Elezioni lampo in Giappone

Il Giappone è stato chiamato questa mattina al voto dopo che, lo scorso 25 settembre, il Primo ministro in carica Shinzo Abe ha annunciato, secondo le prerogative costituzionali, di sciogliere anticipatamente la Camera bassa, rispetto alla normale scadenza del dicembre del prossimo anno. Secondo quando detto dallo stesso Abe, la ragione risiederebbe nel restituire la parola al popolo in un momento di cruciale importanza come quello che il Giappone sta vivendo. La campagna elettorale, dunque, è partita con rapidità e senza che realmente i principali sfidanti avessero la possibilità di mettere in moto la macchina partitica per acquisire i consensi.

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Problema, questo, che non ha realmente inficiato la performance dell’uscente Premier, il cui Partito Liberaldemocratico, con solo rare e sfortunate pause, ha da sempre guidato il Paese all’indomani del secondo conflitto mondiale. A convincere Abe a tale gesto non sono state tanto le dinamiche pur discusse in campagna elettorale relative all’economia. Il suo programma economico, l’Abenomics, benchè dai risultati alterni e spesso giudicato non efficace, continua ad essere uno dei cavalli di battaglia del Premier, che al momento appare più concentrato sul fronte della difesa e della sicurezza. Due tematiche, queste, che da sempre hanno investito il Giappone in maniera dirompente e per le quali Abe si è prepotentemente speso nel corso dell’ultimo anno. L’idea del Premier è quella di modificare l’odioso articolo 9 che, posto come dictat dagli Stati Uniti all’indomani della resa dopo il conflitto mondiale, non consente di fatto al Giappone di disporre di un corpo militare al pari delle altre grandi potenze . In altre parole, la capacità offensiva del Paese è fortemente compromessa e legata ad accordi bilaterali stipulati prevalentemente con il partner d’oltreoceano. Le istanze fino ad ora mostrate dal popolo giapponese, tuttavia, non hanno dato ragione alla volontà di Abe e sono andate nella direzione opposta, quella di un vigoroso pacifismo. A cambiare gli assetti che sembravano congelati sino a pochi mesi fa non è stata tanto la nemica storica, la Cina, quanto le minacce della Corea del Nord ed il recentissimo lancio di un missile che ha sorvolato i cieli del Giappone, convincendo l’opinione pubblica dell’estrema vulnerabilità del proprio Paese. Politicamente parlando, tale evento, pur nella sua certa gravità, è giunto in un momento molto importante per il Governo uscente, caratterizzato negli ultimi mesi da continui scandali che hanno minato profondamente il supporto del Primo ministro, fino a scendere sotto il 30% nel corso di questa estate. A pochi giorni dalle elezioni, invece, il consenso sembra essere raddoppiato e ha sfiorato quasi il 55%. L’ottenimento di un nuovo mandato garantisce ad Abe non solo il pieno completamento delle sue politiche economiche, ma anche la tanto agognata riforma costituzionale, nonché un mutato atteggiamento internazionale del Paese, che può aspirare a far sentire la propria voce in tutti i consessi.

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La partita, come si diceva, non è stata certo complessa, in presenza di un’opposizione i cui partiti, singolarmente, non erano dati a più dell’8% nei sondaggi. Tra i principali avversari vi è indubbiamente il nuovo Partito della Speranza, guidato dalla governatrice di Tokyo Yuriko Koike che, fino a qualche mese fa, militava per lo stesso Partito Liberaldemocratico.

A rendere ancora più interessanti i giochi vi sono state le dichiarazioni del Primo ministro Abe che, per lanciare un’ulteriore messaggio elettorale, ha iniziato la campagna elettorale a Fukushima, dove si è deciso il destino dell’unico recente governo del Partito democratico, poi confluito nel Partito Democratico Progressista. Da qui, il leader del Partito liberaldemocratico ha sottolineato come egli fosse disposto a lasciare le fila del Partito se lo stesso non avesse raggiunto, insieme al partito di coalizione, la maggioranza assoluta di 233 seggi, che gli aprirà la strada verso la revisione costituzionale. Ha poi concordato con gli alleati circa una ridistribuzione dell’onere delle tasse, con una sostanziale riduzione delle spese a carico dei cittadini per il sistema educativo.

Sempre in tema di tasse, anche il Partito della Speranza avrebbe proposto una modifica sostanziale del sistema delle imposte, sottolineando come questo sia un tema sensibile che restituirà credibilità ad una politica ormai stanca. Dalla sua, indubbiamente, Abe ha il sostegno di anni di governo in cui è spesso riuscito a mostrare la sua determinazione nel raggiungimento di specifici obiettivi. A ben vedere, lo stesso Partito della Speranza, di ispirazione conservatrice, ha condiviso e condivide tanto la necessità di una riforma costituzionale quanto il giudizio di costituzionalità sulla recente legge in tema di sicurezza, invece fortemente criticata dall’opposizione.

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Anche l’improvvisa decisione di chiamare il popolo giapponese alle urne è stata molto discussa: secondo il Partito Democratico, infatti, Abe starebbe condannando il Giappone ad una lunga fase di incertezza, in un momento molto teso a causa della minaccia coreana. A confortare tale ipotesi, un sondaggio circolato alcuni giorni prima delle elezioni secondo cui Abe avrebbe rischiato di perdere oltre 40 seggi, pur mantenendo la maggioranza. L’incertezza sul Partito a cui affidare il voto è rimasta comunque dilagante fino alle ultime fasi, con un picco del 45%, tra le altre ragioni anche per la difficile collocazione del Partito di Koike all’indomani delle elezioni. 

Infine, un ulteriore elemento che ha certo giocato un ruolo importante nel risultato elettorale è la revisione della legge elettorale. I recentemente ridotti seggi da coprire, ora 465, vedono una componente maggioritaria uninominale per 289 posti ed una proporzionale dei restanti 176 seggi.

 

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