El Indio: una prospettiva su Evo Morales

Di Kevin Carboni

La ricerca delle cose perdute è intorpidita dai gesti consuetudinari, ed è per questo che costa tanta fatica trovarle.

In questa frase che G.G. Marquez fa quasi distrattamente pronunciare alla matriarca Ursula nel romanzo “Cent’anni di solitudine”, si intravede il destino del popolo indigeno sudamericano. Durante la “svolta a sinistra” intrapresa da molti stati dell’America Latina nella prima decade del XXI secolo, dalla Bolivia è partito un progetto faticoso ma vincente che ha portato ad una crescita economica del 5.4% di media negli ultimi anni: da quando nel 2005 Evo Morales, con il MAS (Movimento Andino Sindacale), è diventato il primo presidente indigeno della Bolivia. Questo percorso ha avuto il suo apice nell’approvazione tramite referendum della seconda costituzione indigena del Sud America, il 25 gennaio del 2009 (appena tre mesi dopo quella dell’Ecuador). Un cambiamento culturale straordinario, che è riuscito a trovare una sintesi tra i valori tradizionali della cultura indigena e le issues evidenziate dai diritti di terza generazione.

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La Bolivia è un paese di più di 10 milioni di abitanti, di cui circa il 69% è costituito da popolazioni indigene, divise tra le due etnie maggioritarie (gli Aymara e i Quechua) e circa trenta etnie minoritarie. La restante percentuale è composta da bianchi o meticci. La sussistenza della gran parte delle etnie indigene è legata alla coltivazione di coca che, oltre ad essere una risorsa economica, ha le sue radici in una cultura millenaria che ne fa una pianta sacra usata anche per la medicina tradizionale. Il motore economico dello Stato, invece, è rappresentato dalle sue enormi risorse energetiche che, prima della presidenza Morales, hanno conosciuto un’intensa privatizzazione da parte di imprese estere. Il paese, negli anni novanta, si presentava al mondo con la legislazione indigenista meno avanzata del Sud America, senza nessun riconoscimento ufficiale delle lingue indigene, con problemi di alfabetizzazione e di povertà e sottoposta alle pressioni del governo statunitense impegnato a richiedere alla Bolivia una drastica diminuzione del terreno coltivato a coca. Sono gli anni in cui Morales, indigeno sindacalista dei cocaleros (coltivatori di coca), assume la guida del movimento sindacale. La sua leadership fu in grado di suscitare un così grande consenso da riuscire a bloccare, nel 1994, l’approvazione di alcune politiche restrittive sulle colture di coca, grazie all’organizzazione di vasti movimenti di piazza e all’attenzione internazionale che Morales fu in grado di catalizzare verso le richieste del movimento di indigeni e cocaleros. Morales riuscì ad essere eletto alla camera dei deputati nel 1997 ma, accusato di terrorismo a causa del suo impegno nella lotta contro le politiche anti-coca del governo, nel 2002 venne rimosso dal suo seggio al congresso nazionale (con voto unanime dei partiti tradizionali). Successivamente, questa “rimozione forzata” oltre ad aumentare la sua popolarità, fu dichiarata incostituzionale e il leader del MAS presentò la sua candidatura alle presidenziali che si sarebbero svolte quell’anno. Nello stesso periodo negli USA cominciava il secondo anno dell’amministrazione di G. W. Bush, che rappresenterà il simbolo dell’americanismo contro cui si rivolgeranno la retorica e la politica di Morales.

Dopo aver ottenuto il 21% alle elezioni del 2002, il MAS consolidò la sua legittimazione popolare come secondo partito del Paese, a pochi punti di distanza dal Movimento Nazionale Rivoluzionario che risultò primo partito. La strada verso la presidenza diventò una realtà concreta. Tra il 2002 e il 2003, il MAS perseguì un’opposizione irriducibile nei confronti del governo. L’unico accordo possibile consisteva nell’ottenere le dimissioni dell’allora presidente al fine di indire nuove elezioni. Il paese rischiò per due volte l’insurrezione popolare ma, il 17 ottobre, il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada rassegnò le sue dimissioni e decise di lasciare La Paz per trasferirsi a Miami.

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PRESIDENZA E COSTITUZIONE

‘’Somos pueblo, somos MAS!’’. Con questo slogan il Movimento Andino Sindacale raggiunse il 54% delle preferenze, vincendo a mani basse le elezioni del 2005. Il primo obiettivo fu la riforma costituzionale: per redigerla, nel 2006, venne eletta l’assemblea costituente. Anche l’economia del paese venne radicalmente trasformata, attraverso la nazionalizzazione completa dei settori strategici degli idrocarburi e dell’estrazione del litio, e la totale legalizzazione della coltura della coca per usi alternativi alla cocaina. Le riforme del sistema scolastico portarono all’alfabetizzazione completa nel 2008. E nel 2009 un referendum popolare legittimò l’entrata in vigore della nuova costituzione indigenista che, assieme a quella dell’Ecuador, si inserisce nel “costitucionalismo experimental”, esempio di rottura con il costituzionalismo eurocentrico.

Questi assetti giuridici sono legittimati dai meccanismi di natura partecipativa e interculturale che adoperano, necessari per un dialogo tra tradizioni giuridiche diverse. Secondo il pensiero di Serena Baldin, docente di diritto pubblico comparato dell’Università di Trieste, “Il manifesto politico che permea il rinnovamento si basa sul socialismo, in sintonia con l’organizzazione delle comunità autoctone, e sui valori ancestrali andini. I pilastri della nuova architettura si identificano nel sumak kawsay, nella plurinazionalità e nei diritti riconosciuti alla natura. Il tratto più originale delle costituzioni è offerto dai richiami alla cosmovisione andina, sumak kawsay in lingua quechua e suma qamaña in aymara, buen vivir o vivir bien nella versione castigliana”. La cosmovisione è data dalle immagini del mondo, dalle valutazioni sulla vita e dagli orientamenti della volontà. Per questo non è difficile pensare quanto possano essere profonde le differenze tra cosmogonia andina e occidentale

La concezione economica andina si basa sulla reciprocità, così come la loro costruzione sociale lo è sulla vita comunitaria. La nuova costituzione, inoltre, priva la chiesa cattolica del vetusto status di religione ufficiale, rimarcando così la laicità dello stato e il suo più intimo collegamento con le tradizioni indigene. Sancisce la proprietà dello Stato sul sottosuolo ed espropria, per redistribuirle, tutte le proprietà terriere superiori ai 5000 ettari, favorendo la proprietà cooperativa e ancorandola alle comunità indigene. Nel testo fondamentale, l’idea della proprietà garantita è legata all’avere una “funzione sociale”, caratteristica che l’avvicina alla Costituzione italiana del 1952 (che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti).

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L’ESPERIENZA DEMOCRATICA INDIGENISTA NEL SUD AMERICA

In politica estera, Morales fa della Bolivia il terzo membro dell’Alianza bolivariana para América Latina (ALBA), assieme a Cuba e al Venezuela di Ugo Chavez. Nei primi mesi di presidenza, invece della consuetudinaria visita al presidente degli Stati Uniti, El Indio visiterà diverse nazioni in cerca di sostegno politico ed economico. Partendo dai suoi alleati sudamericani, incontrerà alcuni leader europei, cinesi e sudafricani. Altra grande iniziativa sarà il lancio di una “Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della madre terra”, con lo scopo di presentare una piattaforma di proposte al vertice ONU sul cambiamento climatico in Messico nel 2010. Insomma, quella che si presenta agli occhi del mondo è una democrazia rappresentativa in crescita, con lo sguardo diretto verso il futuro ma consapevole del passato. I semi della democrazia fioriscono nei paesi latinoamericani come la Bolivia, dove i movimenti popolari riescono a sintetizzare le proprie istanze con tematiche globali spingendole all’interno del dibattito democratico, reindirizzando la sua attenzione verso di loro. La democrazia in America Latina si sta dunque consolidando, includendo dentro di se i movimenti armati e dimostrandosi il sistema più efficace nel garantire la partecipazione collettiva e, nel contempo, delegittimando l’utilizzo di metodi violenti. Basti pensare al caso colombiano e al passaggio delle FARC da movimento guerrigliero a partito. In questo contesto il pericolo maggiore è da individuarsi nelle possibili derive populiste che, come nel caso del Venezuela post Chavez, rischiano di “costituzionalizzarsi” e minare le fondamenta dell’istituzione democratica, portandola al collasso.

In Bolivia l’incapacità del MAS di trovare un nuovo Leader che sostituisca Morales alla presidenza, rischia di far precipitare il paese verso questa china. L’attuale presidente ha già dovuto affrontare delle modifiche costituzionali per accedere al suo terzo mandato, mentre il testo costituzionale originario prevedeva una sola possibilità di rielezione. E nonostante l’anno scorso un referendum popolare abbia bocciato una nuova proposta di modifica per inserire la possibilità di un quarto mandato, il consenso di Morales rimane invariato come la sua intenzione (o impossibilità) di abbandonare la presidenza. L’esperienza boliviana sembra però essersi dotata degli anticorpi necessari a respingere la retorica populista del “noi” come popolo, unico e legittimo, già dal cambiamento del nome storico di Repubblica di Bolivia ad Estado Plurinacional de Bolivia.

L’esperienza di Ecuador e Bolivia è il faro che può illuminare il cammino degli altri paesi dell’America Latina verso sistemi democratici efficaci, adatti alle peculiarità del proprio territorio e delle proprie popolazioni. Le “cose perdute”, per riprendere Marquez, vogliono essere ritrovate anche se con fatica. Ad oggi, il Messico sembra il prossimo a voler affrontare questa sfida. Il consiglio nazionale indigeno, a 23 anni dalla rivoluzione zapatista, ha scelto di presentare un candidato alle presidenziali del 2018. Anzi, una candidata: Maria de Jesus Patricia Martinez.

Noi non puntiamo ai voti, ma alla ricostituzione dei nostri popoli” ha detto Patricio Martinez, guaritrice tradizionale, originaria della comunità indigena di Tuxpan “Combatteremo per la vita e la vita comprende terra, territorio, acqua. Vogliamo recuperare ciò che ci è stato preso”.

 

FONTI E APPROFONDIMENTI:

http://www.bbc.com/news/world-latin-america-18727507?intlink_from_url=http%3A%2F%2Fwww.bbc.com%2Fnews%2Ftopics%2Fd55a4b54-7eed-4338-90c5-9199dec7309f%2Fbolivia&link_location=live-reporting-story

http://www.bolivia.de/es/bolivia/culturas/estado-plurinacional-de-bolivia/

http://news.bbc.co.uk/hi/spanish/business/newsid_7793000/7793177.stm

http://www.limesonline.com/rubrica/il-presidente-di-quasi-tutti-evo-morales-rivince-in-bolivia

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