La guerra segreta di Ankara: l’uso delle armi chimiche dell’esercito turco in Iraq

Armi chimiche_Lo Spiegone
@PEO ACWA - Flickr- CC BY 2.0

Lontano dai riflettori del conflitto in Ucraina, un’altra “operazione speciale” si sta consumando nel Kurdistan iracheno (Başûrê Kurdistanê, Kurdistan meridionale), la regione autonoma nel nord del Paese. Anche in questo caso, come denunciato da diverse personalità e organizzazioni internazionali, sarebbero stati perpetrati crimini di guerra, soprattutto in relazione all’uso di armi proibite dalla Convenzione sulle armi chimiche (CAC), firmata nel 1993 da diversi Stati.

Nel decennale conflitto che vede fronteggiarsi il Partiya Karkerên Kurdistanê (Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk) da una parte e lo Stato turco dall’altro, quest’ultimo è stato a più riprese accusato di violare la CAC, di cui è firmatario, sia nell’Iraq settentrionale, sia nel nord-est della Siria. La denuncia più recente è giunta nel mese di settembre per voce delle milizie curde affiliate al Pkk, seguita poi a ottobre dalle indagini indipendenti – peraltro ostacolate dalle autorità locali – dell’International physicians for the prevention of nuclear war (IPPNW), una federazione di organizzazioni fondata nel 1980 (e vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1985) con l’obiettivo di sensibilizzare fisici e scienziati sul loro contributo e sulla loro possibile influenza sullo sviluppo di armi nucleari e chimiche.

Il contesto delle violazioni dell’esercito turco: l’operazione “Claw Lock” nel nord dell’Iraq

Il 18 aprile 2022, Hulusi Akar, ministro della Difesa della Turchia, ha annunciato l’inizio ufficiale dell’operazione militare “Claw Lock” (Stretta d’artigilio),  nel nord dell’Iraq, considerata da Ankara la manovra conclusiva delle azioni militari denominate Claw iniziate nel 2019 (operazione “Claw-Eagle and Tiger” la prima; “Claw-Lighting and Thunderbolt” la seconda), miranti a debellare le attività del Pkk nel vicino Iraq. Secondo lo stesso ministro Akar, l’operazione dovrebbe impedire alle milizie armate curde di stabilire basi sui confini turchi nelle aree di Zap, Metin e Avash. 

Secondo la testata online Al-Monitor, Ankara avrebbe informato dell’operazione Masrour Barzani, Primo ministro della Regione autonoma del Kurdistan iracheno e figura di spicco del Partiya Demokrat a Kurdistanê (Kdp, Partito democratico del Kurdistan), formazione politica curdo-irachena avversaria del Pkk. Gli stessi Peshmerga, le Forze armate autonome del Kurdistan iracheno, avrebbero partecipato a diverse azioni a guida turca contro i rivali del Pkk, nonostante le proteste del governo centrale di Baghdad che, tramite il proprio presidente Barham Salih, ha dichiarato l’operazione della Turchia in territorio iracheno senza notifica un «affronto alla sovranità territoriale del Paese e allo stato di Diritto»

L’operazione  – che sarebbe costata ad Ankara 69 militari uccisi (oltre i duemila secondo il Pkk) e 371 guerriglieri caduti per l’organizzazione militare curda (stime del governo di Ankara) – ha visto l’impiego indiscriminato di aerei, elicotteri, teste di cuoio e artiglieria pesante anche all’interno di aree densamente popolate, portando più volte all’uccisione di civili. Noto alla stampa internazionale è il caso del bombardamento di una struttura turistica nella città di Zakho (nel governatorato di Duhok, al confine tra Turchia e Iraq), in cui hanno perso la vita 9 turisti mentre altri 20 sono rimasti feriti. La notizia, rilanciata da agenzie di stampa irachene – come Rudaw e Shafaq,  e successivamente riferita da testate internazionali – come il Times of Israel, il New York Times e Al-Jazeera – ha riscosso, per un breve periodo, le attenzioni dell’opinione pubblica internazionale, con le accuse di terrorismo rivolte ad Ankara da parte di Baghdad e la risposta del ministro turco Akar di aver svolto le operazioni «in accordo con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite come azione prettamente difensiva e di prevenzione contro un’organizzazione terroristica – riferendosi al Pkk, riconosciuto tale da Unione europea, Turchia e Stati Uniti – e condotta solamente dopo averla notificata al Consiglio di sicurezza dell’ONU»

A inizio ottobre 2022, ufficiali membri delle organizzazioni considerate affiliate al Pkk – come le Forze di difesa dei popoli (Hgp) – hanno denunciato per la prima volta dall’inizio delle operazioni militari turche l’uso di armi chimiche da parte delle Forze armate di Ankara. Come prova, diversi media vicini alla causa curda hanno rilanciato la notizia di almeno 17 miliziani curdi morti con ferite riconducibili al contatto con il cloro in forma gassosa. Di fatto, secondo le accuse mosse dal Pkk e dalle fazioni alleate, le Forze armate turche starebbero utilizzando gas chimici per liberare i sistemi di grotte e tunnel di montagna utilizzati dai guerriglieri. Una tattica non convenzionale usata per stanare i guerriglieri spingendoli a uscire allo scoperto o uccidendoli per soffocamento.

Le indagini indipendenti dell’IPPNW e l’ostruzionismo da parte delle autorità di Erbil

Tra il 20 e il 27 settembre 2022, un team dell’IPPNW guidato da Josef Savary, medico e presidente dell’IPPNW-Svizzera, e da Jan van Aken, membro del comitato scientifico dell’IPPNW-Germania ed ex ispettore per le armi biochimiche dell’United Nations Monitoring, Verification and Inspection Commission (Unmovic, l’organismo dell’ONU che si occupa dell’uso di armi non convenzionali nei conflitti), ha condotto un’indagine indipendente nelle aree coinvolte nell’operazione “Claw Lock” rilevando quelle che la stessa organizzazione ha definito «prove indirette dell’uso di armi chimiche da parte della Turchia». «Il materiale rinvenuto nei pressi di un’area abbandonata dall’esercito turco comprendeva contenitori di acido cloridrico e candeggina, che potrebbero essere stati utilizzati per produrre cloro, un classico agente di guerra chimica […] contestualmente, sono state rinvenute maschere anti-gas appartenenti all’esercito turco, ennesima prova indiretta dell’uso di tale equipaggiamento bellico», rivela il report pubblicato nel mese di ottobre. Tuttavia, sia Savary sia van Aken, hanno riferito di «ostruzionismo da parte delle autorità della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, che hanno più volte impedito alla squadra dell’IPPNW di recarsi sul luogo di scontri sospettati di aver visto l’utilizzo di armi chimiche».

Da parte sua, in linea con le affermazioni precedentemente rilasciate nel febbraio 2021 – quando la Turchia è stata accusata per l’ennesima volta di utilizzare armi chimiche contro i guerriglieri curdi – il ministro Akar ha sostenuto che i flaconi, i tubi di pompaggio mostrati in alcuni video di denuncia e le maschere anti-gas sarebbero state utilizzate in relazione ai gas lacrimogeni, arma non formalmente vietata ma che, secondo l’IPPNW, «non sarebbe proibita in quanto solitamente utilizzata dalle Forze di polizia di vari Stati per disperdere le folle in situazioni di pericolo e di sommossa, rigorosamente in spazi aperti che permettono il disperdersi nell’aria, in brevi periodi, delle sostanze gassose tossiche, limitandone notevolmente gli effetti riducendoli a non letali», mentre se utilizzati in spazi chiusi, come nel caso di tunnel e grotte, potrebbero causare soffocamento, morte o danni permanenti a occhi e polmoni.

Al termine dell’indagine, il team dell’IPPNW ha poi ribadito le difficoltà del caso, invitando le organizzazioni internazionali ad assumersi la responsabilità di investigare in maniera più approfondita sul caso. Infatti, come annunciato nel report redatto dalla federazione, se è vero che da un lato i video e le accuse pronunciate dal Pkk e dagli alleati sono insufficienti e in ogni caso non indipendenti e imparziali, dall’altro il segreto militare posto dall’esercito turco sull’operazione impedisce di accedere ai dati sugli armamenti utilizzati mentre il governo della Regione autonoma del Kurdistan ha impedito ai ricercatori di avvicinarsi alle aree sospettate di aver visto l’uso degli armamenti proibiti.

Le modalità di una possibile indagine indipendente e le problematiche del caso

All’interno del report dell’IPPNW, i due medici internazionali hanno provato a tracciare delle linee guida per un’eventuale futura indagine, resa necessaria soprattutto perché le accuse nei confronti della Turchia non sono nuove (le prime risalgono al 2004). Savary e van Aker invitano prima di tutto ad effettuare «test e analisi su campioni biologici come sangue, urine e capelli delle presunte vittime, e su campioni ambientali, come piante e terra prelevate sulle aree dei combattimenti o le armi utilizzate dalle unità militari turche». Solo così si potrebbe verificare l’eventuale utilizzo a scopo bellico di iprite, tabun e cloropicrina denunciato dai guerriglieri curdi. Come ribadito più volte all’interno del report, però, per accedere alle aree di conflitto c’è bisogno dell’autorevole intervento di organizzazioni internazionali in grado di sottrarsi, o di punire legalmente, l’ostruzionismo delle autorità della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, alleato e complice della Turchia: riferendosi a un tentativo condotto dall’IPPNW di visitare un villaggio nell’area di Amediye (Iraq del Nord) il 26 settembre 2022, con lo scopo di intervistare la famiglia di Abdullah Hirire – un civile che ha denunciato di aver subito danni indiretti a causa dell’uso di armi chimiche da parte della Turchia – il team di medici ha sostenuto di essere stato «bloccato strada facendo da alcune unità Peshmerga dell’area, che ci hanno costretto a fare dietrofront […] abbiamo provato successivamente a chiedere spiegazioni e il permesso per proseguire al governatorato di Duhok e al municipio di Amediye, ma non ci è stato reso possibile incontrare nessun impiegato amministrativo con tale autorità».

Per queste ragioni, il report conclude sostenendo la necessità di coinvolgere nelle indagini l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), nel caso uno Stato membro ne richiedesse un’indagine – questo rimane il caso più probabile in quanto il parlamento di Baghdad, comunque caratterizzato da uno stallo politico non indifferente, ha aperto alla possibilità di un’indagine da parte della propria commissione inerente – il Segretario generale delle Nazioni Unite, che da regolamento ha l’autorità di chiedere un’indagine sull’utilizzo di armi proibite, o di un gruppo di governi occidentali su invito dell’Iraq.

 

Fonti e approfondimenti

Agenzia Nova, “Iraq-Turchia: il massacro dei turisti a Dohuk riaccende le tensioni tra Ankara e Baghdad”, 21 luglio 2022.

van Aken J., Savary J., “Is Turkey violanting the Chemical Weapons Convention?”, report IPPNW, ottobre 2022. 

Staffetta Sanitaria, “L’uso di armi chimiche da parte della Turchia nel sud Kurdistan continua”, 5 settembre 2022.

Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia, “L’uso delle armi chimiche da parte della Turchia: un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità”, 30 ottobre 2022.

 

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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