Il massacro di Sabra e Shatila

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Il 16-18 settembre ricorrerà il quarantesimo anniversario del massacro di Sabra e Shatila, uno fra i tanti tragici eventi che hanno caratterizzato la guerra civile libanese (1975-1989). L’eccidio fu compiuto dalle Falangi libanesi e dai militanti dell’Esercito del Libano del Sud con la connivenza dell’esercito israeliano e coinvolse, a seconda delle stime, fra le 700 e le 3500 persone, principalmente palestinesi e libanesi sciiti. La strage si svolse nei campi palestinesi di Sabra e Shatila, nella zona sud-ovest di Beirut. Nonostante le numerose condanne della comunità internazionale, i mandanti del massacro rimangono ancora oggi impuniti e la giustizia per le famiglie delle vittime ancora lontana.

Gli antefatti nel contesto della guerra civile libanese

Il massacro di Sabra e Shatila si inserisce nel contesto più ampio della guerra civile libanese, che per quindici anni vide il Libano diviso in numerose fazioni, a turno sostenute da varie potenze regionali e internazionali. Fin dai primi anni della guerra, Israele fu tra gli attori principali degli scontri, in quanto cercò di arginare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Quest’ultima si era instaurata in Libano a metà degli anni Settanta, dopo che molti gruppi palestinesi si trasferirono dalla Giordania a seguito dei fatti del settembre nero. L’Organizzazione aveva un’ingente presenza nei campi di rifugiati palestinesi e nel Sud del Libano e Israele intervenne più volte nel corso della guerra civile per ostacolarne le attività.

Nel giugno 1982, Israele portò avanti il proprio secondo intervento armato nel Paese, dopo quello del 1978. Con una serie di motivazioni, poi rivelatesi infondate, Tel Aviv iniziò un’invasione del Libano su vasta scala. L’esercito israeliano si concentrò soprattutto su Beirut, accerchiando migliaia di militanti dell’OLP e dei loro alleati siriani e libanesi in diverse zone della capitale. Lunghe trattative mediate dagli Stati Uniti portarono a un accordo fra le parti, firmato il 19 agosto: i miliziani dell’OLP potevano evacuare la città con l’assicurazione che né l’esercito israeliano né le milizie delle Falangi Libanesi (ovvero il partito cristiano di destra Katā‛eb), alleate con Israele, avrebbero attaccato i palestinesi. Gli Stati Uniti ottennero l’assicurazione anche del Primo ministro israeliano Menachem Begin e del neoeletto presidente libanese Bashir Gemayel (figlio di Pierre Gemayel, uno dei fondatori delle Falangi Libanesi). Un corpo multinazionale di pace, costituito da contingenti americani, francesi e italiani, supportò il ritiro delle forze dell’OLP sotto mandato di un mese, dal 21 agosto al 21 settembre.

Il primo settembre l’evacuazione dell’OLP era stata completata e i corpi di pace avrebbero dovuto continuare a proteggere le comunità palestinesi in Libano fino alla fine del mandato. Dopo soli due giorni, l’esercito israeliano, andando contro il patto mediato dagli Stati Uniti, iniziò un dispiegamento di truppe nei dintorni dei campi palestinesi nel Paese. Il 3 settembre, il segretario della Difesa a Washington ordinò il ritiro delle forze statunitensi, a cui seguirono quello dei contingenti francesi e italiani. Lo stesso giorno le milizie falangiste furono dispiegate nel quartiere di Bir Hassan, ai margini dei campi di Sabra e Shatila. Nel frattempo, i rapporti fra il governo libanese e Israele si fecero più tesi a causa del sempre maggiore coinvolgimento della Siria. Infine, il 14 settembre 1982, Bashir Gemayel fu ucciso in un attentato nella sede delle Falangi Libanesi, presso il quartiere Achrafieh di Beirut. L’esplosione del quartier generale causò la morte del presidente e di altri ventisei membri delle Falangi. Il colpevole dell’attentato fu Habib Shartouni, un libanese di confessione cristiana membro del Partito Nazionalista Sociale Siriano. Nonostante i leader musulmani libanesi e palestinesi avessero negato qualsiasi coinvolgimento, la situazione precipitò in fretta e i palestinesi furono accusati dell’omicidio di Gemayel.

I giorni del massacro

La sera del 14 settembre, per ordine del Primo ministro Begin e del ministro della Difesa Ariel Sharon, l’esercito israeliano invase la zona ovest di Beirut, andando definitivamente contro qualsiasi accordo stipulato fra le parti. Pubblicamente, Begin scusò l’intervento come una misura di protezione per i rifugiati palestinesi dalle ripercussioni dei gruppi cristiani che avrebbero potuto rivendicare la morte di Gemayel, mentre Sharon lo descrisse al Parlamento israeliano come un attacco volto a «distruggere l’infrastruttura creata in Libano dai terroristi [palestinesi]». Le forze israeliane stimavano, senza sufficienti prove, che fra i 2000 e 3000 rappresentanti dell’OLP non avessero evacuato Beirut nel mese di agosto e fossero ancora nei campi di Sabra e Shatila. Gli israeliani cominciarono a stabilire una serie di checkpoint attorno ai campi, militarizzando le zone limitrofe e organizzando posti di guardia e vedette dai palazzi che attorniavano Sabra e Shatila. Tuttavia, Raphael Eitan, Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano (IDF), si accordò con le Falangi per un supporto logistico all’attacco, affinché fossero gli stessi miliziani a entrare nei campi. La sera del 16 settembre, i miliziani delle Falangi e dell’Esercito del Libano del Sud si ritrovarono all’aeroporto di Beirut, allora sotto controllo israeliano, per trasferire armamenti e munizioni inviate da Tel Aviv. Le prime unità di miliziani, guidati dal comandante falangista Elie Hobeika, fecero il loro ingresso nei campi palestinesi già alle 18:00 del giorno stesso

La ricostruzione dei fatti condotta da diverse commissioni d’inchiesta rivelerà che, nel giro di poche ore, i miliziani uccisero diverse centinaia di persone, la maggior parte dei quali civili innocenti. Le testimonianze e le ricostruzioni che ne seguirono furono spesso confusionarie e videro ufficiali e comandanti israeliani rimandare le decisioni dei falangisti alla volontà divina, quasi a negare qualsiasi coinvolgimento dell’IDF. Nella notte fra il 16 e il 17 settembre, sotto pieno appoggio delle forze israeliane, i miliziani delle Falangi continuarono il massacro di palestinesi e libanesi sciiti che si ritrovarono nei campi di Sabra e Shatila. La mattina del 17 settembre, la notizia dell’attacco era già di dominio pubblico. Personale medico, diversi giornalisti, rappresentanti dell’intelligence di vari Paesi e civili avevano prove a sostegno di quanto stava succedendo. I massacri si protrassero fino alla mattina del 18 settembre, quando i rappresentanti dell’IDF furono costretti a fermare i miliziani, forse a causa delle numerose testimonianze e resoconti che iniziavano a trapelare. 

Condanne internazionali e decenni di impunità

Le stime ufficiali dell’intelligence israeliano riportarono fra le 700 e le 800 vittime negli attacchi del 16-18 settembre 1982. Secondo il giornalista e storico inglese Robert Fisk, le vittime furono addirittura più di 1700, poiché le esecuzioni continuarono, seppur con minore intensità, anche dopo il 18 settembre, occultando i corpi in fosse comuni. I rappresentanti della Croce Rossa conteggiarono invece circa 2000 corpi rinvenuti dal proprio personale, oltre ai 1000-1500 corpi che furono rimossi dagli stessi miliziani falangisti. A seconda delle fonti, dunque, le stime riportano fra le 700 e le 3500 persone, la maggior parte dei quali civili, uccisi nei campi di Sabra e Shatila.

Già nel dicembre 1982, con la risoluzione 37/123, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condannò il massacro definendolo un atto di genocidio, sebbene diverse delegazioni non furono d’accordo con il termine utilizzato. Diverse commissioni si occuparono, invece, di chiarire quanto successo fra il 16 e il 18 settembre. La commissione indipendente guidata da Sean MacBride, presidente dell’International Peace Bureau di Ginevra, confermò le ripetute violazioni del diritto internazionale portate avanti da Israele in Libano, confermandone il coinvolgimento nel massacro di Sabra e Shatila. Nel 1983, la commissione israeliana guidata da Yatzhak Kahan, presidente della Corte Suprema israeliana, ritenne direttamente responsabili del massacro i miliziani delle Falangi guidati da Elie Hobeika, mentre considerò indirettamente responsabili i rappresentanti israeliani coinvolti e ne consigliò la destituzione da qualsiasi carica, primo fra tutti Ariel Sharon. Il ministro della Difesa, così come gli altri rappresentanti israeliani, rimase impunito e divenne addirittura Primo ministro del Paese, dal 2001 al 2006. Anche Elie Hobeika non fu mai processato e coprì diverse cariche come ministro o deputato in vari governi libanesi. A quarant’anni di distanza, le principali parti coinvolte nel massacro sono rimaste impunite e la giustizia per la famiglia delle vittime pare ancora molto lontana.

 

 

Fonti e approfondimenti

Emiliani, Marcella, “Medio Oriente: Una storia dal 1918 al 1991”, Laterza, 2012.

Final Report of the Israeli Commission of Inquiry into the Events at the Refugee Camps in Beirut, 1983.

Fisk, Robert, “Cronache Mediorientali”, Il Saggiatore, 2005.

Fisk, Robert, “Il martirio di una nazione”, Il Saggiatore, 2010.

ICRC. 1982. Annual Report.

Israel in Lebanon: Report of the International Commission to Enquire into Reported Violations of International Law by Israel during Its Invasion of the Lebanon, 1983.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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