Ricorda: Il Piano Marshall 1948

Sono passati ormai 70 anni dal 3 aprile 1948, giorno in cui Harry Truman, allora Presidente degli Stati Uniti, firmò quel provvedimento legislativo che, nel quadro del celebre Piano Marshall, autorizzava l’invio di ingenti aiuti finanziari ai Paesi dell’Europa occidentale.

piano-marshall.jpg

Oggetto sia degli elogi di chi lo vede come il momento più alto della politica estera americana, decisa in quel momento a costruire un’Europa libera e democratica, sia delle critiche di chi invece lo interpreta come mera colonizzazione commerciale del continente Europeo da parte degli USA, il Piano Marshall è il frutto di una situazione molto complessa, in cui marcate interpretazioni ideologiche non possono far altro che sfumare, lasciando spazio ad una spiegazione che vede il fenomeno in questione come una risposta naturale della politica americana alla congiuntura internazionale dell’epoca.

Sin dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, gli Stati Uniti avevano fornito ai Paesi devastati dalla guerra considrevoli quantità di aiuti sotto forma di generi alimentari. Tra il luglio del 1945 e il giugno del 1946, le derrate inviate dal governo americano in Europa e Giappone ammontavano a ben 16.5 milioni di tonnellate. Tuttavia, ancora nel 47, la situazione economica del continente stentava a migliorare. Una lenta ripresa era già in atto, ma l’inverno di quello stesso anno, uno dei più rigidi dalla fine dalla Seconda Guerra Mondiale, aveva causato una grande scarsità di cibo e di beni di prima necessità.

harry-truman-portrait
Harry Truman

 

La prima volta che si accennò ad un piano sistematico di aiuti finalizzato alla ricostruzione e alla ripresa economica Europea, fu in occasione di un discorso tenuto ad Harvard dal Segretario di Stato americano George C. Marshall (da cui prese poi nome il piano stesso) il 5 giugno del 1947:

E’ logico che gli Stati Uniti facciano tutto quello che è in loro potere, per aiutare il ristabilimento del benessere economico del mondo, senza di esso, non si può avere né stabilità politica né pace. La nostra politica non è diretta contro nessun Paese, contro nessuna dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos.

Con queste parole, si avviava un dibattito all’interno dell’amministrazione americana, che scaturì nello stanziamento di 13.3 miliardi di dollari (una cifra equiparabile a 135 miliardi di dollari di oggi) per favorire la rinascita economica del vecchio continente.

georgeMarshall071416.jpg
George C. Marshall

Il concepimento del Piano Marshall fu un processo molto lungo, le cui origini possono essere addirittura rintracciate in uno dei più grandi fallimenti di allora del governo statunitense. In vero, lo stesso Marshall, più di un anno prima del suo discorso ad Harvard, era stato incaricato dal Presidente Truman di trovare una soluzione pacifica alla scontro che, in quel momento, si apprestava ad infuriare in Cina tra le forze comuniste di Mao Zedong e i nazionalisti di Chang Kai Shek. Nonostante i grandi sforzi di mediazione del Segretario di Stato, gli americani non riuscirono a impedire la ripresa delle ostilità e successivamente il collasso del Governo nazionalista alleato di Washington; il comunismo stava ottenendo la sua prima grande vittoria sullo scacchiere mondiale.

Fu proprio durante questa esperienza durata 13 mesi che Marshall si rese conto come fosse importante contrastare ad ogni costo “fame, povertà, disperazione e caos”; soltanto in questo modo sarebbe stato possibile impedire un ulteriore espansione del comunismo anche in Europa.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Tale interpretazione dello scenario postbellico, si andò di fatto ad affermare come una delle linee guida del governo Americano. Nel Marzo del 47, il Sottosegretario di Stato Dean Acheson, incaricò il Comitato di coordinamento delle forze armate (SWNCC – State-War-Navy Coordinating Committee) di analizzare, in collaborazione con il Dipartimento del Tesoro, la situazione economica europea, tenendo però in considerazione le sfide poste dall’avanzata del comunismo. Il Comitato elaborò un rapporto consegnato poi in aprile con il quale si elaborava la famosa formula “bread and ballots rather than bullets (pane e voti piuttosto che pallottole), ossia lo sviluppo economico e il benessere degli europei venivano considerati da Washington come il mezzo più efficace per arginare l’avanzata del comunismo in Europa.

Le esigenze di politica estera andavano quindi ad intrecciarsi con la necessità di ricostruire un’Europa florida dal punto di vista economico. Se è vero che la volontà di porre un freno al dilagare dell’influenza sovietica nel vecchio continente è stata una delle ragioni alla base del piano Marshall, è altrettanto vero che il disavanzo di bilancio causato dall’export degli Stati Uniti in quegli anni costituiva una ragione altrettanto valida per l’ attuazione di un progetto così ambizioso. Di fatto, le esportazioni USA verso i Paesi europei ammontavano allora a ben 17 miliardi di dollari, mentre le importazioni di beni e merci dal continente ammontavano a soli 8 miliardi. Un tale disavanzo avrebbe potuto causare gravi conseguenze economiche per gli USA. Come affermato dallo stesso Acheson:

Gli Stati Uniti devono acquistare quante più merci possibili dall’estero allo scopo di diminuire il disavanzo tra ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò che esso può pagare. Non vi è in questo alcuna carità. Si tratta semplicemente di buon senso e di buoni affari.

Era necessario quindi per Washington risanare la forza commerciale dell’Europa.

Di fronte a tale volontà si poneva tuttavia il prolema della grande sconfitta del conflitto appena conclusosi: la Germania. Una rinascita europea era impossibile agli occhi di Marshall e Truman senza una Germania che riprendesse a svolgere il ruolo di motore economico del continente; ma come risolvere l’empasse tedesca?

main-qimg-dfb0ccc93dc8f09f42b3b5651bc8b148-c
Berlino alla fine del conflitto

Il 10 marzo era iniziata a Mosca una riunione dei ministri degli esteri delle potenze vincitrici. In quell’occasione erano emerse le grandi divergenze tra gli Alleati riguardo il riassetto politico dello Stato Tedesco. Inglesi e americani preferivano riorgnaizzare la Germania sotto la forma di uno stato federale, di modo tale da impedire che tendenze estremiste in uno degli Stati tedeschi potessero contagiare l’intero Paese. I sovietici erano invece più favorevoli alla creazione di uno stato centralizzato, in quanto tale assetto era considerato l’opzione migliore per permettere un più efficace pagamento dei debiti di guerra da parte dei tedesci. Infine la Francia era totalmente contraria alla rinascita di una Germania forte. Agli occhi di Parigi l’opzione proposta dai sovietici era inattuabile, in quanto un forte stato centrale avrebbe potuto costituire una nuova minaccia sul fronte orientale della Francia, mentre anche la posizione di Usa e Regno Unito sembrava troppo avanzata in quanto si preferiva una Germania ancora più decentralizzata e con un governo dai poteri fortemente limitati. Inoltre, mentre americani e britannici avevano iniziato a consentire un aumento della produzione nella propria zona di occupazione allo scopo di tentare di favorire una qualche ripresa, i francesi concepivano la crescita economica nella loro zona come esclusivamente finalizzata al pagamento dei debiti di guerra. La rinascita economica della Germania andava quindi inquadrata in un più vasto piano europeo di modo tale da tranquillizzare la Francia.

Era ormai logico, come anche affermato da Marshall nel suo discorso del 5 giugno del 47, che il piano venisse attuato come un processo inclusivo, in cui i diversi Stati partecipanti avrebbero ricoperto un ruolo attivo e non di mero recipiente. Si poneva tuttavia il problema dell’Europa orientale. Bisognava forse includere anche quei Paesi nella sfera d’influenza di Mosca?

AP401129015.jpg
Dean Acheson

Una volta che le intenzioni degli americani riguardo la loro volontà di aiutare gli europei furono rivelate, il Ministro degli esteri britannico Ernest Bevin e quello francese Georges Bidault, si incontrarono a Parigi per degli incontri preliminari il 27 giugno del 1947. L’invito venne anche esteso a Vjačeslav Michajlovič Molotov, Ministro degli esteri sovietico. Quest’ultimo si recò a Parigi con una delegazione forte di 300 esperti, una prova di una reale volontà di partecipare al programma. Tuttavia, iniziate le trattative si capì immediatamente come un compromesso tra i tre non fosse raggiungibile. Molotov proponeva un programma di aiuti costruito su misura dei singoli stati piuttosto che inserito in un più grande quadro europeo armato di strutture di controllo. Inoltre, Stalin, il quale si teneva in costante contatto con Molotov, era ormai convinto, forse non del tutto a torto, che il Piano Marshall non fosse altro che uno strumento degli Stati Uniti per isolare l’Unione Sovietica. L’empasse si rivelò irrisolvibile, portando la delegazione di Mosca ad abbandonare l’incontro.

Di contro, Bevin e Bidault procedettero con l’invito a tutti gli altri Paesi europei a incontrarsi per una conferenza che si sarebbe tenuta qualche giorno più tardi a Parigi. Anche la Cecoslovacchia accettò l’invito, ma il governo di Praga dovette presto cedere alle pressioni di Stalin e ritirarsi dal progetto. Altrettanto accadde per Polonia e Yugoslavia.

In seguito ad una fase preparatoria molto lunga, si arrivò alla costituzione nel 1948 dell’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (OECE), a cui poi aderirono anche Canada e USA, un organo di carattere tecnico e di coordinamento finalizzata ad inserire il Piano Marshall in un quadro più Europeo. Nasceva la prima organizzazione di collaborazione Europea.

D’altro canto, nello stesso periodo, venivano adottate da Washington delle misure legislative che istituivano l’Economic Cooperation Administration (l’organismo incaricato di amministrare il programma di aiuti) e l’European Recovery Programme, il quale avrebbe invece coordinato gli stanziamenti di aiuti in Europa. Infine, con una legge firmata da Truman il 3 aprile del 1948, si stanziavano 4,3 miliardi di dollari più un miliardo di dollari in merci per il primo anno del programma di aiuti. Il Piano Marshall era ormai divenuto realtà.

003014Chap1Conceptualizing-9_1.jpg

La serie di eventi descritta in quest’articolo, tenta di mostrare le diverse sfumature di quello che forse fu il più grande piano di aiuti economici della storia. Il piano Marshall certamente non può essere interpretato esclusivamente come un gesto magnanimo degli americani per costruire l’Europa distrutta dalla guerra, ma non sono neanche corrette le tesi che vedono il piano esclusivamente come strumento dell’imperialismo commerciale statunitense e dunque volto unicamente a creare un mercato ideale per la sovraproduzione USA. Certamente c’era la necessita per Washington di colmare un ingente disavanzo di bilancio e di sicuro il piano creò una stretta interdipendenza economica tra USA e Europa, ma i vantaggi per i Paesi europei furono evidenti negli anni a seguire, permettendo quindi di parlare di un mutuo beneficio delle parti e non di mero imperialismo.

Una questione più nodosa è invece quella che vede il Piano Marshall come una delle cause della suddivisione dell’Europa; l’Unione Sovietica non avrebbe mai accettato che i Paesi dell’Est si sottoponessero agli strumenti di controllo creati nel contesto del Piano, ed è anche molto probabile che gli americani, pur non estromettendo in linea di principio l’Europa orientale, sperassero nella sua autoesclusione (cosa che poi avvenne), di modo tale da destinare gli aiuti solo a quei Paesi ormai sotto la propria sfera d’influenza. Abbiamo inoltre visto come, nelle concezioni di Marshall, ma anche di tutta l’amministrazione USA, l’aiuto economico fosse concepito anche in quanto mezzo per eliminare quelle condizioni che avrebbero potuto portare al trionfo delle forze comuniste in Europa.

Nonostante ciò, 70 anni dopo il piano Marshall,  bisognerebbe guardarsi dal mitizzare o demonizzare questo grande fenomeno storico. Esso deve essere interpretato come una risposta pragmatica degli USA ad un mondo postbellico; una scelta che, sebbene non disinteressata, ha innegabilmente apportato notevoli benefici ai popoli dell’ Europa Occidentale.

Fonti e approfondimenti:

Ennio Di Nolfo, Storia delle Relazioni Intrnazionali, dal 1918 ai giorni nostri, Editori Laterza, 2009, pp. 684-710

https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-06-08/how-marshall-plan-emerged-failure

Seven Theses on the Marshall Plan

https://www.independent.co.uk/news/world/europe/marshall-plan-70th-anniversary-europe-us-foreign-policy-aid-second-world-war-harry-truman-a8285996.html

Rispondi