Messico: una democrazia da rivedere?

di Kevin Carboni

A luglio 2018, i messicani saranno chiamati al voto per eleggere un nuovo presidente. Il mandato, che dura sei anni, sarà conteso tra due principali candidati: José Antonio Meade, candidato del partito di governo (PRI Partido revolucionario institucional) e Andrés Manuel López Obrador, candidato per la coalizione di centro sinistra (leader del Morena Movimiento regeneración nacional diventato partito nel 2014).

Il primo è l’ex ministro delle finanze dell’attuale governo, presieduto da Enrique Peña Nieto, economista laureato a Yale e non iscritto al PRI. La sua candidatura è strategicamente orientata nel presentare un tecnico come presidente. Da un lato per compensare al tracollo di consensi e fiducia che sta subendo il Partido revolucionario a causa di scandali legati alla corruzione della sua elite, dall’altro per contrapporre all’alone populista che circonda il suo principale avversario, l’aura taumaturgica dell’onesto e competente liberale.

Infatti  López Obrador (Amlo, come è stato ribattezzato dalla stampa messicana), al suo terzo tentativo nella corsa presidenziale, viene presentato come un leader populista di sinistra e il suo nome è spesso associato a Maduro e a Chavez; la sua retorica, in effetti, si incanala nel solco populista, dichiarandosi il rappresentante della volontà del popolo per sconfiggere “la mafia del potere” cioè le oligarchie politico-economiche di cui, emblematicamente, può essere un esempio la storia del PRI.

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Il Partido revolucionario institucional è nato nel 1929, con il nome di Partido Nacional Revolucionario, in seno alle profonde convulsioni di riflusso attraversarono il Messico negli anni successivi alla rivoluzione del 1911 e alla fine della guerra cristera, scatenata dalla popolazione rurale del centro nel Messico, guidata dal clero, contro le dure misure anticlericali previste dalla costituzione di Querétaro del 1917. Dal allora per i successivi 71 anni questo partito di centro destra ha detenuto il potere nel paese, governando in un sistema politico che Giovanni Sartori definisce “sistema a partito egemonico”. Modello caratterizzato dal dominio autoritario di un partito e dalla presenza di formazioni di opposizione che si comportano come partiti-satellite, senza alcuna aspettativa di vincere la lotta politica. Gli anni del PRI sono quelli dell’escalation del narcotraffico, come riportato da uno studio del Woodrow Wilson International Center for Scholars “during the 1950s through the 1980s, Mexico had in place a highly centralized power structure that was not only permissive, but protective of organized criminal activities. Thanks to these conditions, Mexican drug trafficking organizations went virtually unchallenged by the state, operated in relative harmony, and grew extremely powerful” (tra il 1950 e il 1980, si stabilizzò in messico una struttura di potere che non fu solo permissiva, ma anche protettiva nei confronti delle attività criminali. grazie a queste condizioni, le organizzazioni di narcotraffico Messicane non furono messe in discussione dallo stato, ma operarono in relativa armonia con esso, e diventarono estremamente potenti).

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Lo stesso rapporto evidenzia come, a seguito della prima sconfitta del PRI nel 2000 per mano del Partido Acción Nacional, (PAN), i cambiamenti politici determinati dalla decentralizzazione del potere e dalla nascita di un vero pluralismo democratico, siano stati in grado di destabilizzare l’equilibrio creatosi tra gli attori statali e il crimine organizzato. L’ovvia conseguenza di questo cambiamento fu un terribile aumento della violenza tra i cartelli e le autorità governative e tra i cartelli stessi, con decine di migliaia di vittime collaterali che restano vive nella memoria del popolo messicano. L’ apice delle violenze tra governo e narcotraffico si è avuto tra il 2006 e il 2012, sotto la presidenza di Felipe Calderón Hinojosa (PAN) con un totale ufficiale di 47.515 morti, stimato oltre i 100.000 da alcune Ong. Questo è forse il dato più rilevante per spiegare l’inaspettato ritorno al potere del PRI nel 2012, retrocesso a terza forza politica nelle elezioni del 2006. Il sentimento comune dell’opinione pubblica puntava forse a ripristinare l’antico equilibrio tra attori criminali e statali, sperando di giungere ad una riappacificazione. Obiettivo completamente disatteso, non solo dai dati che inquadrano il 2016 come l’anno con il più alto tasso di omicidi collegati al narcotraffico, ma dall’azione di un governo percepito come oligarchico e al servizio dei grandi interessi commerciali, il cui tasso di gradimento si è attestato al 2% negli ultimi sondaggi.

Il Messico è la quindicesima potenza mondiale, una repubblica federale presidenziale, ma questa democrazia sembra afflitta da malattie genetiche incurabili, pronte a trascinarla verso ricadute in qualche modo fatali per il suo sviluppo. Problemi endemici oscillananti tra il populismo e l’autoritarismo, protagonisti anche di tutte le altre competizioni elettorali che si succederanno nel 2018 e che si sono già appropriate della scena in Cile, Honduras e Venezuela. Il caso messicano è poi quello più a contatto con gli spettri politico-economico statunitensi, l’era della post-truth, del populismo del presidente Trump e della minaccia di revisione del NAFTA (il trattato di libero commercio dell’america del nord). Non deve stupire che un candidato come López Obrador utilizzi strategicamente la retorica dell’anti-americanismo e l’identificazione di un “popolo” che contrasti le elite dominanti per raggiungere la presidenza. Inoltre, il sistema politico di questo paese è strutturato in modo tale da ostacolare la candidatura di personalità indipendenti, limitando così la formazione di nuove organizzazioni politiche e facilitando l’egemonia partitica e i populismi. Per poter ufficializzare una candidatura alla presidenza, devono essere raccolte oltre 800mila firme, circa 50mila in 17 diversi stati sui 33 della repubblica messicana e, per firmare, occorre utilizzare una app che funziona solo su cellulari e tablet di ultima generazione.

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Questa è la prima e più importante sfida che dovrà affrontare la candidata María de Jesús Patricio Martínez, indigena Nahua e vocera del Consejo Indigena de Gobierno (CIG), organismo nato dalla decisione del EZLN e del Consejo Nacional Indigena (con la partecipazione di 523 comunità, di 25 Stati del paese e 45 popoli indigeni). Vera novità di questa competizione elettorale, è la prima donna indigena candidata alla presidenza della Repubblica messicana. Una decisione storica che è segno della volontà indigena di entrare a pieno titolo nei processi democratici, di pretendere l’adeguamento alle proprie origini e rivendicazioni, da troppo tempo considerate secondarie, ma che riguardano, in Messico, un quinto di una popolazione di 127 milioni di abitanti. Qualcosa ben più di una minoranza.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

Loris Zanatta “Storia dell’America Latina contemporanea”

https://www.internazionale.it/video/2016/11/14/messico-ostaggio-narcotrafficanti

https://www.britannica.com/place/Mexico/Ethnic-groups

Luis Astorga and David A. Shirk, Drug Traffiking Organizations and Counter-Drug Strategies in the U.S.-Mexican Context, Woodrow Wilson International Centre For Scholars Mexico Institute, Working Paper Series on U.S.-Mexico

https://ilmanifesto.it/la-rivoluzione-indigena-di-marichuy-mi-candido-perche-voglio-dignita/

http://www.limesonline.com/cartaceo/anatomia-di-una-ex-dittatura-partitica?prv=true

http://www.limesonline.com/rubrica/crescita-e-diplomazia-regionale-il-messico-di-pena-nieto

https://regeneracion.mx/en-mexico-90-considera-que-pena-gobierna-para-los-poderosos-latinobarometro/

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