Un nuovo “Founding Day” saudita per riscrivere la storia

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Wikimedia commons - CC0

La legittimazione dei regnanti da parte delle autorità wahhabite è rimasta a lungo un cardine dello Stato saudita. Tuttavia, re Salman e il principe ereditario Mohammad (leader de facto del Paese) stanno cercando di mettere da parte le autorità religiose, creando una nuova narrativa e ponendo l’accento sul ruolo della propria famiglia nella formazione dello Stato saudita.

Un predicatore, una dinastia e un regno da conquistare

La storia dell’Arabia Saudita e della dinastia dalla quale il Paese prende il nome, gli al-Saʿud, è intrecciata con il wahhabismo (o wahhabiyya). Questa forma di sunnismo hanbalita basata sulla rigida interpretazione delle fonti legislative musulmane e sul rifiuto di ogni innovazione dogmatica venne elaborata nella prima metà del XVIII secolo Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhab. L’inflessibilità dottrinale costò al predicatore l’espulsione da Uyaynah, sua città natale, dopo aver chiesto la lapidazione per una donna accusata di fornicazione. Al-Wahhab fuggì quindi nell’oasi di Diriyah e chiese la protezione dell’emiro locale Muhammad ibn Saʿud al-Saʿud. Nel 1744, i due forgiarono un’alleanza che avrebbe gettato le basi della futura monarchia saudita: al-Saʿud concesse ad al-Wahhab i propri uomini per una jihad volta alla diffusione della nuova dottrina, ricevendo in cambio la legittimazione religiosa da parte del predicatore e la promessa di introiti tramite l’imposizione della zakat (l’imposta musulmana) nei territori conquistati. Questo accordo segnò la nascita del primo Stato saudita. 

Le ambizioni di Muhammad al-Saʿud e i suoi eredi di conquistare l’intera Penisola Arabica vennero soppresse nel 1818 da Muhammad ʿAli, vicere d’Egitto e vassallo dell’Impero ottomano. Sei anni dopo, gli al-Saʿud crearono un nuovo centro di potere a Riyadh, ma nel 1891 le loro mire espansionistiche vennero nuovamente soffocate dalla Sublime porta e dal clan rivale degli al-Rashid, i quali scacciarono gli sconfitti in Kuwait. 

La fondazione della moderna Arabia Saudita è merito di Abdelaziz al-Saʿud, noto come Ibn Saʿud. Nel 1902, quest’ultimo partì dal Kuwait, dove la sua famiglia era stata esiliata e avviò una serie di spedizioni militari con l’obiettivo di conquistare la Penisola. Il cuore del suo esercito era composto dagli Ikhwan (“fratelli”, da non confondersi con i Fratelli Musumani), una milizia beduina animata dallo zelo religioso wahhabita. In pochi decenni, Ibn Saʿud riuscì a ottenere la quasi totale conquista della Penisola, con l’eccezione dei territori controllati o protetti dall’Impero Britannico. Nel 1932, il regno dell’Arabia Saudta venne riconosciuto a livello internazionale. 

Una nuova narrazione a servizio dello Stato

La storia degli al-Saʿud è quindi strettamente legata al wahhabismo; pertanto, il 1744 è stato a lungo considerato un anno cardine per il regno. 

All’inizio di quest’anno, la monarchia saudita ha però preso una decisione che ha segnato una rottura con le narrazioni passate. Il 22 febbraio è stato infatti dichiarato “Founding Day”, ovvero il giorno della fondazione del primo Stato saudita. Tuttavia, la data che viene commemorata non è più il 1744, bensì il 1727, anno in cui Muhammad al-Saʿud divenne emiro di Diriyah. La narrativa, le iconografie e il sito ufficiale della celebrazione sono stati epurati da qualsiasi riferimento alla wahhabiyya e al suo fondatore. La religione non viene proprio presa in considerazione nella commemorazione, eccettuando un riferimento a re Salman come “custode delle due Sacre Moschee”; la stessa shahada, la professione di fede musulmana presente sulla bandiera del Regno, è assente. L’accento è invece posto sulla casa regnante e su una serie di valori come generosità, coesione sociale, apertura verso la diversità e coraggio.

Questa nuova narrativa, non focalizzata su una specifica corrente dell’Islam, potrebbe apparire più inclusiva per tutti i membri della società saudita che non seguono i precetti wahhabiti. In realtà, i motivi di questo cambiamento sono più legati alla necessità della casa regnante di cementificare il proprio potere che a creare una narrativa nazionale condivisibile da tutti i sudditi. 

La marginalizzazione della religione è parte di un processo graduale e ancora in corso teso a limitare l’influenza della casta religiosa negli affari politici del regno e nel sistema giudiziario e legislativo. Tuttavia, quello che potrebbe sembrare un percorso di laicizzazione è solo un ulteriore accentramento di potere nelle mani della famiglia reale. Un esempio recente di questo sviluppo è la condanna a dieci anni di carcere di Saleh al-Talib, ex imam della Grande moschea della Mecca. Il religioso, molto influente e noto a livello globale, avrebbe criticato alcuni concerti e altri eventi mondani organizzati all’interno del regno; secondo al-Talib, queste manifestazioni sarebbero una deviazione dalle norme religiose e culturali del Paese. La sentenza, emessa alla fine di agosto, non è un caso isolato. Come riporta Middle East Eye, l’organizzazione DAWN (Democracy for the Arab World Now)– creata da Jamal Khashoggi – ha evidenziato il crescente numero di arresti ai danni di imam e altre figure religiose ree di aver criticato le riforme promosse dal principe ereditario Mohammad bin Salman, ormai da anni regnante de facto. Una classe religiosa troppo influente è un ostacolo all’autoritarismo di Riyadh.

Mettendo da parte i rigidi dettami della wahhabiyya e dei suoi rappresentanti, l’Arabia Saudita sta anche cercando di “svecchiare” la propria immagine di regno ultraconservatore e di eliminare tutte quelle restrizioni che potrebbero allontanare investimenti dall’estero o pesare sulla nascente industria turistica, un caposaldo della diversificazione economica attualmente in atto. 

Riscrivere la storia

Oltre a essere solo uno degli effetti più recenti dell’accentramento del potere, il “Founding Day” è un esempio di manipolazione ideologica della storia a servizio della politica. Spostare il focus della narrativa nazionale unicamente sugli al-Saʿud di Diriyah eliminando i riferimenti ad al-Wahhab e all’alleanza tra politica e religione (come è già accaduto nei libri di scuola sauditi) richiede infatti una riscrittura selettiva della storia. Tale rielaborazione non è immune da errori e comporta importanti implicazioni sull’immagine che la casa regnante da (o vorrebbe dare) di sé stessa.

Innanzitutto, gli al-Saʿud hanno avviato le proprie conquiste, e quindi gettato le basi del proprio regno, solo dopo l’arrivo di al-Wahhab, il quale era incaricato di gestire l’espansione territoriale. Prima del 1744, Diriyah era un piccolo centro senza particolare importanza e quasi sicuramente, senza la spinta data dallo zelota predicatore, i suoi emiri e i loro discendenti sarebbero rimasti degli insignificanti regnanti locali

In aggiunta, fissare il 1727 come data di fondazione dello Stato saudita suggerisce un’esistenza ininterrotta di questa entità dal XVIII secolo al giorno d’oggi. Come già accennato, questa idea è completamente sbagliata: quello attuale è solo il terzo Stato creato dai discendenti di Muhammad al-Saʿud. 

Questa nuova rilettura della storia elimina completamente le sconfitte subite e dipinge la casa regnante come l’infallibile e unico cardine dell’identità nazionale. Tra i rischi che un simile discorso comporta vi è la creazione di un vero e proprio culto della personalità. 

Secondo Madawi al-Rasheed, antropologa ed esperta della storia dell’Arabia Saudita, ciò riflette l’insicurezza dell’establishment del regno, in particolare di Mohammed bin Salman; questi ha bisogno di cementificare la propria posizione non solo all’estero, ma anche in patria. A tal fine, MBS sta cercando di raggiungere quest’ultimo obiettivo non solo tramite l’eliminazione di qualsiasi forma di dissenso, ma anche tramite una riscrittura della storia che esalti il ruolo della propria dinastia nella storia della Penisola.

La nuova narrativa proposta dal “Founding Day” sembra voler suggerire che secoli di regno, artificialmente dipinto come ininterrotto, siano un’autorizzazione a governare per sempre. Tuttavia, come ricorda al-Rasheed, la forza di un regnante non è nel numero di anni di regno accumulati, ma nella legittimità percepita dai sudditi, che il sorgere di una nuova coscienza storica e sociale può far decadere in qualsiasi momento. 

 

Fonti e approfondimenti

Sultan Alamer, The Saudi “Founding Day” and the Death of Wahhabism, The Arab Gulf States Institute in Washington, 23/02/2022.

Madawi al-Rasheed, Storia dell’Arabia Saudita, Bompiani, 2004.

Madawi al-Rasheed, Mohammed bin Salman is taking risks by rewriting Saudi history, Middle East Eye, 24/02/2022.

Kim Smith Diwan, Tourism Ambitions Transform Saudi Arabia, The Arab Gulf States Institute in Washington, 23/02/2022.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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