I partiti politici americani: l’Ottocento

Non c’è nulla che io paventi di più della divisione della repubblica in due grandi partiti, ognuno guidato da un proprio capo. Secondo la mia modesta opinione, è da temere come la più grande calamità politica sotto la nostra costituzione”. 

John Adams

Bipartitismo e Stati Uniti: nel 2019, l’associazione è istintiva, tanto che spesso il modello americano è preso come spunto di ispirazione anche nel dibattito pubblico italiano. Eppure, nella storia delle ex colonie nordamericane, i partiti politici non sono sempre stati visti di buon occhio. Il fatto che persino John Adams, il secondo Presidente, (non molto diversamente dal primo, George Washington) li ritenesse alla stregua di una piaga da evitare fa decisamente riflettere. 

L’elefante repubblicano e l’asino democratico, i simboli dei principali partiti americani.

Negli Stati Uniti, il dibattito sui partiti e sul loro ruolo nella società è sempre stato piuttosto intenso, fin dalla Dichiarazione di Indipendenza. Da allora, essi hanno attraversato ben più di una singola metamorfosi. D’altronde, se cambia la società, non si può credere che i partiti politici assistano immobili al mutamento, poiché in essa hanno un piede. E se è vero – come sosteneva Norberto Bobbio – che l’altro piede i partiti lo radicano nelle istituzioni, vien da sé che al mutare della società, qualcosa debba cambiare pure lì.

Partiti e cittadini

Democratici e repubblicani, repubblicani e democratici: dalla metà del XIX secolo ad oggi, negli Stati Uniti, questi sono gli unici due partiti ad avere occupato le posizioni di comando a livello federale. Anche se le origini di entrambi sono da rintracciare nei primi anni della repubblica, è solo nell’Ottocento che si sono consolidati come veri e propri partiti di massa. Per il Partito Democratico, la data fondamentale è il 1829, quando l’elezione del Presidente Andrew Jackson (di cui abbiamo già parlato link) segna la vittoria del nuovo partito e l’inizio della “democrazia di massa”. In opposizione a Jackson nascerà, nel 1833, il partito Whig. 

Ritratto di Andrew Jackson.

Gli Stati avevano da poco incominciato a eliminare i requisiti di censo necessari per esercitare il diritto di voto (riservato solo agli uomini bianchi benestanti), mentre i partiti acquisivano gradualmente organizzazioni stabili, presenti sul territorio e formate da professionisti provenienti dalla classe media. Si trattò di una vera svolta: fino a quel momento, la politica era stato un affare delle classi agiate.

Per mobilitare i cittadini ogni mezzo era valido, dalle feste alle ricompense materiali – Jackson inaugurò la pratica dello spoils system, facendo passare delle pratiche che oggi definiremmo clientelari per una conquista democratica – fino alla circolazione delle idee tramite la stampa, schierata quasi sempre in maniera esplicita. 

I timori di Adams – che considerava l’interesse nazionale uno e omogeneo, e quindi vedeva nei partiti i potenziali detonatori di un conflitto sociale –  sembravano ingiustificati. A metà Ottocento, gli statunitensi scopriranno nella partecipazione attiva e nella lealtà ai partiti dei tratti importanti della propria identità di cittadini: la vita politica (il momento del voto, in particolare) assumerà i caratteri di una “religione civile”. Tuttavia, Adams non aveva tutti i torti. 

Due partiti e due società

Gli Stati Uniti di metà XIX secolo non costituivano una società democratica, né tantomeno strutturalmente uniforme. Mentre il confine geografico veniva progressivamente spostato verso il Pacifico – a danno dei popoli nativi americani – un altro confine divideva gli Stati del Nord da quelli del Sud, ovvero il confine tra Stati “liberi” e Stati schiavisti.

Una scena dal film 12 anni schiavo, basato sulla vita di Solomon Northup.

Nel Sud, la schiavitù era l’istituzione su cui si fondava tanto il sistema sociale quanto quello economico: erano gli schiavi neri a coltivare tabacco, zucchero e cotone per i proprietari delle piantagioni. Nel Nord, la schiavitù era stata ufficialmente abolita, poiché qui si era sviluppata un’economia che vedeva la crescita principalmente nella dimensione urbana, e nello sviluppo di attività manifatturiere e commerciali. 

La contrapposizione tra i due modelli trovò espressione anche sul piano politico, istituzionalizzando lo scontro tra un modello dinamico e industriale e uno rurale e conservatore. Nel 1854, dall’unione di alcuni movimenti abolizionisti con delle formazioni politiche precedenti nacque, infatti, il moderno Partito Repubblicano. L’elezione del Presidente repubblicano Abraham Lincoln, nel 1860, accese la miccia della secessione sudista e della conseguente guerra civile che fu (anche) una guerra tra partiti. 

Le “macchine di partito”

Nella seconda metà del XIX secolo, i partiti erano diventati due schieramenti ideologici distinti, nei quali i cittadini statunitensi si identificavano profondamente. Sia nella dimensione locale che in quella nazionale, le decisioni erano prese dalle assemblee congressuali, le Convention, formate da delegati nominati dai membri del partito; a livello organizzativo, invece, i Committee (locali e nazionali) si occupavano di gestire e mantenere il rapporto con gli elettori. 

Tammany Hall, sede della “macchina politica” del Partito Democratico newyorkese.

Queste “macchine di partito” erano strutture gerarchiche, che si muovevano all’interno del tessuto socio-culturale delle singole circoscrizioni elettorali dove erano presenti in modo capillare sotto forma di basi operative – o meglio club. 

Con la Guerra di Secessione, queste “macchine” non persero il proprio enorme potere. Anzi, durante i cinque anni del conflitto furono in prima linea nell’organizzazione della guerra, e – una volta che questa si concluse con la resa dei secessionisti – esse furono fondamentali per ricostruire la dimensione pubblica del Paese (che continuerà comunque a essere divisa in maniera netta tra Nord e Sud).

L’esperimento populista

Usciti dalla guerra civile, la suddivisione dell’elettorato era la seguente: i repubblicani raccoglievano consensi principalmente tra i ceti medi del Nord e tra quelli che stavano emergendo come i grandi gruppi affaristici; i democratici rappresentavano la popolazione bianca del Sud e le minoranze bianche urbane del Nord. Mentre i primi erano a favore di un governo federale forte, la maggioranza del Sud era per il governo minimo e per una decentralizzazione che favorisse le comunità locali. 

Tra città e campagna si stava ampliando il divario: da una parte, il Nord industriale era sempre più ricco; dall’altra, il Sud agricolo non riusciva a modernizzarsi. Anche nelle città settentrionali esisteva un gap: quello tra lavoro e capitale. Diverse crisi colpirono il settore agricolo e quello della produzione nell’ultimo quarto di secolo (durante il quale il potere fu mantenuto quasi sempre dal Partito Repubblicano), generando tra le fasce sociali meno abbienti un malcontento diffuso. Un malcontento che si rivolgeva anche alle “macchine” di partito, le quali si erano rese protagoniste di diversi casi di corruzione e scandali.

Inviti a eventi del People’s Party.

Nonostante alcuni interventi mirati a migliorare il welfare e a porre un freno alle concentrazioni di capitale, le disuguaglianze crescevano. Unitamente al sentimento di delusione e indignazione nei confronti della politica, queste disuguaglianze furono la causa che indusse alcuni movimenti di agricoltori meridionali a fondare il People’s Party – la formazione politica che avrebbe dovuto rappresentare la voce del popolo, e lottare contro le élite politiche ed economiche. 

Al nuovo partito aderirono anche lavoratori urbani e rappresentanti della classe media. Alle elezioni del 1892, James Weaver – il candidato Presidente populista – raggiunse (relativamente) un ottimo risultato, ottenendo la maggioranza dei voti in cinque Stati. La coalizione tra agricoltori e operai non durò a lungo, ma le issue del People’s Party torneranno a vivere una nuova gloria molto tempo dopo.

Fonti e approfondimenti

McCormick, The Party Period and Public Policy, The Journal of American History, 1979

Revelli, Populismo 2.0, Einaudi, 2017

Testi, Trionfo e declino dei partiti politici negli Stati Uniti, 1860-1930, Otto editore, 2000

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