Gli Stati Uniti in Cambogia nei primi anni Novanta

United Nations Photo - flickr.com - CC BY-NC-ND 2.0

La storia che lega i rapporti tra gli Stati Uniti e la Cambogia è segnata da momenti di estrema violenza militare a cui sono seguiti periodi di elevati investimenti economici statunitensi, mirati alla ricostruzione del Paese asiatico e conseguenti alla volontà strategica statunitense di coinvolgerlo nel conflitto vietnamita attraverso i bombardamenti degli anni Settanta. A questo alternarsi non fa eccezione l’operazione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite in Cambogia, iniziata nel 1991, a cui gli Stati Uniti scelsero di partecipare in prima linea.

Un impegno poco mediatizzato 

Tra il 1991 e il 1994, le difficili operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite in Somalia e in Bosnia furono al centro dei notiziari in maniera costante. Come abbiamo visto e vedremo negli articoli del progetto sulle crisi dei primi anni Novanta, queste missioni plasmarono ampiamente, allora, il dibattito politico e la questione del coinvolgimento degli Stati Uniti.

Le operazioni che l’ONU condusse in Cambogia nei primi anni Novanta furono due e vennero svolte contemporaneamente a quelle in altri Paesi (Somalia, Ruanda, Yugoslavia). Nonostante la loro considerevole e difficoltosa riuscita, le missioni ONU in Cambogia ricevettero un’attenzione mediatica minore rispetto alle altre, anche negli Stati Uniti.

Quando nel 1991 iniziò la prima missione delle Nazioni Unite, la UNAMIC (United Nations Advance Mission in Cambogia), rappresentò il più grande e ambizioso sforzo di peacekeeping messo in atto fino ad allora. In quegli anni infatti, le Nazioni Unite stavano lavorando a nuove modalità di intervento da utilizzare nelle operazioni di mantenimento della pace per affrontare i nuovi conflitti post Guerra Fredda.

Le missioni ONU

Gli accordi di pace di Parigi, firmati il 23 ottobre 1991, segnarono la fine ufficiale della guerra cambogiano-vietnamita, iniziata nel 1977. L’accordo portò alla costituzione della prima missione di pace dopo la Guerra fredda e, proprio per il raggiungimento di un accordo di pace tra i due Paesi in guerra, le Nazioni Unite ebbero la prima e unica possibilità di insediarsi come autorità di transizione in Cambogia e portare avanti delle missioni di mantenimento di una pace già raggiunta dal punto di vista militare e politico. Nelle altre crisi di quegli anni infatti, le missioni di peacekeeping iniziarono quando il conflitto era ancora in corso e anche questo fu uno dei motivi del loro insuccesso.

La missione preparatoria UNAMIC fu organizzata per colmare il divario tra la firma degli accordi di pace e il momento in cui la piena missione delle Nazioni Unite sarebbe potuta iniziare in Cambogia. Il tempo stimato per questa prima missione furono sei mesi. I 268 uomini dell’UNAMIC, provenienti da 23 Paesi, avrebbero dovuto assicurare il rispetto del cessate il fuoco tra le varie parti coinvolte durante questo periodo intermedio, ricevere informazioni riguardo al numero del personale e dell’equipaggiamento militare delle fazioni cambogiane, lanciare un programma di sminamento e ottenere e fornire altre informazioni che avrebbero aiutato la missione di pace.

Tuttavia, i sei mesi tra la firma dell’accordo e il pieno dispiegamento della seconda missione, la UNTAC (United Nation Transitional Authority in Cambodia), diedero modo alle fazioni di trovare delle modalità per aggirare gli accordi di pace, che comunque nessuno di loro aveva particolarmente apprezzato. Il piano dell’allora Segretario generale dell’ONU Boutros Boutros-Ghali per l’UNTAC, approvato dal Consiglio di Sicurezza nel febbraio 1992, includeva programmi militari, politici e umanitari. In termini generali questi erano: smantellare il 70% delle forze militari avversarie e ottenere il controllo completo sul restante 30%; organizzare, supervisionare e condurre elezioni libere ed eque;  dare la possibilità ai 350.000 cambogiani che vivevano nei campi profughi in Thailandia di fare ritorno. Il Consiglio di Sicurezza autorizzò la missione per una durata di 18 mesi e l’evento cardine che ne avrebbe segnato la fine, le elezioni nazionali cambogiane, fu programmato per il maggio 1993.

Dopo le elezioni, la missione fu chiusa il 15 novembre 1993 e sostituita dalla United Nations Military Liaison Team (UNMLT). Composta da 20 osservatori militari, il compito di questa squadra era quello di mantenere uno stretto collegamento con il governo cambogiano, di riferire al Segretario generale ONU sulle questioni che riguardavano la sicurezza in Cambogia e di assistere il governo nel trattare le questioni militari residue relative agli accordi di Parigi. L’UNMLT fu istituita per un unico periodo di sei mesi.

Le scelte statunitensi

Le amministrazioni statunitensi che si trovarono a scegliere se intervenire o meno nella crisi cambogiana, prima quella del presidente George H. W. Bush e poi quella di Bill Clinton, non ebbero la minima esitazione nel fornire l’appoggio del proprio Paese alle Nazioni Unite.

La scelta da loro compiuta fu molto chiara per due ragioni diverse, ma correlate. Gli accordi di pace di Parigi garantivano agli Stati Uniti la sicurezza necessaria per partecipare a una missione di peacekeeping, che avrebbe rispettato standard prestabiliti e garantiti in termini di ingaggio delle truppe. Operare in un Paese dopo il raggiungimento di un accordo di pace, significava infatti, avere una possibilità di perdita minima delle truppe durante i  combattimenti, se non pari a zero.

Inoltre e soprattutto, gli Stati Uniti scelsero di aderire alle missioni ONU per garantirsi la possibilità di ristabilire un rapporto diplomatico e commerciale con quello che sarebbe divenuto il governo ufficiale della Cambogia, dopo aver esercitato una perpetrata violenza militare e l’imposizione di un embargo economico sul Paese. Infatti durante la guerra civile cambogiana (1967-1975), tra Khmer rossi (comunisti cambogiani) e Vietcong contro le forze governative del Paese, gli Stati Uniti iniziarono a bombardare la Cambogia già nel 1969, in supporto al governo del Paese. Le operazioni militari statunitensi condotte fino al 1973 furono largamente nascoste all’opinione pubblica americana e causarono tra le 600.000 e le 800.000 vittime cambogiane.

Negli anni successivi, a partire dal 1979, gli Stati Uniti operarono dietro le quinte, finanziando gli eserciti di resistenza cambogiani non comunisti (il KPNLF, il Fronte di Liberazione Nazionale del Popolo Khmer e il FUNCINPEC, Fronte Unito Nazionale per una Cambogia indipendente, neutrale, pacifica e cooperativa) e continuarono poi a stanziare fondi a questi partiti attraverso l’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Secondo un documento strategico dell’ USAID del marzo 1991, uno degli obiettivi a lungo termine dell’amministrazione di G. H. W. Bush era quello di “preparare i non comunisti a governare la Cambogia”.

All’interno delle due missioni ONU, in parallelo all’attività dell’USAID, il ruolo degli Stati Uniti riguardò attività di formazione militare. Due dei tre ufficiali militari più anziani della UNTAC erano laureati allo US Army War College e numerosi altri ufficiali militari di varie nazioni avevano studiato in una delle scuole militari statunitensi. Oltre che alle attività di formazione e addestramento militare, gli Stati Uniti intervennero in supporto delle operazioni di sminamento e costruzione delle strade e operarono in stretto contatto con l’Australia, il Paese con la presenza più numerosa nella missione UNTAC.

Dopo le elezioni del 1993 che segnarono la vittoria, seppur non maggioritaria, del partito FUNCINPEC, gli Stati Uniti decisero di riaprire la propria sede diplomatica in Cambogia nel 1994 e da questo momento a oggi, i rapporti tra i due Paesi si sono mantenuti attivi, soprattutto in campo economico. Nel 2004 inoltre, la Cambogia è diventata membro dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) con il supporto degli Stati Uniti.

 

Fonti e approfondimenti

Contemporary Southeast Asia Vol. 32, No. 3 (2010), pp. 467–68

Human Rights Watch, Human Rights Watch World Report 1993 – Cambodia, 1 gennaio 1993

Karl Ferris, UN Peacekeeping in Cambodia: On Balance, A Success, in The US Army War College Quarterly, Volume 24, n. 1 (1994)

Trevor Findlay, Cambodia. The Legacy and Lessons of UNTAC, SIPRI Research Report n. 9, Oxford University Press, 1995

Redazione, Cambodia: the critical test, The New York Times, 19 maggio 1993

Redazione, Lethal aid to Cambodia: not now, The New York Times, 13 febbraio 1995

Thijs W. Brocades Zaalberg, Making Sense of the Mission: UNTAC’s Military and Civil Mandates, in Soldiers and Civil Power. Supporting or Substituting Civil Authorities in Modern Peace Operations, Amsterdam University press

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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