La frustrazione e il ritorno: una visione della jihad

Esattamente due anni fa il mondo intero assisteva inerme agli infami attentati del Bataclan portati avanti da un’organizzazione che sembrava essere imbattibile; il 5 novembre 2017 le forze lealiste siriane hanno lanciato la notizia che Deir Ezzor, ultima roccaforte di ISIS in Siria, era caduta. Del Califfato di Al Baghdadi e delle sue promesse di sangue nella moschea di Mosul non resta che sabbia, la sabbia che i soldati del califfo stanno calpestando per scappare verso il confine iracheno.

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Le armate jihadiste, 7000 uomini che secondo i servizi francesi erano presenti nella città, sono ora in marcia nel deserto mentre si lasciano alle spalle un nugolo di trappole esplosive lungo le poche strade che sono rimaste agibili. Il futuro di questi criminali di guerra, che fino ad un anno fa spaventavano il mondo, è deciso solamente dal paese che ha rilasciato il loro passaporto. Chi viene da Siria o Iraq è ormai condannato, non può scappare, può solo nascondersi. Chi invece proviene da paesi europei o lontani dal Medio Oriente può ancora salvarsi e portare avanti la follia jihadista, riportando a casa la guerra che ha combattuto per 4 anni.

 

Chi riesce, chi prova e chi decide di non andare

La prima cosa che è necessario capire è che non solo i foreign fighters che tornano da Siria e Iraq sono potenziali terroristi, è necessario ragionare sulle modalità in cui i jihadisti tornano. Per valutare la pericolosità di un soggetto le forze di sicurezza usano indici di rischio personale che sono misurati sui precedenti attentati e sulle caratteristiche dei precedenti attentatori.

La maggior parte di coloro che vanno a combattere nei teatri di guerra mediorientali raggiungono un tale livello di ideologizzazione che l’unico desiderio è quello di difendere il califfato fino alla morte, anche perché spesso la sopravvivenza di ISIS significa il mantenimento delle proprie ricchezze (case, soldi e mogli).

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I combattenti che tornano volontariamente in patria sono infatti coloro che sono andati in Siria, attirati dalla propaganda jihadista, e si sono ritrovati in un mondo totalmente opposto e sono riusciti con fatica a scappare e tornare indietro. I report dei centri di ricerca sulla jihad hanno soprannominato l’ISIS come “The jihadi hotel” dove si può chiedere il conto quando si vuole, ma non si può mai andare via realmente. Dai documenti ritrovati nelle roccaforti cadute in Siria e Iraq si è visto come molti combattenti avessero chiesto di partire, per poi essere arrestati con l’accusa di tradimento. Partendo da queste nozioni è chiaro che questi soggetti sono i meno pericolosi e i più utili per le forze di sicurezza occidentali, essendo solitamente disposti a cooperare e a fornire informazioni importanti dall’interno del gruppo.

Gli uomini con un indice di pericolosità elevato ma con un basso indice di partecipazione sono invece i combattenti che tornano dopo essere stati catturati o dopo che gli è stato ordinato dall’organizzazione. Questi individui hanno dimostrato la propria capacità distruttiva già negli ultimi anni, gli attentati del Bataclan erano stati ideati e progettati da soggetti mandati intenzionalmente per colpire. Il lato positivo è che questi soggetti sono anche i più facilmente identificabili, solitamente attraverso intercettazioni o fonti di intelligence, e sono stati proprio questi elementi esterni a far prevedere e sventare attentati terroristici negli ultimi due anni. Va notato però che solitamente questi soggetti non partecipano attivamente all’attentato.

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Le statistiche  ci suggeriscono un dato molto interessante: coloro che hanno il più alto tasso di pericolosità e che più volte hanno partecipato ad attacchi terroristici sono i soggetti che non hanno mai deciso di andare nei teatri di guerra o che ci hanno provato ma hanno fallito. I terroristi che hanno colpito la redazione di Charlie Hebdo e quelli che hanno colpito l’aeroporto di Bruxelles erano proprio appartenenti a questa categoria, avevano provato a raggiungere la Siria senza riuscirci. Nel percorso avevano ricevuto un parziale addestramento militare e poi erano stati catturati, la maggior parte in Turchia, per poi essere rispediti in patria, dove avevano fatto perdere le proprie tracce.

Abitudine, conoscenza del luogo e frustrazione

Adesso è necessario chiedersi per quale motivo proprio questi soggetti abbiano un  indice di pericolosità così alto. Per rispondere a questa domanda è necessario prendere in considerazione tre elementi: l’abitudine, la conoscenza del posto e la frustrazione.

L’abitudine è il primo motivo per cui ex combattenti stranieri non partecipano direttamente agli attentati e a volte sono proprio loro a farli fallire. Gli ex combattenti infatti ritengono gli attentati una missione secondaria, rispetto alla lotta sul campo, in difesa dei luoghi sacri, o delle proprie ricchezze mediorientali, di conseguenza non mettono grande voglia o attenzione.

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Coloro che non hanno esperienza di lotta sul campo e provengono da situazioni sociali di esclusione vedono questi eventi come l’unico momento di gloria della  propria vita, e sono pronti a fare tutto per guadagnare attenzione mediatica e soddisfazione personale.

Il secondo elemento è la conoscenza del posto. La maggior parte dei foreign fighters che tornano non vivono nelle città occidentali da anni e quindi, di conseguenza, hanno perso le abitudini di vita e la profonda conoscenza delle città. Diversamente da questi  i terroristi che sono rimasti in patria sanno perfettamente come funziona la vita occidentale e spesso, avendo passati criminali, sono anche molto abili nelle sparatorie cittadine e nei combattimenti corpo a corpo per le strade e hanno rapporti anche con soggetti non radicalizzati dai quali possono ricevere aiuto. Questo li rende estremamente efficaci in contesti cittadini, nonostante un addestramento militare non completo.

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Il terzo elemento è sicuramente il più importante: la frustrazione. Questo sentimento è alla base di tutto il sistema di radicalizzazione, dall’inizio alla fine. Analizziamo il processo che porta alla sua creazione.

La frustrazione relativa è uno degli indicatori che definiscono se un individuo è più o meno predisposto all’estremismo di qualsiasi colore o religione. Un soggetto proveniente da contesti sociali disagiati è solitamente spinto tra braccia di queste ideologie proprio dall’idea che i suoi progetti sono quasi sempre inarrivabili per i propri mezzi culturali e materiali e non possano essere raggiunti per colpa della società che lo ha scelto come nemico.

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Una volta che il soggetto si è radicalizzato questo sentimento resta centrale e spiega la diversa pericolosità dei foreign fighters. La frustrazione di coloro che hanno combattuto in Siria e Iraq è più rivolta verso i vertici dell’organizzazione che li hanno mandati ad organizzare attentati o che li hanno lasciati catturare. L’oggetto del desiderio nella mente di questi uomini resta la morte da martire e la volontà di raggiungerlo nei luoghi sacri del Medio Oriente.

L‘odio di coloro che sono rimasti a casa punta Invece verso la società occidentale nel suo complesso, che loro incolpano per averli frenati dall’andare a combattere per il proprio “Dio”. Questo sentimento profondo, insieme al tempo prolungato e ai contesti sociali disagiati in cui si sviluppa e si evolve, come le banlieue, crea una repulsione viscerale da far arrivare un uomo ad uccidere chiunque, anche l’amico di sempre, ormai trasformatosi nel simbolo della società nemica e infedele.

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