La Serbia: tra la Russia e l’Unione Europea

Come i Balcani in generale, la Serbia è da anni oggetto di un tacito braccio di ferro tra l’Unione Europea e la Russia di Putin. Da un lato vi sono i vantaggi economici derivanti dal progetto comunitario, dall’altra la storica simpatia di Belgrado verso Mosca e la possibilità di imporsi come principale attore regionale nell’area.

La situazione nei Balcani

“La geopolitica è tornata nei Balcani”. Una breve frase dell’Europarlamentare tedesco David McAllister, in grado di riassumere l’attuale situazione nella regione più instabile d’Europa.

Esistono, come abbiamo detto, almeno due forze che appaiono diametralmente contrapposte nel perseguire i loro interessi: la Russia di Putin e l’Unione Europea. Quest’ultima sta cercando di promuovere l’impegnativa transizione verso la creazione di democrazie stabili e aperte al mercato globale. Il metodo principale per farlo è la cosiddetta condizionalità, cioè offrire l’accesso all’Unione stessa come premio finale per  una serie di riforme economiche e politiche.

Press conference by Johannes Hahn on the 2015 Enlargement Package
La Russia opta invece per tutt’altra strategia: anche nel tentativo di contrastare un temuto allargamento della NATO verso est, Mosca sembra puntare sul fattore nazionalismo per impedire che la regione compia il passo definitivo ed entri nel blocco economico e politico dell’Unione Europea.

Sul tavolo sono posti, in sostanza, due modi diversi di intendere la politica estera e le relazioni internazionali. Va osservato come non sia tanto il sapiente gioco di Putin ad essere particolare o innovativo: di fatto rappresenta una versione riveduta e aggiornata della classica Realpolitik otto-novecentesca, mascherata dietro forme aggressive di propaganda e aiuti non ufficiali.

È la politica dell’Unione Europea ad essere peculiare, basata com’è sul soft power e sulla promozione indiretta degli ideali comunitari. Tale strategia sembra essere stata particolarmente efficace in passato, quando 12 paesi ex sovietici dell’Europa Centro-Orientale hanno compiuto tale transizione sotto l’egida dell’Unione. Malgrado non si possa dire sia stata perfetta, come testimoniano le reazioni nazionalistiche in Polonia e Ungheria, vi è la tendenza a definire l’allargamento orientale come il più grande successo di politica estera dell’Unione Europea.

Martin SCHULZ, EP President, Ivica DACIC

La Serbia di Vučić

Uno degli esempi più emblematici di questa tensione nei Balcani è rappresentato dalla Serbia, il cuore economico della regione e repubblica più importante tra quelle che componevano l’ex Yugoslavia. Qui l’uomo forte al comando è Aleksandar Vučić, leader indiscusso del Partito Progressista Serbo (SNS), caratterizzato a dispetto del nome da forti componenti conservatrici e populiste.

Vučić comanda di fatto un’autocrazia e la sua vittoria elettorale di aprile ha causato un’ondata di proteste in oltre 15 città serbe, condotte in gran parte da studenti che chiedevano più democrazia e migliori condizioni economiche. Nonostante ciò, la sua presidenza gode della benedizione tanto dell’Unione Europea quanto della Russia.

La verità è che esiste una seria contrapposizione tra ciò che Vučić dice e ciò che fa. Sin dal precedente mandato il Presidente serbo ha adottato un’esplicita retorica filo-occidentale, indicando l’ingresso nell’Unione Europea come uno dei suoi obbiettivi principali, perseguendo una politica di normalizzazione con i propri vicini (Bosnia e Croazia in primis) e presentandosi come un fidato alleato degli Stati Uniti nel corso di una visita risalente al 2015. Con tali premesse, non c’è da stupirsi che l’Unione Europea abbia tirato un sospiro di sollievo alla vittoria di Vučić, visto come un fattore di stabilizzazione nella regione.

VESNA ILIC PRELIC, ALEKSANDAR VUCIC


Molti però  dimenticano che fino a una decina di anni fa proprio lui rappresentava una delle voci anti-occidentali più radicali in circolazione, nonché un leader dalla scarsa inclinazione verso i diritti umani.
Famosa la sua invettiva nel 1995, quando, pochi giorni dopo la strage di Srebrenica, promise che “per ogni Serbo ucciso noi uccideremo 100 bosniacchi (una delle tre principali etnie bosniache, prevalentemente di fede musulmana)”. A ciò si aggiungono le critiche di coloro che sostengono che le riforme pro-Unione di Vučić in realtà nascondano un apparato statale estremamente corrotto e una caccia alle streghe nei confronti dell’opposizione politica, nonché una strada per guadagnare legittimazione internazionale e rimanere in controllo del Paese.

Eppure la sua retorica filo-occidentale non sembra accompagnata da un serio tentativo di allentare i legami con Mosca, considerata partner strategico di importanza centrale. Per poter comprendere le motivazioni di questa ambivalenza occorre analizzare più approfonditamente gli interessi in gioco e gli incentivi che i due blocchi offrono.

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I legami con la Russia

L’apparente svolta euro-atlantica di Vučić appare ancora più strana se si considera la storica amicizia esistente tra Mosca e Belgrado. Alleati durante la Prima Guerra Mondiale, entrambi regimi comunisti durante la Seconda e nel corso della Guerra Fredda e accomunati dalla cultura slava e ortodossa. Idue paesi sembrano avere le carte in regola per continuare una prolifica collaborazione, ed infatti è così: Putin sostiene l’attuale posizione Serba in Kosovo, fornisce l’80% del fabbisogno di gas del paese e vende armamenti senza osservare le condizioni poste dai paesi occidentali. Più che abbastanza per stuzzicare le ambizioni regionali della Serbia, la quale ha recentemente dichiarato come le relazioni tra Belgrado e Mosca abbiano raggiunto il “livello di partnership strategica”.

C’è da chiedersi quali siano le motivazioni che spingono la Serbia a mantenere relazioni così amichevoli con la Russia, pur sapendo di camminare sul filo di un rasoio. La sempre maggiore freddezza esistente tra Mosca e Bruxelles non è certo un mistero – malgrado le recenti, poco chiare aperture a un “dibattito franco” auspicate dal Presidente francese Emmanuel Macron – e può darsi che la Serbia dovrà, ad un certo punto, decidere seriamente se continuare con la strada che porta all’Unione o se dare più importanza al suo ruolo di fondamentale attore regionale nei Balcani.

Il fascino esercitato su Belgrado dalle armi di Mosca può spiegare l’avvicinamento serbo-russo negli ultimi tempi, ma da solo non basta per capire la generale e innegabile simpatia. Questa è una costante che deriva tanto dalle comuni radici slavo-ortodosse quanto dal modo in cui i due paesi concepiscono la sovranità. La vicinanza di approccio dimostrata nelle crisi di Kosovo e Crimea ne è una prova: Mosca non ha mai riconosciuto il governo di Pristina, e Belgrado ha potuto ripagare non imponendo sanzioni economiche a seguito dell’annessione russa della penisola nel Mar Nero. Da qui la concezione comune di sovranità: la Serbia sembra vedere l’unione tra Crimea e Ucraina dopo il 1991 e la secessione unilaterale del Kosovo come due azioni analoghe e illegali, ritengono diverse voci in Europa.

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I benefici e i problemi dell’Unione Europea

D’altro canto, Vučić non ha mai dichiarato pubblicamente di voler abbandonare la prospettiva comunitaria, anzi ha sostenuto che l’avvicinamento a Mosca non inficerà in alcun modo gli sforzi serbi di concludere i negoziati con la Commissione Europea. I benefici economici derivanti dall’ingresso nel blocco sarebbero più che notevoli; non a caso, tutti e sei i paesi balcanici ancora non entrati nell’Unione considerano tale eventualità uno degli obbiettivi di politica estera più importanti. Tra i vantaggi più rilevanti si annoverano l’accesso al mercato comune e ai sussidi agricoli comunitari, la possibilità di usufruire di tutti i fondi europei destinati allo sviluppo economico e, in generale, una rinnovata attrattività nei confronti degli investitori esteri.

La situazione di ambivalenza della Serbia è evidente su più fronti, ed è stata efficacemente riassunta da Zorana Mihajlovic, parlamentare del Partito Progressista: “la Serbia è militarmente neutrale, ma non politicamente neutrale, dato che il nostro paese ha deciso di entrare nell’Unione Europea e di rispettare gli standard europei”. Allo stesso tempo, ciò non deve impedire a Belgrado di sviluppare relazioni con la Russia o di creare un “buon ambiente” a livello regionale.

Inoltre, l’Unione stessa deve essere disposta a compiere gli sforzi necessari per assicurare l’ingresso di Balcani: Bruxelles accusa da tempo la cosiddetta “enlargement fatigue (i problemi comunitari relativi all’ingresso di nuovi membri) e diversi paesi balcanici considerano la strada europea come compromessa o attualmente irrealistica. Malgrado le difficoltà, numerose figure politiche (tra cui il Presidente albanese Edi Rama) auspicano ad un approfondimento degli sforzi europei nei Balcani: l’ingresso della regione nell’Unione non porterebbe soltanto a un sostanziale sviluppo economico, ma potenzialmente anche alla risoluzione di tensioni etnico politiche rimaste irrisolte dagli interventi internazionali negli anni 90.

 

Fonti e Approfondimenti:

https://www.foreignaffairs.com/articles/bosnia-herzegovina/2016-12-20/dysfunction-balkans

https://www.foreignaffairs.com/articles/serbia/2015-09-11/playing-field-serbia

http://www.intelligencerpost.com/serbia-autocracy-blessed-eu-russia/

http://tass.com/world/949973

http://www.foxnews.com/world/2017/03/30/eu-russia-tensions-rise-after-putin-agrees-to-sell-fighter-jets-to-serbia.html

http://www.huffingtonpost.com/samuel-ramani/why-russia-is-tightening-_b_9218306.html

http://www.reuters.com/article/us-serbia-protests-idUSKBN1772LA?il=0

http://bnr.bg/en/post/100220782/balkan-countries–economic-benefits-and-eu-membership

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