Honduras e Nicaragua dopo le elezioni presidenziali: intervista a Tiziano Breda

Breda
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Il Centro America ha da poco archiviato due voti presidenziali che hanno suscitato reazioni diametralmente opposte. Il 7 novembre, Daniel Ortega è stato rieletto in Nicaragua al termine di un processo segnato dall’astensione e da arresti mirati per mettere fuori gioco l’opposizione. Poco più di 20 giorni dopo, si temevano scontri in Honduras ma alla fine Xiomara Castro ha vinto vendicando il marito Manuel Zelaya, l’ex presidente deposto nel 2009 da un colpo di stato. In una conversazione virtuale con Tiziano Breda, analista dell’International Crisis Group in America Centrale, analizziamo le future sfide dei due presidenti e i cambiamenti dello scenario regionale.

Daniel Ortega è stato appena rieletto per il terzo mandato consecutivo come presidente del Nicaragua con il 75% dei voti, secondo il Consejo Electoral Supremo. I dati di Urnas Abiertas registrano, però, un astensione dell’80%. Il Frente Sandinista gode ancora dell’appoggio dei nicaraguensi?

In Nicaragua ci sono due realtà parallele che non si toccano: quella descritta dal governo e quella descritta dall’opposizione. La verità probabilmente sta nel mezzo. Tutti i sondaggi degli ultimi anni hanno dimostrato che l’appoggio a Ortega e al Frente si è mantenuto stabilmente sul 25-30%, nonostante il consenso sia diminuito consistentemente dopo le proteste del 2018. Se si parla della figura di Ortega come svincolata dal partito può arrivare anche al 40%. Quindi, sebbene gli studi segnalino un’intenzione di cambiamento, c’è una base di almeno un quarto, un terzo della popolazione che è ancora fedele e crede che il governo stia facendo bene. Questo è quello che ci dicono i sondaggi, anche quelli utilizzati dall’opposizione.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea non hanno riconosciuto valido il processo elettorale. Le sanzioni influiscono in qualche modo sul regime o sono fine a se stesse?

Il tema ha subito un’evoluzione da quando le prime sanzioni sono state imposte dopo gli eventi del 2018. In quel momento, erano una novità e sembravano essere, insieme a quelle che si stavano applicando in Venezuela, un elemento di pressione sufficiente a far cadere un governo come quelli di Maduro o Ortega. Ebbero quindi l’effetto di forzare Ortega a riaprire il dialogo con le forze dell’opposizione all’inizio del 2019, ma il tentativo fallì. Da quel momento tutte le sanzioni imposte non hanno fatto altro che rinforzare la retorica anti imperialista, vittimista del suo governo. Di fatto, sono state utilizzate per giustificare la performance economica negativa che il Paese ha sofferto negli ultimi anni, anche se le sanzioni sono state più che altro individuali e al massimo applicate a certe entità. Finora non è cambiato niente, anzi spesso dopo nuove sanzioni il governo ha risposto con rappresaglie verso oppositori e misure sempre più drastiche, come la decisione di ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati americani.  

La scelta di uscire dall’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) avrà ripercussioni anche dal punto di vista economico, come ha spiegato a El País, perché renderà più difficile l’accesso alle risorse della Banca Interamericana di Sviluppo. Questo isolamento internazionale riuscirà a indebolire Ortega?

La decisione risponde ad alcuni criteri: il primo è quello di guadagnare tempo, perché è un processo che dura due anni, quindi nel frattempo il Nicaragua continuerà a essere membro della Osa; il secondo è per presentare l’uscita come una decisione nazionale e quindi non imposta, in un momento in cui c’è una crescente tendenza da parte degli Stati membri a menzionare la carta democratica interamericana. Se applicata nella sua totalità, questa potrebbe anche portare alla sospensione del Nicaragua dall’organizzazione. Alla fine si tratta di un modo per disattivare questa opzione e instillare nella mente degli altri Stati che se il Paese si sta ritirando da solo forse non vale la pena continuare su quella linea.

Le conseguenze dell’isolamento internazionale di Ortega si sentiranno solo tra qualche anno perché questa chiusura dei possibili canali di finanziamento sarà progressiva. Le casse dello Stato in questo momento sono ai loro massimi storici perché, con la pandemia e gli uragani, la Banca Mondiale e la Banca Centroamericana hanno rilasciato molti fondi. Quindi la possibilità di sopravvivenza si allunga di qualche anno e Ortega credo stia calcolando i suoi passi nel breve periodo. Questo fa sì che si continui con la linea dura, ma nel frattempo molti nicaraguensi continueranno a uscire dal Paese e a migrare sempre di più verso gli Stati Uniti. Per questo le aperture potrebbero arrivare più in là.

Qual è il ruolo, in questo senso, di alleati come Venezuela, Cuba e Russia?

Il sostegno di Cuba, Venezuela e Russia è fondamentale a livello politico perché bilancia la condanna internazionale, però nessuno di loro ha la capacità economica e probabilmente l’interesse di sostenere finanziariamente il governo. È più un discorso di appoggio geopolitico e ideologico.

Ortega ha arrestato o costretto all’esilio circa 40 oppositori. Anche il rapporto con gli imprenditori si è incrinato, soprattutto dopo la repressione delle proteste contro la riforma delle pensioni nel 2018. Solo poco prima dell’ultima ondata di arresti, il deputato sandinista Walmaro Gutiérrez ha proposto un nuovo dialogo nazionale con il settore. Qual è la posizione degli imprenditori al riguardo? Il regime è capace di andare avanti senza il loro appoggio in un contesto di pandemia e crisi economica?

Credo che il governo sia cosciente che è necessario recuperare una certa relazione con il settore privato per assicurare la stabilità macroeconomica del Paese e la governabilità di questo nuovo mandato. Il settore privato è stato uno degli impedimenti maggiori alla creazione di un fronte unito dell’opposizione, perché ha una forte componente conservatrice che vede negativamente i movimenti sociali e progressisti. Questo ha contribuito a dividere l’opposizione in due blocchi, che sono stati facili da smantellare.

C’erano tensioni nel settore su come affrontare la crisi e fino a poco tempo fa la linea che aveva prevalso era quella di José Adán Aguerry e Michael Healy, che consideravano una soluzione politica alla situazione del Paese come necessaria per ricominciare a sedersi al tavolo delle trattative. C’erano però altri settori più colpiti dalla crisi, come l’industria delle infrastrutture e il turismo, che erano maggiormente disposti a dialogare. Ortega ha arrestato i principali esponenti della linea che antepone la negoziazione politica a quella economica e ha alimentato le correnti che invece sarebbero più inclini a sedersi al tavolo dei negoziati. Il nuovo presidente del Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) è César Zamora, rappresentante del modello di dialogo e consenso che vigeva prima del 2018. Ha criticato le sanzioni internazionali e si considera più incline a dialogare con il governo. Il problema è che Ortega non vuole imporre un nuovo dialogo e consenso, bensì un modello di sottomissione dove sì c’è disposizione al dialogo ma con la condizione che si taccia sui temi politici.

Il clima è diverso in Honduras, dove Xiomara Castro ha battuto il Partido Nacional segnando il ritorno della sinistra al potere. Dopo gli uragani Eta e Iota, gli anni di governo conservatore segnati dalla corruzione e le conseguenti carovane dei migranti, si guarda al futuro con ottimismo. Castro aspettava questo momento dal 2009, quando suo marito, l’ex presidente Manuel Zelaya, fu deposto con un colpo di stato. C’è il rischio che possa succedere di nuovo?

Il Partido Libre, capeggiato da Zelaya e per il quale ha corso Castro, è evoluto molto nel modo in cui si presenta e si relaziona con i diversi settori della società. Ha agito con molto più pragmatismo rispetto al passato. In generale c’è un maggior riconoscimento della necessità  di instaurare relazioni positive con il settore privato, le forze armate, gli Stati Uniti e altri soci internazionali. Questo si sta traducendo già in tavoli di lavoro e commissioni con il settore privato, mentre le forze armate si sono già messe a disposizione. La mia percezione è che abbiano appreso la lezione del colpo di stato del 2009 e si stia cercando di agire in modo da evitare il risorgere di tensioni che possano provocare di nuovo uno scenario come quello.

Un governo più stabile dovrebbe ridurre le partenze dei migranti honduregni verso gli Stati Uniti. Al contempo, la neopresidente ha lasciato intendere che dovrebbe portare il Paese sotto la sfera d’influenza cinese. Qual è la priorità per gli statunitensi? Ridurre l’immigrazione o contrastare queste alleanze?

Le elezioni in Honduras offrono un’opportunità agli Stati Uniti di ridisegnare la loro politica verso il Centro America, perché di base sanno che si sta eleggendo un nuovo governo con un programma che ha dei punti in comune con la politica di Washington su temi come la lotta alla corruzione, la politica economica e sociale, politiche che potrebbero ridurre l’emigrazione. Tuttavia, ci sono divergenze forti come nel caso della Cina e su temi geopolitici regionali, come la crisi in Venezuela. Ma è un’opportunità per cercare di instaurare un dialogo più franco perché abbiamo visto, attraverso l’esempio di Guatemala, El Salvador e Nicaragua, che l’attacco frontale sta avendo risultati controproducenti o molto limitati. Questo dovrebbe servire da lezione.

La storia dell’Honduras degli ultimi 12 anni insegna che nonostante il governo fosse più affine agli Stati Uniti su certi temi di politica estera, ha contribuito ad alimentare un fenomeno molto sensibile per Washington, quello dell’emigrazione. Quindi la speranza è che ci sia più apertura anche su temi che potrebbero creare sospetto ed esitazione. Di fatto basterebbe guardare a quello che è successo a El Salvador o in Costa Rica, dove il costo dell’apertura verso la Cina è stato relativamente basso. Le tensioni che ci sono ora tra El Salvador e Stati Uniti sono su altri temi. 

Castro raccoglie un’eredità molto complicata, dopo anni in cui il governo di Juan Orlando Hernández, accusato di legami con il narcotraffico, ha indebolito i meccanismi per contrastare la corruzione. Tra i primi obiettivi c’è la convocazione di una nuova assemblea costituente e la lotta alla corruzione e all’abuso di potere, tramite una missione internazionale controllata dalle Nazioni Unite. La neopresidente ha appoggio sufficiente dentro e fuori dal governo per realizzare i punti del suo programma?

Farei una distinzione tra il programma di Libre e quello che sarà il programma di governo, perché alla fine Xiomara Castro dovrà praticamente instaurare un governo di coalizione. Bisognerà cercare consensi anche nel Partido Liberal, perché se si mantengono le tendenze di voto di adesso difficilmente Libre avrà la maggioranza, nemmeno con i voti del Partido Salvador de Honduras. Quindi sarà necessario rivisitare un programma che tocca temi molto sensibili per la società honduregna. Sul tema della costituente Zelaya stesso ha ribadito in varie occasioni che non ci sono le condizioni politiche in questo momento per riproporre il progetto, ma ci sarà un cambiamento nella maniera in cui il governo si approccia e cercherà di interagire. Le misure più drastiche saranno lasciate in disparte, almeno all’inizio.

Con la rielezione di Ortega e il nuovo governo Castro come cambia il panorama centroamericano?

Molti temevano che le elezioni in Nicaragua avrebbero potuto ispirare altri a seguire i passi di Ortega, per esempio in Honduras con Hernández. Invece abbiamo visto, per il momento, che le elezioni sono state pacifiche e con un risultato molto chiaro. Ovviamente il discorso di Xiomara aumenterà la coesione della narrativa sovranista, anti interventista, che la regione, nonostante le differenze politiche e le tensioni, ha utilizzato in maniera coesa. A livello di conseguenze per la democrazia vedo con più timore quello che sta succedendo a El Salvador, ma paradossalmente le relazioni tra Honduras e Bukele potrebbero migliorare. Se dovesse davvero nascere la commissione dell’Onu per combattere la corruzione – nonostante tutti i passi indietro che ci sono stati nella chiusura delle commissioni anticorruzione in Honduras, Salvador e Guatemala – si potrebbe di fatto recuperare questa lotta ad alti livelli.

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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