppo complesse e radicali. Recuperare i valori della lotta di Liberazione significa ricominciare a lottare come collettività affinché tutti gli esseri umani siano inclusi e abbiano i mezzi per vivere una vita degna di essere vissuta. Accettando di sacrificare un pezzo di noi stessi, del nostro tempo e del nostro benessere per non lasciare indietro nessuno.

Per farlo, dobbiamo rendere di nuovo egemoniche quelle idee che ispirarono la Resistenza. È una responsabilità morale che abbiamo, perché se non riusciremo a imporre questi valori, a far sì che la grande maggioranza della popolazione li interiorizzi, non riusciremo mai a costruire una società giusta.

I valori della Resistenza devono tornare a essere il collante del patto sociale che ci unisce. Devono essere ciò che ispira le nostre azioni nella quotidianità e devono spingerci a fare nostra l’idea che un altro mondo – libero dall’oppressione dei più deboli e costruito sull’empatia tra persone – sia a portata di mano. Necessario è ricordare che non esiste il benessere individuale senza quello collettivo, e che lottare per questo obiettivo è, nelle parole di Enrico Berlinguer, “una prova che può riempire degnamente una vita”.

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