Guida ai cambiamenti climatici: le istituzioni che regolano l’ambiente

È nel 1988 che, per la prima volta nella storia, viene lanciato pubblicamente l’allarme dei cambiamenti climatici come conseguenza delle attività umane. A fare tale dichiarazione è il climatologo e astrofisico della NASA James Hansen nel Senato degli Stati Uniti. Nello stesso anno, la World Metereological Organization (WMO) e l’UN Environment Programme (UNEP) fondano l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), un corpo di scienziati da tutto il mondo per studiare i cambiamenti climatici e fornire informazioni sui suoi effettivi impatti ambientali e socio-economici. È l’inizio di un lungo processo volto a trovare soluzioni per un problema globale e più complesso della maggior parte dei problemi ambientali. Gli studi sul clima dimostrano scientificamente aumenti significativi nella concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera che aumentano l’effetto serra e di conseguenza la temperatura dell’intero pianeta.

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Già nella fine del 1800, studiando gli effetti dell’uso del carbone come fonte energetica in ambito industriale, il chimico svedese Svante Arrhenius era giunto alla conclusione che tale pratica avrebbe portato a un aumento dell’effetto serra sul pianeta, assieme però a innumerevoli altri benefici; i benefici predetti da Arrhenius hanno infatti portato la popolazione mondiale a crescere di sette miliardi dai tempi delle sue dichiarazioni. Tuttavia, il progresso garantito dall’uso dei combustibili fossili dalla Rivoluzione Industriale nel 1700, è diventato nel corso dei secoli una minaccia stessa per l’esistenza del genere umano. Le conseguenze del riscaldamento globale minacciano equilibri ed ecosistemi da cui l’uomo è necessariamente dipendente, le cause sono molte e il compito di ridurre le emissioni non può essere affidato ad un solo settore o ad un solo tipo di tecnologia. A differenza di altri problemi, i cambiamenti climatici sono un problema intergenerazionale, che richiede un sforzo globale coordinato e lungimirante. 

È con questo intento che nel 1992 a Rio de Janeiro si svolge la conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo (il cosiddetto Earth Summit), ed è in questa occasione che si apre per la prima volta il United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC).

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Si tratta di una conferenza volta a stabilire un accordo su principi e strutture legali per le negoziazioni internazionali sul clima, con l’obiettivo ultimo di raggiungere livelli stabili di concentrazione di gas serra, tali da impedire pericolose interferenze con il clima del pianeta. L’accordo viene firmato da 192 partecipanti tra associazioni non governative e nazioni, ma non è in questa occasione che vengono discusse concretamente responsabilità di inquinamento e definiti i limiti di emissioni di gas serra. L’UNFCCC entra ufficialmente in vigore nel 1994 con 196 partecipanti (“Parties”) che si riuniranno ogni anno nella Conference of Parties (COP) per discutere e negoziare sulle soluzioni da adottare in maniera multilaterale per limitare i cambiamenti climatici. Da allora 23 COP si sono svolte in tutto il mondo, dando luogo ai più famosi accordi internazionali quali il Protocollo di Kyoto nel 1997 durante la COP 3 (ma entrato in vigore solamente nel 2005), e l’Accordo di Parigi nel 2015 durante la COP 21, molto diversi tra loro.

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Le difficoltà nel giungere ad un accordo tra i vari paesi sono molte, dovute alle diverse condizioni e interessi dei vari paesi partecipanti. I maggiori problemi che spesso bloccano i processi di trattativa e il raggiungimento di soluzioni condivise sono il livello di sviluppo economico, la diversa disponibilità di risorse energetiche, responsabilità storiche di inquinamento e vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici.

I gruppi, o coalizioni, più influenti durante le negoziazioni sono l’Europa, il cosiddetto “Umbrella group” composto da Australia, Canada, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia, Russia, Ucraina e USA, il G77 formato dai paesi in via di sviluppo, l’AOSIS (Alliance of Small Island States), ed il gruppo “G8+5”, dove i cinque paesi aggiunti sono Brasile, Sud Africa, Cina, Messico e India.

In particolare, la suddivisione in due grandi blocchi è stato il sistema adottato per le negoziazioni che hanno dato vita al Protocollo di Kyoto (sistema non più usato per il più recente Accordo di Parigi): un grande blocco “Annex I countries” formato da 41 paesi sviluppati e l’Europa (includendo paesi in transizione verso economie più avanzate), maggiormente responsabili dei livelli pericolosi di inquinamento e quindi tenuti a pagare con tagli netti alle loro emissioni; un blocco “Non-Annex I countries” formato dai paesi in via di sviluppo, con voce in capitolo nelle negoziazioni, ma non necessariamente tenuti a rispettare target sulle emissioni. Il Protocollo di Kyoto, con questo tipo di “impegni differenziati”, aveva puntato ad una riduzione complessiva delle emissioni del 5,2% da raggiungere nel periodo 2008-2012, obiettivo non precisamente ambizioso, ma complessivamente raggiunto e superato con una riduzione di emissioni totale del 12,5% (grazie principalmente al collasso dell’Unione Sovietica e al rapido declino delle industrie pesanti in Russia e Ucraina, piuttosto che all’impegno delle varie Parti).

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Il sistema di blocchi e gruppi con responsabilità differenziate non è stato utilizzato per i nuovi Accordi di Parigi, per cui invece vige il sistema di “Intended National Determined Contribution” (INDC), ovvero contributi determinati a livello nazionale che dovranno essere comunicati ogni 5 anni, ed entrerà ufficialmente in vigore nel 2020. Gli INDC dell’Europa prevedono una riduzione delle emissioni di almeno il 40% entro il 2030, con impegni differenziati sulla base di realtà nazionali.

Nell’Ottobre 2018, l’IPCC ha rilasciato l’ultimo rapporto sui cambiamenti climatici, durante il quarantottesimo Summit nella città di Songdo-Incheon, in Repubblica di Corea (Corea del Sud).

I risultati del lavoro dei più grandi esperti sul clima raccolti in questo Special Report hanno dimostrato come siano rimasti solamente (e nella migliore delle ipotesi) 12 anni per agire in questa direzione ed evitare catastrofiche conseguenze. Le misure da adottare per raggiungere questo obiettivo implicano cambiamenti radicali per trasformare sistemi energetici, agricoli, urbani e industriali, integrando azioni contro i cambiamenti climatici nelle strutture delle politiche nazionali, indirizzate anche a lavoro, sicurezza e tecnologia.

Cambiamenti di cui i paesi firmatari dell’Accordo di Parigi dovranno discutere durante la prossima COP 24 che si terrà a Katowice, in Polonia, nel dicembre 2018. Una location particolare per i temi trattati, essendo la Polonia uno dei paesi maggiormente legati all’uso di carbone per la produzione energetica (80%) e che ha dimostrato in varie occasioni di non considerare la questione ambientale come una priorità. A fronte dei risultati degli scenari catastrofici presentati dall’IPCC, il fallimento della COP 24 non è contemplabile.
L’Accordo di Parigi impegna i paesi firmatari a contenere il riscaldamento globale “ben sotto 2 gradi dai livelli preindustriali”, possibilmente entro 1,5 gradi. Il rapporto dell’IPCC ha riportato chiaramente che il pianeta si sia già riscaldato un grado a causa delle attività umane e chiarisce la differenza tra questi due numeri che, all’apparenza, potrebbe non sembrare molta. In realtà, le differenze in termini di impatti locali e globali sarebbero sostanziali. Citando solo alcuni esempi, limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto a 2 gradi potrebbe risparmiare forti ondate di calore a 420 milioni di persone, contenere i rischi di inondazione e danni alle infrastrutture per 10 milioni di persone, contenere l’innalzamento del livello del mare di 10 centimetri ed evitare ulteriori infiltrazioni di acqua salata nelle già limitatissime riserve di acqua dolce presenti nelle falde sotterranee.

Trent’anni fa è stata affermata (con una confidenza del 99%, secondo James Hansen) l’esistenza di un problema, i cambiamenti climatici (di cui noi siamo i responsabili) e a cui tuttora, considerando le evidenze scientifiche della situazione in cui ci troviamo presentate dall’IPCC, non si è trovata una soluzione veramente efficace. Sebbene nel 2017 Donald Trump abbia dichiarato di voler abbandonare gli Accordi di Parigi (potrà farlo ufficialmente solo nel 2020) in quanto andrebbero a minare pesantemente lo sviluppo economico degli USA, definendo i cambiamenti climatici “un inganno”,

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gli scenari presentati dall’IPCC nel suo report dimostrano come siano proprio gli impatti ambientali del riscaldamento globale a minacciare tale sviluppo e che tutti, continenti, nazioni, città, quartieri e individui, siamo chiamati ad assumerci le nostre responsabilità e agire per un cambio di direzione immediato. 

Fonti ed approfondimenti:

https://www.theguardian.com/environment/live/2018/oct/08/ipcc-climate-change-report-urgent-action-fossil-fuels-live

https://unfccc.int/news/unfccc-secretariat-welcomes-ipcc-s-global-warming-of-15degc-report

http://unfccc.int/timeline/

https://www.theguardian.com/environment/2018/jun/19/james-hansen-nasa-scientist-climate-change-warning

https://unfccc.int/process/the-kyoto-protocol

https://www.youtube.com/watch?v=C1fwrWc-g_A&NR=1

http://www.circularecology.com/news/the-kyoto-protocol-climate-change-success-or-global-warming-failure#.W73EGxMzb-Y

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01000928.pdf

https://climate.nasa.gov/evidence/

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