Algeria: l’instabilità sulle coste del Mediterraneo

Ieri l’Algeria ha votato alle elezioni legislative, senza che alcun media internazionale ne parlasse. Questa volta la colpa non è dei mezzi di informazione, ma il silenzio fa parte di una strategia del governo di Algeri che vuole mantenere una coltre di nebbia impenetrabile sul paese. La paura che spinge il regime a comportarsi in questo modo è quella di far vedere al mondo esterno che il regime più solido del Nord Africa, l’unica Repubblica rimasta solida dopo le primavere arabe non è così salda come tutti credono.

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Il problema più grande e che più si vuole mettere a tacere è rappresentato dallo stato di salute del Presidente Abdellaziz Bouteflika, l’uomo che nel 1999 ha preso il potere mettendo fine alla guerra civile tra il Fronte di Liberazione Nazionale e il Fronte Islamico della Salvezza, l’unione dei gruppi islamisti armati in Algeria, ma che è anche riuscito a porre fine alla guerra interna al FLN tra l’apparato più vicino ai militare e l’apparato statale e di sicurezza.

La sua personalità e il pugno di ferro che ha utilizzato nei suoi quattro mandati sono il collante del paese e molti temono che scomparso lui l’intero paese possa ricadere nel caos.

Una successione pericolosa e combattuta

L’attuale governo è in grande stato di agitazione, nonostante molti esponenti dei servizi di intelligence vicini agli algerini( come quelli francesi,  italiani e americani) continuino ad affermare che l’Algeria è solidissima, vi sono stati dei segnali che ci dicono che il centro di potere sta crollando. I continui e ripetuti viaggi che il Presidente Bouteflika ha compiuto negli ultimi tre mesi per recarsi in Francia per motivi di salute, hanno destato grandi dubbi, soprattutto dopo la sua quasi totale scomparsa dalle apparizioni pubbliche, adesso accompagnata anche dalla regolare assenza dei soliti messaggi vocali che usava mandare al suo posto.

Alcuni dicono che il Presidente sia già morto e che mentre l’Europa si occupa di altre questioni come la Siria, l’Ucraina e cicli elettorali, ad Algeri sia in corso una lotta per la successione.

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Said Bouteflika che accompagna l’attuale Presidente Abdelaziz Bouteflika, costretto in sedia a rotelle.

Sulla realtà di queste affermazioni non è possibile confermare o smentire. Qualcosa però si sta smuovendo nei palazzi del potere di Algeri. Il primo che si sta mettendo in luce, forse per cercare di diventare il nuovo presidente sembra essere il fratello di Bouteflika, l’attuale gran segretario, Said Bouteflika, il quale sta cercando di emergere come l’uomo forte e rassicurante in un paese che vive in un continuo stato di sfiducia e preoccupazione. Il giovane Bouteflika avrebbe però grandi problemi a far accettare la propria presidenza, gli Algerini hanno grande diffidenza delle dinastie e c’è sempre stato il timore che l’Algeria diventasse una repubblica dinastica.

Per provare a guadagnarsi lo scranno di Presidente dovrà diventare l’amico insostituibile dell’unica forza stabilizzatrice del paese: le forze armate. Algeri infatti vive in una situazione simile a quella dell’Egitto infatti l’esercito, fin dalla fine della guerra di indipendenza, si è guadagnato il ruolo di difensore del regime repubblicano. La figura centrale in questo panorama è, senza ombra di dubbio, l’attuale capo delle forze armate Ahmed Gaïd Saleh.

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Alcuni giornali lo descrivono come l’Al-Sisi di Algeria, ma molti esperti non condividono questo parallelo. Il capo di stato maggiore non sembra avere grandi velleità di potere attualmente, è perfettamente conscio di quanto sarebbe difficile comandare il paese in questo momento e non vuole assolutamente incontrare le difficoltà che il suo collega sta incontrando sulle rive del Nilo. L’unica cosa che vuole è difendere il proprio ruolo di potere e difendere la propria immagine internazionale. In molti paesi occidentali infatti viene descritto come la colonna portante della guerra all’ISIS e di Al Qaeda in Nord Africa e il generale sa che questa nomea gli garantisce ancora la possibilità di trovare un posto sicuro dove scappare in un eventuale caduta del regime.

La guerra tra i due non vi sarà, almeno al momento, nonostante negli scorsi mesi vi sia stato un piccolo incidente: Said Bouteflika ha deciso di spostare i servizi di intelligence dalle mani dell’esercito all’ufficio di presidenza. Sembra che questo gesto non sia stato fatto per danneggiare il capo di stato maggiore, ma per cercare di innalzare l’astro nascente del regime, Athmane Sahraoui, che sta aiutando Said a legittimarsi e a guadagnarsi il potere. Proprio per testimoniare la sua volontà di non danneggiare Saleh, i Bouteflika hanno mandato in pensione il grande rivale del capo di stato maggiore il generale Mohamed Lamine Mediène, l’eroe della guerra civile che ha guidato i servizi di sicurezza durante gli anni 90 e che ha sempre aspirato alla carica.

La situazione che trapela da Algeri è questa ma sono molti altri gli attori che giocano un ruolo decisivo nella campagna, come gli imprenditori che hanno in mano l’economia algerina( che abbiamo già analizzato qui). La domanda a cui si dovrà dare una risposta é se la società civile economica deciderà di appoggiare quella parte di regime che non ha ancora portato a termine le riforme strutturali che servono al paese o se deciderà di virare supportando nuove posizioni all’interno del paese.

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Un fronte di opposizione diviso dall’Islam e dal governo

Dall’altra parte della barricata l’opposizione è incredibilmente divisa, e questo rende il regime ancora totalmente in pieno potere del futuro del paese. L’elezioni di ieri non possono essere usate per capire il reale peso delle opposizioni, perché il regime le trucca e le modifica a proprio piacimento. Le opposizioni hanno un peso molto forte nel paese, ma hanno due grandi macigni sulle spalle.

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Il primo è l’islamismo jihadista che nel Maghreb ha un grande peso ma che divide in modo netto le forze laiche, islamiste moderate e gli estremisti. L’Algeria ha pagato un conto di sangue molto elevato nella guerra civile degli anni 90 quando tutto l’islam si è schierato con il FIS, Fronte Islamico di Salvezza, ma il regime non è caduto e le atrocità commesse dai ribelli si sono rivelate anche peggiori della tortura governativa. Questa divisione interna è anche esacerbata da una continua lotta tra i movimenti islamisti moderati nell’entroterra e le forze della società civile sulla costa, che pur di non vedere il paese trasformato in una repubblica islamica sono state disposte ad allearsi con il regime, che gli ha garantito libertà e privilegi.

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Il secondo macigno è proprio il ricordo della guerra civile. Nessun partito, né tantomeno il regime, vuole essere descritto come l’attore che ha riportato il paese al 1992, per questo nessuno agisce. Gli unici che continuano a fare attentati, che vengono abilmente insabbiati dai media nazionali, sono i terroristi di AQIM, Al Qaeda in Maghreb, che combattono il regime con il solo intento di trasformare l’Algeria in una polveriera come la Libia.

Il regime sfrutta questa realtà e, grazie ai suoi efficientissimi servizi di intelligence, infiltra i gruppi di opposizione per farli combattere tra loro, in una tattica di “divide et impera che trasforma la lotta alle altre opposizioni, la più importante.

Il Maghreb è pronto ad esplodere

Il calcolo fatto da AQIM, Al Qaeda nel Maghreb, è giusto: il Maghreb non può resistere con un Algeria in preda alla guerra civile, e sarebbe perfetto per costruirvi le proprie basi operative. Il Marocco non ha le capacità per cercare di stabilizzare il gigante del Nord Africa e allo stesso tempo la diffidenza tra Algerini e Marocchini è tale, che qualsiasi ingerenza da parte del governo di Rabat porterebbe solamente all’apertura di un nuovo fronte ad Ovest.

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La Tunisia e l’Egitto, nonostante non faccia parte del Maghreb, sarebbero sicuramente i due paesi più colpiti. Attualmente l’Algeria, segretamente, invia aiuti al nuovo governo democratico, laico di Tunisi, sapendo che lo sviluppo di una Tunisia forte potrebbe permettere ad Algeri di avere un forte appoggio economico e diplomatico. Se il paese di Bouteflika però dovesse cadere nel caos allora sarebbe difficile per la Tunisia cercare anche solo di controllare le frontiere per non parlare del violento arrivo di profughi nel paese. L’Egitto perderebbe sopratutto un gemello che ha sempre supportato l’esercito egiziano e Al Sisi perderebbe un polo di stabilità in un momento molto complesso per il paese.

La crisi fatale per l’Europa

I più colpiti però potrebbero essere i paesi europei. Se l’Algeria cadesse nel caos vi sarebbero tre grandi problemi che l’Europa dovrebbe affrontare nell’immediato futuro.

Il primo sarebbero sicuramente l’arrivo immediato dei profughi, non solo dal contesto algerino, ma anche dall’Africa Occidentale, di fatti sarebbe aperta una nuova via di immigrazione attraverso l’ex colonia francese.

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Il secondo sarebbe un problema energetico, l’Algeria è attualmente il secondo esportatore di gas e petrolio per l’Europa, se dovessero interrompersi gli arrivi di idrocarburi sulle coste europee, sarebbe difficile andare a trovare in così poco tempo un nuovo partner, bisognerebbe implorare Vladimir Putin per non restare senza fonti di energia.

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Il terzo problema sarebbe l’instabilità generale che circonderebbe quasi a 180° il continente europeo con Siria, Libia e Ucraina, rendendo l’economia ancora più instabile e rendendo le debolezze del vecchio continente ancora più marcate davanti agli altri attori internazionali.

L’Algeria è una bomba ad orologeria pronta ad esplodere sulla sponda Sud del Mediterraneo. Vedremo nei prossimi mesi quali saranno gli sviluppi all’interno dei palazzi del potere per l’eventuale successione e nelle sabbie del Sahara al Sud per l’opposizione e la guerra al terrorismo. L’Europa sarà presto chiamata a stabilizzare il paese, bisogna solo sperare che si faccia trovare pronta

Approfondimenti:

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/algeria-al-voto-incognita-transizione-16730

http://www.ispionline.it/en/publication/algerian-enigma-16686

https://www.spectator.co.uk/2016/12/how-algeria-could-destroy-the-eu/

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/successione-gioco-ad-algeri-tanti-partiti-e-troppi-astenuti-16683

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lalgeria-e-i-suoi-vicini-una-nuova-strategia-regionale-16687

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